Pulizia e decoro delle aule: ma la circolare del Ministro era proprio necessaria?

di Cinzia Mion

Signor Ministro, Le scrivo a proposito dell’ultima C.M. che Lei ha emanato per sollecitare gli alunni e studenti a prendersi “cura” della propria aula e di tutti i locali della scuola….
Mi sto chiedendo : era proprio necessario scrivere addirittura una circolare ministeriale su questo argomento, con tutti i problemi seri che stanno angustiando oggi la SCUOLA?
Non ho dubbi che sua madre Le abbia insegnato da bambino a rassettare la sua cameretta…Ah le “famiglie” di un tempo com’erano avvedute!
E oltre a raccomandare la pulizia Lei va anche a scomodare la CURA, termine su cui le Indicazioni del 2012 si sono spese soffermandosi a richiamare l’ETICA DELLA RESPONSABILITA’ (all’interno del paragrafo Cittadinanza e Costituzione), declinandola in “Cura di se stessi, Cura degli altri e Cura dell’ambiente”.

Noi delle vecchie generazioni (io sono una ex-dirigente scolastica molto datata) siamo abituati a cercare le fonti “culturali” (non nozionistiche) delle affermazioni, soprattutto se queste derivano da testi istituzionali, in cui spesso rimangono implicite. Già da allora mi sono presa la briga di cercare e capire che queste affermazioni derivavano principalmente dal testo del filosofo tedesco Hans Jonas “Il principio responsabilità. Un’etica per l’era tecnologica”. Senza ombra di dubbio la cura dell’ambiente riguarda anche l’aula scolastica, il banchetto o i giochi alla scuola dell’infanzia: i bambini vengono educati sempre a riporli dopo aver terminato l’attività..

Ma andiamo Ministro, Lei deve volare alto: come può perdersi in queste minutaglie? Attenzione : minutaglie importanti nell’attività quotidiana, non ne sto sminuendo la rilevanza ordinaria, ma non è compito Suo!
Guardi che Jonas parlando di cura dell’Ambiente intendeva fare riferimento alle RISORSE che sono esauribili, soprattutto quelle vitali: acqua, aria pulita, energia, ecc
Intendeva perciò far riferimento alla Cura del Pianeta e di tutta la BIOSFERA.
Il messaggio aveva uno sguardo lungo ed il termine “Responsabilità”, da Weber in poi , significa non fare riferimento solo all’etica delle Intenzioni ma a quella delle CONSEGUENZE. Nel nostro caso perciò la responsabilità nei confronti delle conseguenze delle nostre azioni attuali, “presenti”, va proiettata nel FUTURO. La “riflessione” perciò che va fatta dedurre alle nuove generazioni riguarda la rappresentazione di un FUTURO PROBABILE, in assenza di cura, (che stiamo già purtroppo sperimentando) invece di un FUTURO AUSPICABILE, in presenza di cura!
Il consiglio che Le do, Ministro, è questo: non si perda in piccolezze, altrimenti rischia di restare impantanato come Le sta succedendo con queste NIN 2025 che riescono a dire tutto e il suo contrario perché ne ha affidato la stesura a persone che non hanno avuto CURA della CULTURA ma solo di saperi da trasmettere.
Ma se Lei non vola alto, come fanno i suoi collaboratori ad imparare a farlo?
La saluto cordialmente

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Arriva dal Ministero l’ennesima regola che uccide l’autonomia delle scuole

di Aluisi Tosolini

Di conseguenza, le istituzioni scolastiche avranno cura di inserire nel Regolamento di istituto e nel Patto educativo di corresponsabilità, qualora non già presenti, specifiche regole di comportamento finalizzate alla tutela del decoro degli ambienti scolastici, degli arredi e dei sussidi didattici, condividendole con studenti e famiglie anche attraverso attività informative dedicate”.
Si chiude così la nota a firma del Ministro dell’Istruzione e del Merito prot. n. 39623 del 23-02-2026 che ha per oggetto “Cura e decoro degli ambienti scolastici”.

Una bufala?

Leggendola ho pensato ad uno scherzo, ad una bufala, ad una fake news. Nel dubbio sono andato a controllare e ovviamente non ho trovato nulla nel sito del MIM, nemmeno usando la apposita funzione “cerca”.

