Dall’autore-feticcio alla filiera trasformativa

di Luca Ballestra Caffaratti e Marco Guastavigna

 

Proprietà intellettuale, congegni generativi e demercificazione del testo

La reazione corporativa all’irruzione dei dispositivi generativi nei processi di scrittura ha assunto fin da subito i toni scomposti della lesa maestà. Si grida al furto, si invoca la violazione del diritto d’autore, ci si straccia le vesti per la presunta fine dell’originalità umana. Niente di strano: quando una trasformazione delle condizioni materiali della produzione culturale investe la logistica della produzione simbolica, chi trae profitto dalla recinzione delle idee tenta di blindare le proprie rendite di posizione.

La posta in gioco, però, non risiede nella difesa nostalgica di un’aura autoriale da tempo ridotta a marchio commerciale, per lo più con la complicità di intellettuali organici al mercato. La contrapposizione riguarda piuttosto due modelli radicalmente inconciliabili:

  • da un lato, la persistenza anacronistica di una concezione del testo come prodotto finito, scaturito da un atto di ingegno individuale, immediatamente congelato, recintato dal copyright e monetizzato come merce;
  • dall’altro, una scrittura come processo dinamico, filiera modulare di trasformazione e campo di riconfigurazione continua, che trova nuove possibilità di espressione nelle pratiche di chi sperimenta i dispositivi di GenAI.

Funzioni di GenAI di WPS OFFICE

Riconoscere questo attrito non significa credere all’epistemarketing della Silicon Valley, che spaccia l’automazione statistica per “creatività artificiale” al solo scopo di concentrare infrastrutture ed estrarre valore. Significa, all’opposto, cogliere l’opportunità teorica e politica per sottrarre – almeno in parte – la parola scritta alla logica del mercato, restituendola alla sua vocazione primaria: bene comune, demercificato e accessibile.

Il feticcio dell’autore proprietario

L’idea che la scrittura sia l’emanazione solitaria di un genio creatore non è un dato naturale: è una costruzione storica, nata e consolidata di pari passo con lo sviluppo dell’editoria industriale e delle norme borghesi sul diritto di proprietà. Il testo-merce richiede per sua natura un perimetro rigido. Deve essere un oggetto statico, attribuibile a un proprietario, difeso da barriere legali e venduto in forma chiusa per garantire un flusso di cassa.

Questo dispositivo giuridico ed economico ha progressivamente colonizzato anche l’accademia e la formazione. La valutazione del lavoro intellettuale è stata appiattita su parametri proprietari: l’indice di impatto, il conteggio delle citazioni, la corsa alla pubblicazione su riviste blindate da paywall esosi. Un sistema editoriale che rivende alle università la conoscenza prodotta dal lavoro pubblico. La fossilizzazione del testo è la condizione necessaria per la sua valorizzazione capitalistica: un congegno chiuso non ammette interferenze, non permette riscritture collettive, vieta la manipolazione.

In questa cornice, la venerazione per l’ingegno individuale funziona come una cortina fumogena. Nasconde il fatto ovvio che ogni testo è, per definizione, un mosaico intertestuale, un riuso sistematico di lemmi, strutture sintattiche, concetti ed eredità comunitarie. L’autore-feticcio reclama la proprietà esclusiva di ciò che ha preso in prestito dal corpo sociale.

La scrittura come filiera di trasformazione

L’interazione con i sistemi generativi – se depurata dalle mitologie del marketing sull’autonomia delle macchine – fa crollare materialmente questa finzione.

Quando utilizziamo un modello linguistico, non stiamo dialogando con uno “spirito incorporeo” che inventa dal nulla. Stiamo adoperando una complessa infrastruttura logistica della conoscenza che organizza, correla e rielabora gigantesche masse di dati testuali secondo matrici probabilistiche. In questa pratica di continua rielaborazione, l’atto dello scrivere cessa di somigliare all’illuminazione romantica e si rivela per ciò che è: un’attività artigianale di secondo livello, una filiera modulare.

