Sii maturo, ma a modo mio: i “consigli” di Valditara in stile Foucault

di Aluisi Tosolini

In queste settimane è montata una ben strana discussione, nata a partire dal rifiuto di pochissimi studenti che al colloquio dell’esame di stato si sono rifiutati di parlare / rispondere alle domande dell’attonita commissione, motivando questa scelta come una protesta nei confronti della scuola stessa e del suo modo di (non) considerare gli studenti. Tutta presa da miti tardo performativi aziendalisti, quando non da teorie del tipo “per apprendere occorre soffrire”. Quale è stata la risposta del mondo della scuola di fronte a queste scene? Mi pare che le varie risposte possano essere racchiuse in alcuni “idealtipi”.

  1. Docenti (e altri attori vari del mondo scolastico) attoniti. Non capiscono il senso della protesta. Capiscono però che si tratta di un modo per dire che il loro lavoro viene svalutato. Alcuni alzano le spalle e se fregano (posizione tra le più diffuse nel mondo della scuola, non fosse altro che per istinto di sopravvivenza), altri si incazzano (dopo Trump il termine mi pare sia stato definitivamente sdoganato) e (sui social) dicono ai ragazzi e alle ragazze che l’esame è una cosa seria, mica come un like sui social.
  2. Docenti (pochi) e commentatori vari (psicologi, antropologi, educatori vari, oppositori del Valditara pensiero) plaudono alla scelta dei ragazzi ma in sostanza degli stessi se ne fregano perché a loro interessa mettere in evidenza che la scuola fa un po’ schifo e che la colpa, ovviamente, è di chi fa il ministro dell’istruzione e dei suoi accoliti
  3. Docenti (pochissimi) e commentari vari (in numero altrettanto esiguo) che dicono: e se provassimo ad ascoltarli, questi ragazzi? Magari capiremmo qualcosa di più. Magari non saremo d’accordo ma dovremmo comunque ascoltarli. Proviamo a sentire la loro voce, il loro vissuto.
  4. Il ministro Valditara e l’On Sasso (più tutta una schiera di giornali amici, seguaci vari, esperti a saltare sul carro del vincitore, come ha fatto persino uno dei sindacati dei dirigenti che rivendica a ogni piè sospinto l’autonomia) hanno invece pensato – geni – che la soluzione è semplice: basta cambiare legge sugli esami di stato così da poter bocciare chi fa scena muta (meglio: chi si rifiuta) al colloquio. La legge attuale, infatti, porta necessariamente al superamento dell’esame di stato se si arriva al colloquio con già 60 o più punti acquisiti con curriculum e due prove scritte. Sulla fattibilità di una simile norma ha già scritto stupendamente Reginaldo Palermo su Tecnica della scuola e rimando ai suoi interventi (link1, link 2). Discuto invece qui seguito non tanto il tecnicismo con cui il ministro cercherà di risolvere la questione quanto il senso profondo della sua posizione.

DALL’ESAME DI STATO ALL’ESAME DI MATURITÀ

Il Corriere della sera di oggi (13 luglio) intervista il ministro Valditara proprio su questi temi. Dapprima il ministro spiega che vuole cambiare nome all’esame di stato tornando alla dizione pre Berlinguer, ovvero esame di Maturità. Quando però spiega come dovrebbe essere questo esame si capisce che forse non conosce le norme e le direttive che firma: se infatti si va a leggere l‘articolo 22 della Ordinanza Ministeriale 67 del 31 marzo 2025 (quella che regola lo svolgimento dell’esame di stato) si scopre che il colloquio (e l’esame in sé) dovrebbe servire proprio a verificare la “maturità” dello studente senza concedere quasi nulla alla pedissequa interrogazione sui contenuti dele varie discipline. Anzi, comma 4 dell’art. 22 scrive con chiarezza che “La commissione/classe cura l’equilibrata articolazione e durata delle fasi del colloquio e il coinvolgimento delle diverse discipline valorizzandone soprattutto i nuclei tematici fondamentali, evitando una rigida distinzione tra le stesse e sottolineando in particolare la dimensione del dialogo pluri e interdisciplinare”. E poco prima vengono usate parole quali “aver maturato le competenze di Educazione civica, saper analizzare criticamente e correlare al percorso di studi seguito e al PECUP, di aver acquisito i contenuti e i metodi propri delle singole discipline, di essere capace di utilizzare le conoscenze acquisite e di metterle in relazione tra loro per argomentare in maniera critica e personale, utilizzando anche la lingua straniera”. Insomma, non so come lo chiamate voi, ma io direi che siamo davanti ad una prova “di maturità” culturale e civica. Se invece si vuole misurare altre maturità…. (ad esempio “etica” come recenti proposte di legge lasciano intravvedere) è, appunto, un altro conto.

