Come ho insegnato la lingua italiana a centinaia di bambini

di Monica Piolanti

Il grande pedagogista francese Célestin Freinet amava ripetere “Rubate l’esperienza” dai bambini: ma l’espressione non vale forse anche per gli adulti?
Ora vediamo come io ho impostato l’insegnamento dell’Italiano nella classe prima di Scuola Primaria…

Sono partita da questo presupposto: e cioè che i bambini in genere lo parlano già quando arrivano a scuola; alcuni di loro già conoscono i segni alfabetici’ almeno relativamente alla scrittura del proprio nome. Se sanno già leggere e scrivere si tratta di tener conto di quelle che sono le loro competenze acquisite; se sanno soltanto copiare in stampato maiuscolo il loro nome e cognome, si tratta di considerare per primi i gruppi sillabici utilizzati per scrivere il loro nome e cognome. Non a caso ho parlato di gruppi sillabici, perché io utilizzo, come del resto ci invitano a fare le Indicazioni Nazionali del 2012, che hanno sconsigliato per l’approccio alla lettura e alla scrittura il ricorso al cosiddetto “metodo globale”, che consisteva nell’esercitare i bambini dapprima a scrivere intere parole o frasi per arrivare in un secondo tempo ad un’analisi dettagliata di esse.
Da un po’di tempo invece è venuto prevalendo nell’interesse degli studiosi il metodo fonosillabico, perché la Lingua Italiana ha una prerogativa unica fra le Lingue: ciò che si dice verbalmente corrisponde a quello che si scrive, a differenza di quasi tutte le Lingue Straniere in cui le parole si scrivono in un modo e si leggono in un altro. In Italiano ciò che si legge è esattamente quello che si pronuncia. In questo senso siamo più fortunati di altri. Un’altra cosa è importante: ed è il fatto che chi scrive deve registrare esattamente il suono che esce dalla bocca.
E poiché nella nostra bocca normalmente non escono solo delle vocali, ma delle sillabe (due o più lettere insieme: RA, BRA, STRA, ecc.), per questa ragione il metodo oggi più diffuso è quello fonico-sillabico, fondato cioè sulle nostre emissioni di voci e la registrazione scritta di queste. Così ad esempio se io pronuncio la parola “CANE”, spezzo la mia voce in due sillabe: CA-NE; mentre se pronuncio la parola “STRADA”, la spezzo in due sillabe più complesse: STRA-DA. Il metodo fonosillabico chiede al bambino di ascoltare distintamente la nostra pronuncia e di registrare per iscritto il gruppo di lettere che ha sentito pronunciare. Naturalmente l’insegnante, per facilitare il bambino nel suo apprendimento, dapprima sceglie parole con due sillabe (es. PA-NE); successivamente passa a parole con tre o quattro sillabe (PA-NI-NO; PO-MO-DO-RO). Dapprima le sillabe saranno estratte da parole piane (parole che si pronunciano bene, perché i pezzi (i gruppi sillabici sono fatti di due lettere); successivamente, quando tutti avranno appreso ad abbinare i gruppi sillabici per formare le parole piane, si passerà a considerare i gruppi sillabici delle parole sdrucciole (es. PON-TE), cioè si analizzeranno sillabe più complesse, ma sempre corrispondenti a ciò che esce dalla nostra bocca nella pronuncia. In sostanza l’allenamento a cui i bambini saranno invitati nei primi tempi dell’approccio alla lettura e dalle parole si arrivava alla scrittura consisterà nel far cogliere la relazione fra l’amissione di voce e la sua registrazione scritta.