Ma in Italia esiste una cosa strana, che potremmo chiamare effetto specchio o caleidoscopio, che mi ha permesso di verificare che la nota esiste davvero. Molti istituti scolastici, infatti, applicano un automatismo grazie al quale le note e le circolari del MIM (e immagino anche di altri uffici statali) ricevute vie posta elettronica istituzionale vengono protocollate e prontamente messe on line sul sito della istituzione scolastica seguendo il percorso HOME – Novità – Le circolari. Così google mi restituisce una paginata di link a scuole che hanno pubblicato la nota, in alcuni casi premettendo una propria nota interna in cui in sostanza non si fa altro che riprendere e ribadire quello che ha scritto in Ministro. Chiunque lo può verificare direttamente (ad esempio questo è stato l’esito della mia ricerca – LINK ) Continua a leggere

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La scuola non funziona, ma il Ministro vince grazie alla sua comunicazione politica

di Stefano Stefanel

Il Ministro dell’Istruzione e del Merito dall’avvio del suo mandato ha intrapreso una comunicazione politica, che si rivolge parzialmente al mondo della scuola, ma in primo luogo vuol raggiungere l’opinione pubblica mettendo l’opposizione politica e anche culturale in difficoltà. L’ultimo caso che potremmo chiamare “dei metal detector a scuola” interviene come sempre per punire, visto che non si è in grado di prevenire.

Nessuna scuola italiana (non mi azzardo a scrivere “del mondo”) ha mai permesso ai suoi studenti di venire a scuola armati di coltelli. Se qualche studente porta a scuola il coltello c’è un grosso problema educativo che riguarda tutta la comunità scolastica fatta da studenti omissivi (non denunciano niente perché hanno paura di ritorsioni da cui non saranno difesi), docenti minimizzanti, dirigenti timorosi di trovarsi davanti all’opinione pubblica per azioni repressive e di vasta risonanza. Ma quando un ragazzo muore a scuola per una pugnalata di un compagno allora si inaspriscono le pene, quasi che senza quell’inasprimento un accoltellatore non sia sempre finito in galera.

Lasciare la scelta sulla richiesta di attivare i metal detector alle scuole mi pare una vera follia, perché chiedendo l’intervento preventivò-repressivo le scuole comunicano all’opinione pubblica locale che hanno il dubbio che in quella scuola gli studenti possano entrare armati. Continua a leggere

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Prevenire, reprimere o educare? Idee poche ma ben confuse

di Aluisi Tosolini

Si intitola Misure per il rafforzamento delle azioni di prevenzione e contrasto di fenomeni di illegalità negli istituti scolastici l’ordinanza firmata ieri 28 gennaio dai Ministri Valditara e Piantedosi. Si tratta dell’ordinanza preannunciata dopo i fatti di La Spezia e riferita ai cosiddetti metal detector.

Ma andiamo ad una analisi del testo così da comprendere bene di cosa si tratta.

La gatta frettolosa fa i gattini ciechi

Mi spiega AI Overwiew che il celebre proverbio italiano insegna come l’agire con troppa fretta porti a errori, risultati scadenti o conseguenze negative. Il detto sottolinea l’importanza di dedicare il giusto tempo e la dovuta calma a ogni attività per garantire un esito positivo, piuttosto che operare in modo precipitoso. 

Leggendo l’ordinanza si possono trovare diverse conferme al detto popolare. Elenco qui di seguito alcune sviste o errori formali che certo non ci si aspetterebbe di trovare in un testo firmato da due ministri:

  1. nella versione in PDF pubblicata da molti siti di informazione scolastica e anche da quotidiani (ad esempio da Il foglio ) non si trova né la data né il numero di protocollo dell’ordinanza. La data – e l’ora – la si desume solo dal timbro della firma digitale del ministro Piantedosi;
  2. l’ordinanza è in primo luogo indirizzata ai Prefetti della Repubblica, ai commissari di governo delle province autonome di Trento e Bolzano e al presidente della Regione Val d’Aosta. Poi “AI SIGG. DIRIGENTI DEGLI UFFICI SCOLASTICI REGIONALI”. Si tratta, con tutta evidenza, di una figura insistente! Come è noto esistono i Direttori Generali degli uffici scolastici regionali ma non i dirigenti regionali. Forse al Ministero degli interni non ne hanno contezza ma dovrebbe averla di certo il Ministero dell’Istruzione e del Merito. La confusione tra dirigenti scolastici (ovvero i legali rappresentanti delle singole autonomie scolastiche) e Dirigenti scolastici regionali torna anche nel testo (riporto da pag. 1: In tale quadro, il ruolo dei Prefetti e quello dei Dirigenti scolastici assume una centralità decisiva. Per favorire il più efficace raccordo delle iniziative volte a prevenire ogni forma di illegalità presso gli istituti scolastici, i sigg. Prefetti, d’intesa con i Dirigenti scolastici regionali, convocheranno apposite sedute del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica,…) da dove appare l’importanza del ruolo dei DS. Tuttavia poi il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza viene convocato dai prefetti d’intesa con i dirigenti scolastici regionali. E qui non ci si capisce più niente. Cosa vuol dire? Che il prefetto di Parma convoca il Comitato provinciale di Parma d’intesa con il Direttore Generale dell’USR dell’Emilia Romagna? Oppure d’intesa con il dirigente dell’Ufficio Territoriale di Parma (che è un ufficio dell’USR ER)? Oppure d’intesa con i dirigenti scolastici come parrebbe dedursi dal testo? Ma quali? Tutti? Alcuni? In base a cosa? Insomma non si capisce.
  3. L’ordinanza è poi inviata per conoscenza ad altri soggetti. In primis al Capo della Polizia  e ai comandanti di Carabinieri e Guardia di Finanza.  Ci si aspetterebbe di trovare in elenco anche i Dirigenti Scolastici ma non ci sono. C’é invece l’Anci. Ma non l’UPI. Cioè ci sono i Comuni (che hanno responsabilità sulle scuole del primo ciclo) ma non le Province rappresentate dall’UPI (Unione province italiane) che hanno responsabilità sulle strutture delle scuole secondarie di II Grado. Non pervenute poi le Città Metropolitane.