I GIOVANI HANNO PAURA DEGLI ESAMI: LE PAROLE DI VALDITARA

Segue poi la parte più “interessante” della intervista. La riporto integralmente: Domanda (Gianna Fregonara): E poi ha aggiunto la norma contro il boicottaggio. Risposta del Ministro: «Con questa norma voglio dare un forte messaggio in linea con la Costituzione. C’è un problema importante nella società italiana ed è il rapporto con la regola. Troppo spesso non è chiaro che la regola si rispetta, così come si rispettano le persone: all’esame ci sono commissari che dedicano il proprio tempo ad una funzione sancita dalla nostra Costituzione. Non si prendono in giro gli insegnanti, si rispetta il loro lavoro, si rispettano i compagni che hanno creduto in quel momento e si sono impegnati, che hanno provato ansia, stress, coltivato speranze, hanno dedicato mesi per prepararsi all’appuntamento. Devo rispettare il loro impegno, non posso farla franca se decido di fare scena muta».

Domanda: Si è chiesto i motivi del gesto plateale degli studenti?
Risposta: «Certo, una difficoltà ad affrontare le prove. La mia preoccupazione è per il messaggio diseducativo che la legittimazione di tali gesti rischia di lanciare. Se si consentisse di rifiutare senza conseguenze di sottoporsi all’esame, sarebbe legittimo rifiutare tutto ciò che non ci piace. Dobbiamo piuttosto insegnare ai giovani che ci sono modalità democratiche per cambiare le regole che non ci piacciono».

Domanda Quali?
Risposta «Ci sono diverse modalità a partire da quelle offerte dal contesto scolastico».

Domanda Lo sberleffo dei ragazzi che hanno mandato la scuola a quel Paese ha però colpito un po’ tutti. Da questo punto di vista ha colto nel segno.
Risposta «Le polemiche mediatiche di questi giorni hanno sollevato una questione più ampia che rende paradossalmente emblematico il dibattito: dobbiamo uscire da quella cultura che ha paura del giudizio, che rifiuta il concetto di autorità, che condanna i divieti, che rifugge dal pronunciare dei no, anche quando servono, che considera sempre dannose le sanzioni. In questo modo si coltiva l’immaturità e ci si abitua a considerare normale la irresponsabilità. La scuola serve anche come palestra per imparare ad affrontare le difficoltà. La vita è fatta anche di prove».

SII MATURO MA A MODO MIO.

Ho un solo modo per commentare queste parole, ed è ripreso dal bellissimo titolo di un saggio sull’adolescenza di Matteo Lancini (Sii te stesso a modo mio). SII MATURO MA A MODO MIO. Il ministro in sostanza, in poche righe fa le seguenti operazioni

  • insegna ai giovani 18/19enni come si sta al mondo (al suo mondo)
  • indica la via democratica per cambiare le cose (glissando bellamente su come ciò possa avvenire a scuola, dove, ad esempio, stando all’ 1 del Decreto legislativo 67 sulla valutazione che spiega bene come la partecipazione studentesca a scuola di cui parla il ministro si debba attuare anche rispettando l’art. 2 comma 4 della Dichiarazione dei Diritti e dei Doveri delle studentesse e degli studenti che, guarda caso, scrive: “Lo studente ha diritto alla partecipazione attiva e responsabile alla vita della scuola. I dirigenti scolastici e i docenti, con le modalità previste dal regolamento di istituto, attivano con gli studenti un dialogo costruttivo sulle scelte di loro competenza in tema di programmazione e definizione degli obiettivi didattici, di organizzazione della scuola, di criteri di valutazione, di scelta dei libri e del materiale didattico.”

Domanda fuori dai denti: quante delle scuole dove gli studenti hanno “boicottato il colloquio” avevano precedentemente attivato un dialogo costruttivo con gli studenti sulle scelte connesse ai criteri di valutazione? Quante?

