Sono trascorsi venticinque anni da quell’11 settembre 2001 che ha scolpito per sempre la memoria di tutti noi. Il mondo intero assisteva attonito, attraverso gli schermi e le radio, al crollo delle Torri Gemelle e allo smarrimento di un mondo spinto d’un tratto fuori dai suoi rassicuranti binari.
Poche ore prima di quell’evento, Raffaele Iosa viaggiava in autostrada verso Ravenna con l’animo comprensibilmente amaro. Aveva appena lasciato la sua stanza al Ministero dell’Istruzione a Roma, travolto dalle logiche dello spoils system dopo l’insediamento del governo Berlusconi e della ministra Moratti. Per la scuola pubblica italiana si chiudeva una stagione e se ne apriva una del tutto diversa.
Mentre era in auto, lo chiamai al telefono. Continua a leggere→
La scuola deve tornare a essere una priorità nel progetto di sviluppo del Paese. La piena formazione del cittadino è uno dei principi cardine del dettato costituzionale e tutti i dati in nostro possesso dimostrano che, nel medio-lungo periodo, i Paesi che maggiormente crescono economicamente sono quelli che più investono in conoscenza e formazione. Il nostro sistema pubblico di istruzione e formazione ha subito nell’ultimo trentennio successivi tagli e ridimensionamenti, passando da posizioni di eccellenza in Europa per quota PIL , a posizioni di sconfortante retroguardia. Le conseguenze di tale processo sono di solare evidenza: esiti degli apprendimenti insoddisfacenti e caratterizzati da forti squilibri, tassi elevati di analfabetismo funzionale, stipendi dei docenti tra i più bassi d’Europa, edifici scolastici per la gran parte vecchi, scarsamente accoglienti, con diffusi problemi di sicurezza e comunque pensati e progettati per una didattica quasi esclusivamente trasmissiva.
Si tratta di problemi strutturali la cui soluzione richiede ingenti investimenti. Una scelta di priorità comporta che alla scuola sia restituita almeno parte delle risorse sottratte nel corso degli anni, a partire dai risparmi derivanti dal calo delle frequenze conseguente al decremento demografico in corso, che si prevede ancora più consistente nei prossimi anni. Ma risorse per cosa? Continua a leggere→
Nel linguaggio pedagogico contemporaneo poche formule godono della stessa capacità di produrre consenso dell’espressione comunità educante. Essa compare nel discorso scolastico, nelle politiche territoriali, nella progettazione educativa, nei rapporti tra scuola e famiglia e nelle retoriche della corresponsabilità.
La sua forza deriva anche dalla sua apparente evidenza.
Se l’educazione non avviene soltanto nella scuola, ma anche nella famiglia, nelle associazioni, nelle istituzioni e nei contesti sociali, sembrerebbe ragionevole concludere che l’intera comunità possieda una funzione educativa.
Ma proprio questa evidenza dovrebbe essere sottoposta a interrogazione critica.
Definire una collettività come educante non equivale semplicemente a riconoscere che in essa si producono apprendimenti. Significa attribuirle una intenzionalità pedagogica. Continua a leggere→
Nel contributo ricordato nel titolo, Marco Campione avvia una riflessione a partire da alcune sue considerazioni critiche su un articolo di Alfonso Scotto di Luzio apparso sulla rivista L’altravoce al D.lgs. 62/2017 (www.laltravoce.com/cultura/2026/05/07/perche-per-migliorare-la-scuola-non-basta-bocciare-di-piu/) dedicato alle responsabilità, nel sistema scolastico italiano, per il presunto ritardo italiano in termini di alfabetizzazione di base.
Campione, sul tema, osserva che l’ELET 2026 (Early Leavers from Education and Training), che conteggia i 18–24enni senza diploma, racconta, in realtà, un miglioramento della situazione, con un 8,2%, rispetto al 9,8% dell’anno precedente, e che la serie storica del LEA (Low Educational Attainment, numero di 25enni-65enni con al massimo la licenza media) va nella stessa direzione: 86,4% nel 1977, 33,6% nel 2024.
Fin qui, bene. Ma il merito dell’articolo non è solo nella riflessione critica: è soprattutto, anche negli aspetti più problematici che essa implica, nella proposta che Campione avanza.
2. Il caposaldo implicito: il biennio iniziale è ancora orientativo
L’analisi di Campione individua il nodo strutturale del sistema, non nel primo ciclo, ma nell’area di transizione tra scuola secondaria di primo grado e primo biennio della secondaria di secondo grado. Qui agisce una questione che nessun legislatore ha affrontato in termini organici, dopo l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 16 anni (L. 296/2006): si è allungato l’obbligo, senza riformare conseguentemente i segmenti attraverso cui si articola.
Questa diagnosi presuppone, anche senza dircelo esplicitamente, che il biennio iniziale del secondo ciclo mantenga una funzione prevalentemente orientativa — di completamento, chiarimento, messa a punto — piuttosto che disciplinare e selettiva. È un’assunzione che merita di essere resa visibile, perché non è neutrale: significa che l’identità di indirizzo non si cristallizza all’atto dell’iscrizione, ma si consolida progressivamente, e che la mobilità tra percorsi nell’arco del biennio non è un fallimento del sistema, ma una sua funzione propria. Continua a leggere→
Non so come venga insegnata la filosofia nelle superiori di altre nazioni europee; suppongo che venga affrontata per temi e non come percorso storico dalle origini fino ai nostri giorni.
La filosofia come storia della filosofia è stata una scelta di Giovanni Gentile e rispondeva sia alla recente allora tradizione storicistica, sia ai convincimenti profondi del filosofo siciliano.