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Violenza a scuola: la nuova linea del MIM (Ministero dell’Interno e del Merito)

(Attenzione: il titolo di questo intervento non contiene alcun errore…).

di Mario Maviglia

Lasciatemi subito dire che la recente direttiva firmata congiuntamente dal ministro dell’Istruzione e Merito e quello dell’Interno (avente come oggetto Misure per il rafforzamento delle azioni di prevenzione e contrasto di fenomeni di illegalità negli istituti scolastici), sul piano meramente tecnico mi ha profondamente deluso in quanto presenta una grave lacuna: tra i destinatari della direttiva (Prefetti, DG degli USR, Capo della Polizia, Comandante Generale dei Carabinieri, Comandante Generale della Guardia di Finanza, ANCI), manca l’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), ossia l’Agenzia Federale statunitense che oggi appare (insieme all’IDF, Israel Defense Forces, e ai coloni israeliani della Cisgiordania) la più competente ed efficiente forza di polizia in grado di contrastare la violenza e l’illegalità, anche in ambito scolastico.
Il suo coinvolgimento (o, in subordine, quello dell’IDF o dei coloni israeliani) potrebbe innalzare in modo esponenziale la qualità degli interventi di contrasto e repressione della violenza giovanile e garantire condizioni di assoluta sicurezza negli edifici scolastici, oltre che la pace eterna a chi dovesse “interagire”, diciamo così, con poliziotti così ben addestrati. Purtroppo è stata privilegiata un’altra strada, molto più blanda e meno incisiva sul piano della sicurezza.

In ogni caso, sempre rimanendo sul piano tecnico, la direttiva presenta qualche elemento di novità che merita di essere segnalato. Infatti si dice che le misure di controllo debbono rientrare all’interno di una strategia complessiva con l’obiettivo di creare contesti educativi sicuri e regolati. Per questo motivo “il ruolo dei Prefetti e quello dei Dirigenti scolastici assume una centralità decisiva”. Per la verità, i Dirigenti scolastici (intesi come Capi d’Istituto) non sono tra i destinatari della direttiva. E in effetti, più avanti, si specifica che “i sigg. Prefetti, d’intesa con i Dirigenti scolastici regionali, convocheranno apposite sedute del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, quale luogo di analisi e sintesi delle coordinate generali dell’attività di vigilanza e controllo, secondo un indirizzo unitario che tenga conto delle priorità emerse e delle esigenze rappresentate”. E dunque si fa riferimento ad altri Dirigenti (“scolastici regionali”).

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Andare oltre l’oblio, per non perdere la memoria del passato (e dei suoi orrori)

di Dario Missaglia

Forse, per comprendere la tendenza al tramonto della memoria, dovremmo capire fino in fondo il senso dell’oblio nelle vicende umane.

Su questo ha riflettuto a lungo Günther Anders, filosofo tedesco del Novecento, autore de Il sole di Hiroshima. In quel testo memorabile del 1958, a pochi anni dall’Apocalisse nucleare, Anders si interrogava su ciò che fosse accaduto nelle menti e nelle coscienze per rendere possibile dimenticare tutto. E vedeva drammaticamente proprio in questo una nuova distruzione, non meno terribile di quella avvenuta nell’agosto del 1945.