L’ascolto dovrà trovare la sua traduzione nella scrittura. I bambini in breve tempo comprendono il rapporto che sussiste tra suono e segno e capiscono che la lettura e la scrittura sono delle convenzioni.
Adesso pensate per un momento a come la vecchia scuola insegnava a leggere e a scrivere.
Dapprima venivano presentate tutte le lettere alfabetiche precedute dalla scrittura e lettura delle cinque vocali.
Poi si passava all’unione delle cinque vocali a ciascuna consonante e si formavano così le sillabe; dalle sillabe si passava alla scrittura delle parole si arrivava alla scrittura delle frasi, da quelle più semplici e corte a quelle più ampie e complesse. A leggere e a scrivere si può imparare in tanti modi; il segreto sta nello scegliere il metodo che consente di fare meno fatica, perché il bambino che fa fatica impara presto ad odiare quello che deve fare.
E vi posso garantire che col metodo tradizionale non tutti bambini arrivano agli stessi tempi a decifrare parole e frasi; anzi alcuni di loro che avevano fatto fatica non solo arrivavano tardi a comprendere ciò che leggevano ma balbettavano per anni poiché avevano associato l’apprendimento all’idea di una fatica improba.
Vi siete mai chiesti perché molti alunni anche oggi odiano leggere? Una probabile risposta a questo problema può riguardare la fatica che hanno dovuto fare per imparare la lettura. Io vi posso garantire che con questo metodo non solo i bambini hanno imparato una sola regola (l’abbinamento tra suono e segno) che li ha resi precocemente autonomi, ma ho potuto notare da subito l’interesse nella decifrazione delle forme scritte tanto che è diventato un piacere, non sentono più il peso di quelle operazioni e mi sollecitano a continuare nelle attività.
Può darsi che sia stata fortunata nell’incontrare bambini tutti desiderosi d’imparare a leggere e a scrivere; oppure che molti genitori abbiano assistito nelle operazioni di lettura e di scrittura i loro figli a casa, agevolando in tal modo il lavoro dell’insegnante. Comunque siano andate le cose, certo è che tutti i bambini della classe ad eccezione di due stranieri non hanno avuto difficoltà nell’approccio alla lettura e alla scrittura.
Ora il problema è quello di avvicinare tutti i digrammi (gruppi consonantici più complessi); ma il segreto è sempre lo stesso: prima ascoltare e poi registrare l’ascoltato controllando che tutti i suoni (vocalici o consonantici) trovino accanto alla pronuncia anche la loro scrittura. Ora è soltanto una questione di consolidamento del rapporto suono e segno, e di metodologia per quei bambini che sono un po’ più lenti o che si esercitano di meno con l’assistenza dell’adulto. E’ evidente che l’allenamento, così come fa il bravo calciatore, fa anche il bravo alunno. Una questione parallela è quella che riguarda i caratteri della scrittura e la loro presentazione. Fermo restando che un modo per semplificare l’apprendimento della lettura e della scrittura è quello di utilizzare un carattere alla volta, che nel mio metodo, è lo stampato maiuscolo, evitando la difficoltà che comporta la simultanea presentazione dei quattro caratteri io ho ritenuto opportuno associare al carattere stampato maiuscolo, ma in via del tutto subordinata, lo stampatello o script, poiché i libri di lettura sono generalmente scritti in questo carattere.
Qual è stato il trucco che io ho utilizzato? Ogni volta che presentavo un gruppo sillabico consegnavo ai bambini dei cartoncini: da una parte del cartoncino era scritta la sillaba in stampato maiuscolo; dall’altra parte, e senza che li costringessi, era scritta la stessa sillaba in stampatello o script.
Poiché è difficile imparare due cose in una volta, mentre pretendevo che sapessero riconoscere le sillabe in stampato maiuscolo, ho sempre taciuto sulla necessità di apprendere lo stampatello. Quotidianamente i bambini in forma ludica a scuola e a casa si allenavano al riconoscimento e alla lettura dei cartoncini giocando con l’aiuto dei genitori o dei fratelli. Ancora oggi io pretendo la scrittura e la lettura delle sillabe e delle parole in stampato maiuscolo, ma mi sono accorta che pur senza allenamento i bambini sanno riconoscere l’analogia fra ciò che sta scritto da una parte e dall’altra del cartoncino.
Quando tutti i bambini avranno appreso con sicurezza la lettura e la scrittura di tutti i gruppi sillabici che servono a comporre le parole e le frasi, allora faranno allenamento con poche eccezioni iniziali, all’uso dello stampatello.
Penso di potermi dedicare alla conoscenza del corsivo a partire dal mese di febbraio, quando dovrei avere ultimato l’approccio con tutti i gruppi consonantici più complessi. Vi posso garantire che fino ad ora il piacere di decifrare la lettura e di scrivere nei caratteri conosciuti è ancora intatto.
Mi auguro che continui così anche dopo la presentazione dei caratteri corsivi, che i bambini assimileranno nel giro di qualche settimana. In contemporanea li ho sostenuti leggendo quasi quotidianamente delle storie al fine di potenziare l’ascolto. Ma dopo l’ascolto della storia io li invitavo ad individuare le sequenze di essa, e a tradurle in termini grafici (disegno delle sequenze). Il piacere di leggere, secondo la mia esperienza, nasce da questa semplificazione delle cose complesse portate a misura di bambino, che apprende una cosa per volta come diceva Piaget.

 

Loading