Questa impostazione non ha mai incontrato vere e solide avversioni e non è a mio modesto parere combinabile con l’insegnamento per temi(logica,etica,teologica etc).O l’una o l’altra .L’insegnamento della filosofia come storia della filosofia contribuisce per un verso a farsi un’idea della precarietà delle affermazioni che si sono dichiarate indubitabili e per un altro verso illumina la particolarità delle relazioni tra pensiero filosofico e contesto storico sociale,politico e culturale. In questo modo lo studente puo’ formarsi un’idea personale del senso della storia alla quale appartiene e della collocazione delle proprie convinzioni nel vasto repertorio delle convinzioni che hanno animato e animano la vita della nostra società. Per rendere efficace la funzione dell’insegnamento della filosofia evidentemente non possono essere trascurati o peggio ancora cancellati gli autori che hanno fatto scandalo per la novità o per la radicalità delle posizioni assunte e sviluppate.Non avrebbe alcun senso e alcun sapore un insegnamento in cui non venissero fatti conoscere Epicuro,Spinoza,Marx,Nietzsche , Heidegger, Gramsci e altri autori che turbano il sonno dei censori.
La filosofia è domandare; è radicale domandare e solo senza artifizi e confini ha un ruolo nella formazione delle giovani generazioni.
Ogni bambina e ogni bambino, ogni ragazza e ogni ragazzo merita. Merita la nostra stima, la nostra fiducia, la nostra attenzione, la nostra cura, il nostro aiuto.
Intestare il ministero all’istruzione e al merito avrebbe dovuto servire a ricordarcelo, a ricordarlo a tutti, in particolare al ministro pro tempore.
Dovremmo scrivere sui muri delle nostre scuole, tutte, accanto a “I Care” di Barbiana, “Io Merito”. Io merito attenzione. Io merito rispetto. Io merito una scuola che creda in me.
Il merito non coincide con il privilegio ma con il diritto di ogni persona ad essere riconosciuta, sostenuta, accompagnata nella propria crescita, nella costruzione di quell’edificio che è il proprio sé, dove poter abitare con sicurezza da adulto.
Abbiamo alle spalle un pensiero pedagogico che ci ha aiutato a percorrere molta strada in questa direzione, un pensiero che non possiamo limitarci a citare ma che dovremmo sempre praticare come ricostituente del nostro sistema formativo, soprattutto in momenti così difficili come quelli che attualmente attraversa la nostra scuola.
Maria Montessori ci ha insegnato che il compito dell’educazione è aiutare il bambino a sviluppare le proprie potenzialità interiori. Ogni essere umano possiede energie creative che attendono di essere riconosciute e coltivate. Il merito, allora, non coincide con il voto più alto, ma con la possibilità concreta di esprimere se stessi. Continua a leggere→
C’è una linea che attraversa due stagioni di crisi energetica europea, distanti nel tempo ma coerenti nella logica. Nel 2021, di fronte al primo grande aumento del costo del gas nel periodo della pandemia, la commissaria europea per l’Energia Kadri Simson aveva formulato con una certa nettezza i termini della questione: “Uno dei modi più efficaci per affrontare questa sfida è ridurre il consumo di energia”; e, in una formulazione apparentemente ovvia ma allora tutt’altro che scontata nel discorso pubblico, “Risparmiare energia riduce le bollette e rende l’economia più resiliente”. Non erano parole di un manifesto, ma di un documento operativo.
Più di quattro anni dopo, con un conflitto tutt’ora in drammatico svolgimento in Medio Oriente che ha chiuso lo Stretto di Hormuz e ha prodotto in poche settimane un rincaro del gas di circa il 70% e del petrolio di oltre il 50%, il commissario Dan Jørgensen ha convocato una riunione straordinaria dei ministri dell’Energia dei 27 e ha ripreso, con tono più urgente, lo stesso filo. L’invito ai cittadini europei — lavorare da casa dove possibile, ridurre la velocità in autostrada, usare i mezzi pubblici — non va letto solo come una lista di consigli pratici, ma soprattutto come un segnale di politica energetica: la riduzione della domanda non è una misura accessoria. Dice Jørgensen: “Non è che ci aspettiamo che tutti gli Stati membri applichino tutti i dieci punti per la riduzione della domanda, ma rappresentano già un buon strumentario, e quindi raccomando che ogni Paese verifichi quali sono le sue possibilità per applicarlo.”Continua a leggere→
Prosegue la pubbblicazione del podcast sulla scuola dal titolo “La scuola dalla A alla Z”.
Il progetto è di Marco Bollettino, d.s. presso il liceo “Gramsci” di Ivrea.
L’idea è di trattare ogni settimana un tema legato a una lettera dell’alfabeto.
E’ stato ripetutamente rilevato come una delle principali cause che hanno portato alla sonora sconfitta del sì nell’ultimo referendum sulla giustizia, sia stata la totale indisponibilità del ministro Nordio (e con lui dell’intero governo) alla ricerca di una soluzione concordata tra le diverse parti interessate alla stessa riforma, a cominciare dall’ Associazione Nazionale Magistrati e, in ambito parlamentare, con le forze dell’opposizione. Sui diversi contenuti affrontati si sarebbe forse potuto trovare un’intesa senza toccare la Costituzione e quindi dover ricorrere alla prova referendaria. O forse no, ma un tentativo serio e approfondito in questo senso sarebbe stato doveroso.
In realtà anche questa vicenda non fa che dimostrare ancora una volta la volontà della maggioranza di agire in piena solitudine e autonomia nelle materie più delicate per la vita del Paese, per il solo fatto di aver avuto qualche voto in più alle elezioni.
Nel prossimo mese di settembre diventeranno operative le Indicazioni Nazionali per il primo ciclo, ciò che si deve e come si deve conoscere nelle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado. In pratica le basi del sapere futuro di questo Paese. Continua a leggere→