  • richiama genericamente la Costituzione
  • dimentica che la Costituzione inserisce tra i diritti del cittadino anche il diritto di sciopero (art. 40) e che il boicottaggio – disobbedienza civile – effettuato dagli studenti non ha arrecato alcun danno a nessuno (se non a se stessi, come insegna tutta la logica della nonviolenza)
  • dimentica che questi ragazzi ci hanno rimesso a boicottare il colloquio. Infatti non hanno opportunisticamente usato il colloquio per “lisciare” docenti interni e esterni per avere qualche punto in più ma hanno perso punti per strada. Hanno pagato di persona. Poi magari forse avevano già in tasca da mesi (se non da un anno) l’ammissione a qualche prestigiosa università italiana o straniera che fa i test prima del superamento dell’esame di stato fregandosene bellamente del suo esito perché sa che l’esame non conta nulla, svalutandolo oggettivamente (ma di questo al ministro pare interessare zero !)
  • non capisce (NON VUOLE CAPIRE) che questi studenti hanno rifiutato di parlare al colloquio non per paura del colloquio o del voto o del giudizio ma proprio per contestare e il voto e il modo di agire della scuola. Una scelta matura, altro che paura

Segue poi la filippica su una cultura “che ha paura del giudizio, che rifiuta il concetto di autorità, che condanna i divieti, che rifugge dal pronunciare dei no, anche quando servono, che considera sempre dannose le sanzioni. La scuola serve anche come palestra per imparare ad affrontare le difficoltà. La vita è fatta anche di prove». E poi la frase clou che è un totale rovesciamento della realtà fattuale: “In questo modo si coltiva l’immaturità e ci si abitua a considerare normale la irresponsabilità”. Frase che tradotta dice: SII MATURO MA A MODO MIO.

SORVEGLIARE E PUNIRE

Leggendo all’alba di oggi su Corriere l’intervista di Valditara mi è immediatamente venuto in mente il titolo di un famosissimo testo pubblicato da Michel Foucault nel 1975. Non sto a farla lunga: riporto qui, emblematicamente, la risposta che AI Overview di google mi ha fornito rispondendo al prompt/domanda: “cosa sostiene sorvegliare e punire di Foucault”? Ecco il testo della risposta. In “Sorvegliare e punire,” Michel Foucault descrive come il potere, attraverso istituzioni come la prigione, la scuola, la fabbrica e l’esercito, non solo reprime, ma produce conoscenza e soggettività, modellando il comportamento degli individui verso un’ottica di utilità e obbedienza. In dettaglio, Foucault sostiene che:

  • Il potere non è solo repressivo, ma anche produttivo: Non si limita a impedire o negare, ma crea anche nuove realtà e forme di soggettività attraverso dispositivi e tecniche di controllo.
  • La prigione non è solo un luogo di detenzione, ma un dispositivo di disciplinamento: Il suo obiettivo non è solo quello di punire, ma di correggere e normalizzare i comportamenti, creando individui adatti al sistema sociale.
  • Le istituzioni disciplinari (prigioni, scuole, fabbriche) sono strumenti di controllo sociale: Attraverso regole, sorveglianza e l’organizzazione degli spazi, queste istituzioni cercano di uniformare i comportamenti e di rendere gli individui funzionali al sistema.
  • Il potere si esercita attraverso la sorveglianza: Il concetto di Panopticon, una struttura carceraria in cui i detenuti sono costantemente controllati senza sapere quando e da chi, simboleggia questa dinamica di sorveglianza invisibile ed efficace.
  • L’esame è uno strumento di potere: Attraverso l’esame, le istituzioni creano conoscenza e classificano gli individui, creando una documentazione che permette di compararli e giudicarli.
  • La punizione non è solo fisica, ma anche simbolica: Le punizioni non mirano solo a infliggere dolore, ma anche a educare, a creare un modello di comportamento e a rafforzare il sistema normativo.

In sintesi, “Sorvegliare e punire” è un’analisi critica del potere e del suo rapporto con il corpo, la conoscenza e la soggettività, mostrando come le istituzioni disciplinari abbiano plasmato la società moderna attraverso meccanismi di controllo e normalizzazione.

PER CHIUDERE

Le parole del Ministro oggi al Corriere della sera si iscrivono perfettamente dentro la logica descritta da Foucault. La scuola serve a disciplinare. Chi si rifiuta e contesta va richiamato all’ordine. Va disciplinato. Anche strumentalizzando e sue parole. Dicendo che non affronta le prove per paura mentre in realtà lo fa – e con coraggio – per dire che un altro modo di essere è possibile. Forse persino un’altra scuola.

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