di Monica Piolanti
Ricordo che, quando entrai in ruolo all’età di 20 anni nel lontano settembre 1983, compilavo e tenevo aggiornata la scheda personale dell’alunno contenente notizie sul bambino, sulla sua partecipazione alla vita della scuola, nonché le osservazioni sistematiche sul suo processo di apprendimento e sui livelli di maturazione raggiunti (Legge n. 517 del 1977).
Si trattava di una soluzione innovativa alternativa, davvero rivoluzionaria, a quei tempi, a quella che era la pratica valutativa tradizionale. Ricordo ancora i lenzuoli cartacei da riempire per iscritto con stile amanuense e una pazienza certosina. Nel susseguirsi degli anni la valutazione continuò ad essere oggetto di studio e di approfondimento da parte mia poiché mi rendevo conto che questo tema così importante, nonostante le varie modifiche ed introduzioni legislative, rimaneva nel mondo della scuola la “Cenerentola tanto bistrattata”.
Ogni volta che mi si presentava una qualche novità ministeriale in campo valutativo mi ci buttavo con anima e corpo pensando che quella fosse veramente un’occasione di crescita professionale; mi mettevo in gioco, ci credevo, e spendevo tutte le mie energie migliori per rivedere il modo di fare valutazione e il concetto stesso di valutazione nell’ottica del miglioramento.
Cercavo sempre di cogliere il positivo e mi sforzavo regolando la mia azione didattica, di capire come i bambini imparano. Ripetevo a me stessa che era importante mettere in evidenza le aspettative dei bambini, i loro punti di forza, i progressi compiuti, i miglioramenti registrati perché la valutazione deve essere formativa e non sanzionatoria. Attorno a me sembrava però che tutto cambiasse per continuare a fare quello che si è sempre fatto!
E mentre noi insegnanti della scuola primaria eravamo sempre continuamente “sotto tiro” sollecitati a fronteggiare cambiamenti repentini ed improvvisi con aggiornamenti e attività di formazione, nel guardarci attorno vedevamo i colleghi della scuola secondaria che continuavano beati a fare lezione come nell’800. Avevamo quasi una punta d’invidia nei loro confronti; non sapevamo con esattezza se eravamo noi i più fortunati o loro perché estranei alla ennesima rivoluzione copernicana. L’attenzione rimaneva il più delle volte solo sui risultati conseguiti, espressi sia in voto oppure in giudizio, trascurando il percorso effettuato dal bambino. Non si considerava il perché quell’alunno avesse sbagliato, quali strategie avesse messo in atto. L’errore, invece, è una risorsa!
Come dimostrano le neuroscienze è proprio quando sbaglio che il mio cervello diventa più flessibile. Mi chiedo, con più di quarant’anni di servizio sulle spalle, quante altalene storiche abbia vissuto in ambito valutativo!
Poi abbiamo attraversato un altro cambiamento nella scuola primaria: l’Ordinanza MIUR n. 172 del 4 dicembre 2020 ha modificato, in piena pandemia covid, la formulazione periodica e finale degli apprendimenti delle alunne e degli alunni. Al posto dei voti numerici abbiamo utilizzato i giudizi descrittivi riferiti a quattro livelli di apprendimento: avanzato, intermedio, base, in via di prima acquisizione. Questo importante cambiamento era ancorato ad un’ottica di valutazione formativa e autovalutazione, all’osservazione e alla descrizione del processo di apprendimento dell’alunno, al centro del percorso scolastico con tutta la sua individualità. La valutazione, elemento indispensabile dell’attività didattica e del processo di insegnamento apprendimento, si è fatta strumento che attribuisce valore alla progressiva costruzione di conoscenze degli alunni, sostiene le potenzialità di ciascuno partendo dagli effettivi livelli di apprendimento raggiunti, supporta la motivazione al miglioramento e al successo scolastico. Infine quest’anno (2024/2025) il Governo è ritornato ai vecchi giudizi sintetici da “Ottimo” a “Non sufficiente”, correlati alla descrizione dei livelli di apprendimento raggiunti per ciascuna disciplina, compreso l’insegnamento dell’educazione civica.
Questo ci mette ancora più in crisi, a metà strada tra la “promozione indiscriminata” e la valutazione descrittiva. La valutazione è davvero “liquida” e crea sconcerto. La scuola di oggi è formativa, per tutti, e questo significa promozione nel primo Ciclo. Ogni bambino ha i suoi tempi e va supportato, non forzato. Come aveva ben intuito il pedagogista Claparède, “Non è tirando la coda ad un girino che lo si aiuta a diventare rana”. Il nostro compito è facilitare, non riempire teste a forza. Domanda: Riusciremo a supportare questa ennesima rivoluzione copernicana dell’istruzione? Penso che sarà difficile per noi docenti, figuriamoci per le famiglie. Quante volte mi è capitato di incontrare genitori, soprattutto con figli problematici, che si permettevano di interferire con un’arroganza spregiudicata sull’aspetto metodologico e valutativo, nonostante avessero firmato ad inizio d’anno il patto di corresponsabilità scuola/famiglia. Genitori, morbidi come la ricotta, che faticano sempre più spesso a gestire in ambito domestico i loro figli con comportamenti inadeguati o poco consoni e hanno la presunzione di venire a insegnarti il mestiere o arrivano addirittura ad assegnare loro i giudizi sintetici. È giusto che le famiglie abbiano un ruolo, la Costituzione lo dice.
