di Monica Barisone
STARE NELLA RELAZIONE PER IMPARARE E PER INSEGNARE
Quando ragiono con i ragazzi sulla loro insicurezza e necessità di conferme del proprio valore, cozzo spesso con la loro consuetudine ad usare come termine di paragone l’irreale. Intendo dire che il terreno di confronto è soprattutto virtuale o dato dalla rappresentazione degli ‘altri’ fornita soprattutto dai social e dalla rete. Lì tutto è finzione, tutto è sovrastimato, ridondato, accresciuto, trasformato. Inoltre, gli ‘altri’ con cui ci si confronta, sono, molto spesso, Vip o emeriti sconosciuti che millantano competenze, risorse economiche, prestanza fisica e caratteriale da mettere a disposizione degli amici di rete.
In realtà, chi si espone in vetrina, tendenzialmente lo fa per trarne un guadagno in termini di fama o monetario; ‘abbellisce’, rende accattivante, accomoda le qualità reali agli interessi eventuali dell’acquirente. Questo vale per qualsiasi prodotto, servizio, competenza proposta al mercato dell’utenza.
Lo affermo come se questo fosse un dato acquisito, un dato certo, da utilizzare nel valutare l’offerta, nel ricordarsi che è tale. Invece buona parte della popolazione giovanile, e non solo, considera l’offerta come corrispondente al reale punto a punto, onesta, cristallina, veritiera; e così nel raffronto risulta molto spesso perdente, inadeguata, insufficiente.
Capita infatti che, per esempio, nell’organizzare il proprio diciottesimo o le vacanze estive, ci si confronti, anziché con compagni ed amici coetanei, con estranei appartenenti a chissà quale contesto geografico, culturale, sociale o agenzia che promuove i propri servigi nell’organizzare feste di compleanno o vacanze sotto mentite spoglie. Oppure che nel prendere a modello un tal attore non si realizzi che ciò che indossa durante le riprese non gli appartenga e magari non sia neppure di suo gusto ma debba indossarlo per esigenze promozionali. Ne consegue che diciottesimo, vacanze e outfit diventino a volte fonte d’ansia anziché divertimento e benessere e qualora non vi fossero risorse o condizioni per soddisfare gli alti standard, si trasformino in brucianti rinunce e delusioni.
Difficile stare a solo a guardare mentre questo percorso guidato verso la caduta della self efficacy si realizza. Sicuramente dobbiamo fare i conti con dei professionisti della vendita, sempre più scaltri e sempre più competenti in merito all’influenzamento psicologico di individui, gruppi e masse. Dall’altro lato però, anche l’approccio d’accesso all’informazione non sembra particolarmente funzionale.
Possiamo chiamarla ingenuità, semplificazione, disinformazione o ridotto utilizzo del pensiero critico?
È stato piacevolmente sconcertante, durante le vacanze, aprire il giornale e trovare una pagina quasi intera dedicata ad un articolo di Susanna Tamaro (Corriere,2.8.25) che giunge a conclusioni analoghe, ‘La folle accelerazione degli ultimi trent’anni è riuscita a portare a termine il piano dell’orco: dipendenza, distrazione, manipolazione, passività, accompagnate dalla totale assenza di pensiero critico ’. Ci segnala l’allarmante numero di Neet, cioè ragazzi che non studiano e non lavorano, e dell’apatia depressiva dilagante tra le ultime generazioni. Al tempo stesso però ci richiama al fatto che, invece, i tanti giovani luminosi e pieni di energia che fortunatamente animano il mondo, ‘hanno avuto la fortuna di incontrare nella loro vita un adulto _ genitore, maestro, professore, amico _ che li ha visti e li ha saputi guidare, prendendosi cura di loro con autorevolezza e attenzione’.
Avverto questo bisogno prepotente dei ragazzi, che ogni tanto sale in superficie e prende voce come quando Daniel mi ha chiesto in seduta “Ma lei cosa sta facendo per la crisi globale?” quasi con tono di sfida, o quando Adriel, piangendo, mi ha raccontato quanto fosse preoccupato per le sorti della terra e insieme abbiamo cercato strategie anche individuali nel fare e nell’informarsi.
Spesso mi chiedo come o dove o da chi ho imparato a non far troppa confusione tra essere ed avere, apparire e vivere, sedurre e amare, pensare e agire. Sicuramente tanti eventi e la professione mi tengono attaccata al vero reale del sentire e sostenere, ma la mia ricerca porta sempre là, alla scuola.
La scuola per me è stata la salvezza dalla noia della reclusione familiare, la gioia della scoperta di cosa poter imparare ogni giorno; è stata la porta aperta sulle faticose, conflittuali, meravigliose relazioni sociali. Realizzo solo ora che il mio primo giorno di scuola è stato nell’ottobre del ’68 e mi chiedo il senso profondo di questo.
Le medie poi sono state il mio paradiso: le relazioni erano migliorate, coltivavo le mie passioni per la musica, la lettura, il disegno, piccole collezioni, la personalizzazione, con disegni e immagini a tema, della copertina dei miei libri di scuola; con poco studio ottenevo voti in buona posizione, avevo mediamente insegnanti simpatici, curiosi ed interessanti.
Nel tempo ho capito che il loro insegnamento più prezioso e il loro merito maggiore sia stato quello di far nascere, coltivare e rafforzare ogni giorno il mio pensiero critico.
Ricordo che si irritavano parecchio quando noi ragazzi non riuscivamo a sostenere le nostre opinioni; ricordo bellissime discussioni, non era facilissimo ma, piano piano, ho imparato a pensare con la mia testa. Così tanto da diventare una specie di extraterrestre! Così tanto da provocare l’irritazione di amici e compagni per il mio soppesare e valutare i pro e i contro di tutto, per essere sempre partecipativa, consultativa, cercare di tener conto del pensiero altrui. Erano gli anni ’73-’75.
Sebbene questo tratto venisse comunque conservato, in quegli stessi anni mio padre, incalzato da quella super esigente di mia madre, cominciò a pensare che studiassi troppo poco, negoziammo per due ore al giorno. Stimavo moltissimo mio padre, mi venne il dubbio che avesse ragione, che potessi/dovessi uscire dalla mediocrità dei miei voti e raggiungere risultati migliori. In quel caso il mio senso critico non funzionò del tutto e così entrai nella pericolosissima area dell’ansia da prestazione e impiegai poi un tempo infinito per uscirne. E pensare che di Kant non avevo capito un granché ma riguardandolo ora rivaluterei il suo obiettivo di voler esaminare possibilità, limiti e validità della conoscenza umana, così come la rilevanza dell’opporsi sia al dogmatismo che allo scetticismo che prendono piede, attraverso l’approccio critico.
Mi rendo conto di aver conosciuto il paradiso, averlo frequentato e credo così dovrebbe essere la scuola per i ragazzi, un posto dove crescere, diventare uomini e donne responsabili, critici, riflessivi, relazionali.
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