di Monica Piolanti
L’orientamento scolastico, in Italia, è un vero caos. Ci troviamo davanti a un bivio: da una parte, i nostri ragazzi, freschi di scuola media, con un’esperienza del mondo pari a zero, e dall’altra, un sistema che chiede loro di decidere il proprio futuro in un lampo. Il risultato? Spesso si naviga a vista, si fanno scelte che, anziché spalancare porte, finiscono per chiuderle.
Vi ricordate quella studentessa sveglia, brillante, con un’ottima media in tutte le materie? I suoi genitori, arrivati da poco in Italia, la volevano subito in un professionale. Un po’ per il lavoro “subito”, un po’ perché pensavano che il liceo fosse “troppo difficile” per lei. E noi lì, con il dubbio che non fosse una scelta libera e consapevole. Alla fine, si è iscritta al professionale, e a noi è rimasta l’amarezza di non aver insistito abbastanza.
Certo, ci sono i docenti tutor, le 30 ore di orientamento, il portfolio digitale. Roba nuova, si dirà. Ma siamo onesti: quanto è cambiata la situazione? Il 92% degli studenti delle scuole secondarie di I grado ha fatto orientamento, ma meno della metà l’ha trovato utile. Alle superiori va anche peggio, con appena il 61,5% che ha partecipato a queste attività. E sapete perché? Perché il vero problema non è quante ore si fanno, ma come si fanno, e soprattutto, il contesto in cui i ragazzi sono costretti a scegliere.
Il fatto è che a tredici anni, prevedere la propria traiettoria di vita è semplicemente impossibile. E in questo caos, gli insegnanti fanno quel che possono: tirano a indovinare, spesso sottovalutando le capacità degli studenti e sopravvalutando fattori esterni come il reddito dei genitori o il genere. Ed ecco il dramma: a parità di rendimento, i figli di migranti o operai vengono indirizzati verso un tecnico o un professionale, anche se potrebbero fare benissimo il liceo. E le ragazze? Più facilmente verso l’umanistico, che lo scientifico. È la struttura stessa del sistema scolastico, con la sua rigidità e la sua tendenza a “incanalare” troppo presto, a limitare le opportunità e a esacerbare le disuguaglianze.
Ma allora, che si fa? Demolire tutto? No, non ci pensiamo nemmeno, ci siamo già scottati troppe volte. Ma possiamo, e dobbiamo, introdurre modifiche intelligenti. Il segreto, ce lo dicono i Paesi con i migliori risultati (Estonia, Finlandia, Irlanda, Polonia e Svezia), è ritardare il più possibile la differenziazione dei percorsi, idealmente tra i 16 e i 17 anni. Lì, dove hanno sistemi “comprensivi”, le disuguaglianze diminuiscono notevolmente.
Quindi, la mia proposta è questa: usiamo il famoso articolo 8 della legge sull’autonomia scolastica (DPR 275/’99), quello che permette alle scuole di definire il 20% del curricolo. Su circa sei ore settimanali, le scuole potrebbero ridurre le discipline specialistiche e puntare sugli assi fondamentali della formazione di base: linguistico, matematico, scientifico e storico. L’idea è avere un biennio iniziale più unitario, un “2+3” vero. Meno “infarinatura” di tutto, e più approfondimento su quel che conta davvero.
Così, i ragazzi avrebbero più tempo per capire chi sono e cosa vogliono, e se a 16 anni si accorgono di aver sbagliato strada, possono ancora cambiare senza traumi. Una scuola che non ha modificato praticamente il tradizionale percorso scolastico dello studente per la sua formazione deve dare ai giovani gli strumenti per pensare, scegliere, e non solo ripetere. E la bella notizia? Non dobbiamo inventarci niente! Basta guardare alle esperienze virtuose che già esistono, come il biennio unitario in Emilia e in Trentino.
Insomma, non si tratta di una rivoluzione, ma di un’evoluzione. Piccole modifiche, certo, ma che a lungo andare possono fare la differenza. Per i nostri ragazzi, e per il futuro del nostro Paese. Diamo loro la possibilità di scegliere, non di subire. E diamo loro il tempo di crescere, senza la fretta di un futuro che a tredici anni, semplicemente, non si può ancora immaginare.
![]()