Il mistero dell’oblio. Mistero, perché fatichiamo a comprendere il meccanismo interiore che ci spinge a far prevalere il desiderio di cancellare quanto di peggio abbiamo vissuto. I pesi troppo ingombranti non ci aiutano a vivere: ci tormentano, ci esauriscono. E allora avanza la rimozione: cancellare l’evento tragico per andare oltre, certo, ma con il rischio di ricadere in tragedie analoghe.

È l’opposto della rielaborazione, della resilienza: riflettere sulla durezza dell’evento per capire come superare il trauma e costruire nuove condizioni affinché non si ripeta.
La rimozione individuale prepara e alimenta la rimozione collettiva (che a sua volta cresce producendo nuove rimozioni individuali). Questo processo è agevolato dal sistema produttivo dominante, che ha bisogno di continuare a produrre per continuare ad accumulare. Non può fermarsi, non può permettersi soste riflessive. Il suo mito è l’eterno presente, la leggerezza e la velocità del non-pensiero, il culto di sé.

La resilienza è innanzitutto un processo sociale. Per superare, anche a livello individuale, una grave difficoltà, serve uno slancio solidale, un impegno collettivo: è ciò che talvolta accade quando facciamo i conti con tragedie come alluvioni o terremoti. Se la politica coglie questa potenzialità e la valorizza, allora la possibilità di un cambiamento diventa reale. Diversamente, il processo regredisce e si spegne nel mutismo o nella disperazione individuale. Continua a leggere

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Della disobbedienza e altre virtù

di Mario Ambel

Fatemi capire se ho capito giusto. Italo Fiorin, in un recente e apprezzato post su fb, afferma opportunamente che molte e molti docenti si troveranno a breve di fronte al dilemma se obbedire o disobbedire alle Indicazioni 2025, dopo che saranno diventate “legge”. E poiché alle leggi si deve ubbidire, oltre tutto come dipendenti dello Stato, invita a scernere, in quel testo, ciò a cui si è effettivamente tenuti a ubbidire da quanto (ed è molto) è una illegittima forzatura strumentale.

Fin qui credo di aver capito. Da mesi propongo inutilmente di rispedire al mittente quel testo perché composto (all’origine) per due terzi da contenuti illegittimi e per un terzo da altri irricevibili da un punto di vista culturale, epistemologico e didattico.  E qualcosa del genere, oltre a correggerne la patetica ortografia, mi pare abbia detto anche il primo parere del Consiglio di Stato.

Ora credo che davvero, se fossi a scuola,  sarei posto di fronte all’alternativa fra dimettermi o chiedere di essere obbligato con ordine di servizio a insegnare Italiano e Storia sulla base delle “indicazioni” sconclusionate e reazionarie che ne infiocchettano i programmi, poiché contrarie all’etica e alle competenze professionali, che da 50 anni si fondano su ricerche, studi, sperimentazioni e norme che dicono l’esatto contrario di quel testo e contro cui queste “indicazioni” sono state dichiaratamente predisposte. Per dirne una, in Italiano si è cominciato ai primi di febbraio con regole e grammatica e lì siamo tornati, come in un delirante gioco dell’oca in cui continuiamo a cadere sulla casella sbagliata, nonostante da molto tempo la pedagogia linguistica e la linguistica teorica e applicata argomentino che sia una pessima idea.

E qui, allora, aiutatemi a capire se ho capito. Tutta questa vicenda dimostra che, allo stadio attuale delle cose, una maggioranza di governo può imporre alla scuola la sua visione del mondo, i suoi contenuti e le sue metodologie nonostante l’opposizione di insegnanti, studiosi, associazioni, sindacati e in contrasto con la storia e le norme stesse dell’istituzione che sta “governando”. E oggi il paese ha dimostrato di non essere più in grado di emanare linee di indirizzo sulla e per la scuola Continua a leggere

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L’ossessione del controllo: mi si nota di più se faccio una nota e la chiamo direttiva?

di Mario Maviglia

A meno di un mese da una precedente nota (5836 del 7/11/2025), il MIM ne emana un’altra (6545 del 12/12/2025) avente lo stesso oggetto. Cosa motiva questa urgenza? Il MIM vuole finalmente equiparare gli stipendi dei docenti alla media UE? No, non si tratta di questo.
Forse vuole porre mano in maniera seria all’antico problema della dispersione scolastica? No, non si tratta nemmeno di questo. Allora vuole dare una risposta qualitativa al problema della diminuzione degli allievi dovuta alla denatalità stabilendo un numero inferiore di alunni per classe? No, non è neppure questo.

