La “tenerezza” di Don Milani

di Monica Piolanti

Siamo reduci di una cultura che dall’Umanesimo all’Illuminismo, dal Positivismo al mito tecnocratico, ha sempre privilegiato la razionalità specifica, confinando ad un livello di sostanziale inferiorità la dimensione emotivo-affettiva dell’uomo. Ciò ha prodotto una sorta di frantumazione dell’io, causa di tanti disagi attuali e di pericolose deviazioni della nostra vita psichica.
Come precisava Vanna Iori in un suo contributo dal titolo   “…nel tempo della ragion tecnica, i sentimenti e le passioni sono generalmente intesi come elementi di disturbo della razionalità e del pensiero logico. Sono ritenuti addirittura pericolosi per la scienza, la filosofia, la razionalità. Perciò sono ancora estromessi, negati, considerati un errore e una scorrettezza nelle pratiche educative, sociali e sanitarie”.

Per questo, da un po’ di anni, è sostanzialmente mutato l’orientamento degli indirizzi psicologici e pedagogici, oggi miranti a privilegiare il carattere unitario e sistemico della personalità umana, nella quale il sentire, il “pensare” e l’“agire” non sono mai disgiungibili.
La pedagogista suddetta nota, infatti, da una prospettiva fenomenologico-esistenziale, che “… il solo logos si è rivelato troppe volte insufficiente e inadeguato a fornire risposte, davanti ai momenti di più alta intensità emotiva. Nella concreta esperienza vissuta dell’aver cura, ma anche consapevolezze nuove, che alimentano la capacità di offrire risposte autentiche”.

Di qui scaturisce un suggerimento che la Iori non manca di evidenziare: quel che occorre è: “…tornare a recuperare ciò che si è perso nella cultura occidentale, ossia il legame tra logos e pathos. Il grande predominio della razionalità ha estromesso il pensiero poetante: da Platone a Cartesio, da Kant ad Hahermas. Nell’istanza di un rigore, coincidente con la razionalità, sono state trascurate le possibilità di accesso alla conoscenza, che derivano dalla poesia, dalla musica, dalla pittura. Dall’esperienza artistica nascono i saperi che aprono alla condivisione del comune mondo della vita, al con-sentire”.

Così è capitato che, sotto l’effetto di questa cultura dominante, anche il giudizio su autori come Don Milani sia stato viziato da un’ottica monoculturale, sollecitando una lettura “parziale” dell’uomo e dell’opera.
Forse è arrivato il tempo di rileggere, anche alla luce delle nuove prospettive culturali e psico-socio-pedagogiche, la vita e l’opera di Don Lorenzo Milani, sottraendola ai condizionamenti ideologici, lasciandoci guidare “in primis” da questo bisogno di ricomporre ad unità interpretazioni e giudizi più o meno a caldo, partendo proprio da un riesame integrale dei vissuti dell’uomo, che recenti studi hanno illuminato con convincenti documentazioni.

In particolare la mia curiosità cognitiva mi ha spinto ad esplorare il mondo emotivo-affettivo di Don Lorenzo, da un’ottica che mi consentisse di venire a capo di tanti risvolti e di comportamenti apparentemente enigmatici, che sono sottesi alla sua originalissima pedagogia. Così mi si è chiarita la bivalenza della personale identità dell’uomo, una bivalenza che ho creduto di sintetizzare nelle due categorie della tenerezza e del rigore, che scaturiscono dalla medesima matrice, e che costituiscono i tratti più significativi della sua complessa personalità.
Mi sono così convinta che l’intelligenza del cuore possa concorrere ad illuminare alcune scelte di fondo operate dall’uomo e dal prete, come ad esempio le scelte pedagogico-culturali e quelle socio-politiche.