In questo flusso di lavoro, il testo non nasce compiuto:

  • si articola attraverso operazioni guidate da vincoli sintattici, stilistici e semantici precedentemente definiti;
  • attraversa stadi successivi di espansione, condensazione, confronto contrastivo tra versioni alternative e traduzione di registro;
  • richiede una costante vigilanza metodologica, fatta di istruzioni legate al contesto, verifiche incrociate e progressiva ricalibrazione dei risultati prodotti dal congegno.

L’apporto del soggetto non scompare, ma cambia di segno. Non è più la fonte demiurgica della parola, bensì l’organizzatore del processo, il revisore critico, il garante della coerenza epistemologica edei contenuti. La direzione orchestrale della filiera spetta all’essere umano: è il suo occhio critico a verificare se la sintesi tiene, a stanare l’allucinazione o l’omologazione retorica, a contrastare la tendenza della macchina a sputare fuori il percorso “a minor resistenza statistica”, preludio del conformismo e della banalità o dell’inconsapevole adesione ai modelli dominanti.

Dalla rendita proprietaria alla chiarezza by design

Se concepiamo la scrittura come risorsa per la comunicazione sociale in un processo di trasformazione continua e condivisa, insistere sulle gabbie del copyright proprietario diventa una battaglia di retroguardia per difendere la rendita. Una difesa corporativa che cerca di proteggere gli interessi dei grandi aggregatori editoriali e degli apparati che monetizzano l’accesso al sapere.

La rottura della barriera autoriale apre invece a uno scenario radicalmente diverso: il passaggio definitivo a una logica di condivisione autentica. Liberato dall’obbligo di farsi merce, il testo può essere concepito fin dal principio come architettura aperta, pensata per essere rimessa in circolo, verificata, smontata e riadattata.

Questo orizzonte esige criteri di valore non mercantili:

  1. Serietà di impianto teorico: la qualità di uno scritto non risiede nel marchio commerciale dell’autore o della testata, ma nella robustezza delle argomentazioni, nell’esplicitazione delle fonti e nella trasparenza del metodo di indagine.
  2. Accessibilità e chiarezza by design: la scrittura deve ripudiare il gergo esoterico e accademico, funzionale soltanto all’autoconservazione della casta, per adottare i principi del Plain Language e della democrazia linguistica teorizzata da Tullio De Mauro. La chiarezza non è banalizzazione regressiva, ma unico presidio che consente al lettore comune di comprendere ed esercitare una critica reale.
  3. Circolazione demercificata: gli esiti del lavoro di documentazione e trasformazione devono circolare in ambienti aperti, svincolati dalle logiche estrattive delle piattaforme proprietarie, rimanendo a disposizione della collettività che ha fornito la materia prima culturale per la loro edificazione.

Non si tratta di salutare con entusiasmo acritico l’ennesima ondata tecnologica, ignorando l’enorme concentrazione di potere materiale e le asimmetrie ecologiche ed economiche delle multinazionali che erogano questi congegni. Si tratta, al contrario, di condurre flash mob concettuali sul terreno dell’uso: negare che la parola debba continuare a essere un recinto e rivendicare la scrittura come pratica sociale, viva e non proprietaria. Considerando che vi sono anche dispositivi digitali senza royalties con il supporto di LLM gestiti in locale, come le estensioni AI di LibreOffice e le funzioni di OnlyOffice in figura.

AI generativa in OnlyOffice

Chiudiamo con una domanda e una proposta di lavoro per chi legge:

  • prova a riprendere un tuo scritto precedente e a trattarlo non come monumento intoccabile, ma come materiale grezzo: fallo passare attraverso una serie di istruzioni esplicite per verificarne la tenuta logica, sfrondare gli avverbi inutili e misurare quanto della sua presunta “originalità” sopravvive alla riscrittura;
  • chiediti, di fronte al risultato: a chi serve davvero che quel testo rimanga proprietà privata?

Noi ci siamo dati da fare…

 

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