Tenetevi forte: il MIM ritorna ancora sull’urgentissimo problema delle “manifestazioni ed eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche”.
È un problema che evidentemente toglie il sonno al Ministro e alla sua Capo Dipartimento. A nulla sono serviti evidentemente finora gli integratori a base di melatonina o i farmici a base di benzodiazepine.
Il fatto è che questa ulteriore nota si è resa indispensabile per garantire la sicurezza della Nazione in quanto “alcune recenti iniziative scolastiche non sono apparse in linea con l’indicazione fornita” con la precedente nota 5836/2025. Continua a leggere

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Curricolo degli istituti comprensivi: serve un modello nuovo?

http://www.iclevimontalcini.gov.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/04/organigramma.jpgdi Nicola Zuccherini

Non esiste nessuna regola che fissi quanto in alto o con quanta forza si possa lanciare la palla nel tennis, e tuttavia il tennis è un giuoco e ha anche regole. (L. Wittgenstein)

Periodicamente i collegi dei docenti tornano a lavorare sul curricolo d’istituto e ogni volta si trovano di fronte alle stesse contraddizioni. Si opera su curricoli “lunghi”, che mirano a regolare esaustivamente ogni aspetto dei processi educativi ma proprio per questo risultano poco idonei a orientare le pratiche didattiche. Basandosi su una struttura corposa, articolata su più livelli (traguardi, obiettivi, competenze, indicatori, descrittori, criteri, elementi trasversali, scelte metodologiche), e sull’indicazione dettagliata e sequenziale di obiettivi didattici, il curricolo finisce per introdurre vincoli senza dare strumenti.

A che e a chi serve, insomma, un documento, lungo decine o anche centinaia di pagine, che da una parte indica pratiche e metodologie senza predisporre i mezzi per applicarle, dall’altra si dilunga sui contenuti disciplinari più ovvi, come “leggere testi di diverso tipo” nella scuola primaria o “eseguire operazioni, ordinamenti e confronti tra i numeri conosciuti” nella secondaria di primo grado?

Anche sul piano dell’efficacia si evidenziano limiti: la minuziosità della progettazione non garantisce di per sé la realizzazione degli obiettivi, né può impedire che gli apprendimenti si realizzino in forme diverse da quelle attese, e spesso incomplete e insoddisfacenti.

Ne consegue la perdita di fiducia nello strumento, di cui però non si può fare a meno perché ha rilievo istituzionale e robusto accreditamento scientifico. Così, senza un cambio di prospettiva, alla revisione successiva non si potrà far altro che cercare inutilmente rimedio in una programmazione ancora più capillare e articolata, tornando di fatto a delegare al curricolo questioni che dovrebbero essere risolte in aula. Continua a leggere

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Genitori a scuola, Galli Della Loggia propone un’analisi superficiale che alimenta il qualunquismo

di Monica Piolanti

La posizione del Professor Ernesto Galli della Loggia, così come articolata nell’intervista sul ruolo dei genitori a scuola, rilasciata alla Tecnica dellla Scuola, non può che suscitare profonda perplessità in chiunque abbia una conoscenza anche superficiale della pedagogia moderna e delle dinamiche sociali contemporanee.

Affermare con tanta perentorietà che i genitori debbano essere “via dalla scuola” e che la loro presenza sia un “termine contraddittorio” rispetto all’insegnamento è un’affermazione non solo anacronistica, ma che rivela una pericolosa incomprensione della funzione educativa complessa che la scuola è chiamata ad assolvere nel XXI secolo. Ma come si fa a sentire certe cose, quando l’evidenza empirica e normativa punta nella direzione opposta?

In primo luogo, è necessario smantellare la sua tesi centrale: che l’unico interesse dei genitori sia la “promozione dei figli” e che, per questo, essi interferiscano con l’autorità didattica. Questo è un riduzionismo sociologico e psicologico inaccettabile. La maggior parte dei genitori impegnati non desidera un voto regalato, ma un percorso formativo trasparente e di qualità che garantisca al proprio figlio gli strumenti per affrontare la vita. La preoccupazione per il successo scolastico non è una mera caccia al diploma, ma un riflesso della cura parentale per il futuro e per le opportunità del figlio in una società sempre più competitiva. La paura o l’ansia che talvolta sfociano in comportamenti iper-protettivi o inappropriati non sono la causa del fallimento della scuola, ma un sintomo di una fragilità del patto educativo e di una comunicazione istituzionale carente. Laddove la scuola è autorevole, trasparente nei criteri e proattiva nel dialogo, lo spazio per l’invadenza irrazionale si riduce drasticamente. Continua a leggere

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