Ma è difficile trovare il giusto equilibrio, quel “dialogo educativo” di cui parlano tutti. La scuola deve pure reagire ai comportamenti diseducativi dei genitori che prendono per oro colato quanto raccontato a casa dai rispettivi figli, magari ingigantendo una situazione o un colloquio fino a costruire un monumento vero e proprio. Si è arrivati al punto che spesso nei documenti di valutazione ci si chiede di dire una mezza verità. E’ consigliabile, per quieto vivere, non considerare proprio il livello di insufficienza. Per non dire poi di quanto gl’insegnanti debbano limarsi la testa soppesando parola per parola nella stesura dei profili per il timore di essere aggrediti verbalmente o richiamati telefonicamente. E’ vero che la scuola dell’obbligo deve essere inclusiva e allora qualcuno mi spieghi la ragione per cui ancora oggi qualche insegnante di scuola primaria si prende il lusso di bocciare un bambino straniero in classe prima. Sono fermamente convinta che la valutazione debba essere uno strumento per fortificare l’autoefficacia del bambino, deve aiutarlo a impegnarsi di più e a fare in modo che creda per davvero in quello che sta facendo. Valutare non è far vedere che il bambino è caduto tante volte, ma che oggi ha fatto dieci metri invece di tre… E’ in sostanza un dare “valore” a quelle tappe continue e progressive dell’apprendimento di ciascun alunno. Ecco perché la valutazione serve per apprendere. Si tratta di vedere le cose da un nuovo angolo prospettico. Il focus si sposta sempre di più dall’insegnamento all’apprendimento.
E se il mio compito è quello di aiutare, facilitare, accompagnare ad apprendere, significa che ogni bambino deve avere un piano individualizzato, ogni bambino ha il suo percorso, con i propri ritmi e stili di apprendimento, e va valutato su questo. Se un alunno sbaglia, diciamogli che sta imparando come quando cade dalla bici e poi si rialza. Conseguentemente il lavoro dell’insegnante aumenta a dismisura perché è chiamato al grande impegno di documentare le proprie osservazioni valutative, ad attivare tutti i possibili dispositivi didattici, a costruirsi le rubriche valutative, a registrare in modo narrativo i progressi in itinere, a verbalizzare sistematicamente con assiduità, a porsi in una postura di ascolto in un’ottica di cura, a fornire rapidi feedback, a monitorare situazioni assai delicate, a gestire i conflitti, a cimentarsi nell’elaborazione di giudizi sintetici descrittivi per ciascun obiettivo di apprendimento disciplinare, a praticare una valutazione dialogata con l’alunno e con le famiglie, ad attenzionare il processo, a confrontarsi costantemente con i colleghi in un team pedagogico che non sempre si rivela essere una squadra di lavoro alla pari (ma che talvolta è solo un’accozzaglia di soggetti gerarchicamente disposti, in silente subordinazione ai diktat del coordinatore), a sperimentare con i propri alunni i compiti autentici, a mettere in atto tutte le strategie, le pratiche e le metodologie possibili, a differenziare e a personalizzare la propria didattica per garantire il successo formativo a tutti. Insomma, alla faccia della semplificazione e della trasparenza, resta all’insegnante un lavoro immane, una mole di lavoro da smaltire quotidianamente senza fine con coraggio ed umiltà. Siamo sempre alle solite: aumentano gli oneri, ma lo stipendio degl’insegnanti della scuola primaria è uno dei più bassi in Europa. Alla luce di queste novità, c’è da chiedersi per quale ragione non si sia esteso il nuovo modello di valutazione anche alla scuola secondaria di I grado, tenendo conto del fatto che a livello nazionale molte istituzioni scolastiche sono organizzate in istituti comprensivi. La cultura della valutazione, così facendo, si distacca, si frantuma. In secondo luogo per avere un buon risultato dell’intera operazione non mi pare che sia stata a tutt’oggi del tutto adeguata l’attività di formazione messa in campo dal MIM tramite qualche sporadico webinar gratuito. Non ci resta che ripensare alla nostra didattica efficace con al centro l’alunno e compiere un lavoro di ripensamento delle nostre procedure di insegnamento. Dobbiamo rivedere la progettazione curricolare lavorandoci sopra e riflettendo insieme. Dobbiamo dare significato al fare valutazione. Che senso ha il fare per il fare? Secondo noi abbiamo fatto molto se abbiamo perfezionato gli strumenti? Se non ci sono i significati che possono illuminare questo fare, allora il fare è fine a se stesso. Mi piace concludere con la riflessione di A. Einstein a proposito del progresso scientifico: “Il guaio dell’umanità non consiste nella perfezione dei mezzi quanto nella confusione dei fini”. Noi inseguiamo la perfezione dei mezzi, ma se abbiamo i fini confusi, questo rappresenta un guaio, anche a livello educativo. La bussola la dobbiamo rideterminare, dobbiamo rivedere i punti focali del concetto di valutazione e dare maggiore coesione alla cultura della valutazione.
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