Ma scendiamo più opportunamente più nei dettagli, illuminando quanto più possibile le due categorie suddette. Cominciamo con le potenzialità dell’intelligenza affettiva di Don Milani, a partire da alcuni suggerimenti che ci vengono dalla nota biografia del Priore di Barbiana, curata da Neera Fallaci.
La scrittrice dedica pagine acute sull’indagine della qualità dei rapporti che Don Lorenzo intrattenne con la madre Alice, cui fu legato da tenerissimo affetto. In una lettera alla madre del 1948, che risale agli anni della Cappellania di S. Donato, Don Lorenzo Milani afferma: “Quando Elena (la sorella) sarà sposata non verrai a stare con me? Te farai da parroco e io ti farò da serva. Io l’ho sempre pensato e sono sicuro che saresti fantastica per educare un popolo e un prete. Se vieni te rinuncio ad essere povero e metto l’ascensore, lo sciacquone, l’acqua corrente e poi mi trovo una figliola per cucinare e le giovani dell’Azione Cattolica per spazzare e spolverare e fare il bucato. Vedrai che ditta!”.
Ma se, a S. Donato, Don Milani poteva ancora sperare che la madre andasse a vivergli vicino, quando fu esiliato nel “penitenziario ecclesiastico” di Barbiana, come lo chiama la Fallaci, la tenue speranza “tramontò per sempre”.
E questo costò parecchio a Don Milani che, come nota la Fallaci: “…s’illuminava come un albero di Natale quando lei andava a trovarlo, ed era pieno di delusione quando lei non si faceva viva (“ier l’altro stessi ad aspettarti dalla mattina presto, sempre a guardare la strada”).
E quando la signora arrivava lassù, riceveva un trattamento da VIP (persona importantissima). Era l’unico strappo all’austero regime di vita della comunità barbianese… . Don Lorenzo scriveva più lettere alla settimana a sua madre. E quando d’inverno la posta non poteva circolare tramite la maestra della pluriclasse di scuola elementare che la prelevava all’Ufficio Postale di Vicchio, per non rimanere senza notizie il Priore scendeva lui stesso in paese con gli sci, facendo a piedi tra la neve tanti chilometri per raggiungere la madre telefonicamente.
Infatti il Priore, nota la Fallaci, aveva costantemente bisogno di consigli e di pareri, anche se spesso capitava che facesse di testa sua.

Ad ogni modo Lorenzo con la madre usava sempre un tono dolce e rispettoso. La Fallaci riferisce un episodio che dà la misura della qualità della “tenerezza” di Don Milani: “Struggeva osservarli insieme. Per esempio vedere Don Lorenzo seduto sul divano di casa col braccio intorno alle spalle della mamma e col capo addirittura appoggiato sulla spalla di lei. Eppure se c’era da rubare mezz’ora di tempo, lo rubava alla mamma e non ai ragazzi…La mamma aveva le sue amicizie, i suoi libri, il suo salotto, la sua bella casa comoda col riscaldamento. I ragazzi non avevano che lui. Il Priore diceva spesso: “La mia famiglia di Barbiana” e “i miei parenti di Firenze”. Una distinzione che tenne presente anche quando scrisse il proprio testamento”.

A quella “famiglia di Barbiana”, i suoi allievi, nel testamento lascerà questo messaggio: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”.
Sono parole rivelative di quella “tenerezza paterna”, che è una sottile chiave di lettura della sua intima identità. E del resto, in altre parti delle sue lettere ad amici ed estimatori,
Don Milani non ha lesinato questo aspetto della sua identità. In una lettera all’amico Giorgio Pecorini e contenuta in un volume pubblicato da quest’ultimo, Don Lorenzo spiega la qualità degli affetti che circolava nella “famiglia” dei suoi scolari.
Facendo riferimento ad un incontro avuto a Barbiana con due giovani sacerdoti di Cremona, don Lorenzo così si esprime: “ E io come potevo spiegare a loro, così più e così puliti, che io e i miei figlioli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli sbocciare, per farli fruttare…E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto d’amare troppo… E chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso… se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio, e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?”

Ora queste affermazioni che rivelano la totale dedizione di Don Milani al concetto di “medesimezza umana”, tesa ad elevare la condizione psicologica e morale di quei montanari di chi si era volontariamente assunto la cura educativa, da parte dei suoi detrattori hanno subito anche un processo di inquinamento, che avrebbe denotato  “una più o meno conscia tendenza (del Priore di Barbiana) all’omofilia. Altri, prosegue Rolando Perri, “hanno creduto d’individuare in lui un fondo di misoginia, da attribuire in parte a una generica tradizione antifemminista del clero cattolico, ma in parte anche a problemi psicologici dello stesso Don Lorenzo.” Infine altri studiosi, definendo Milani “uomo di cuore e di sentimenti”, hanno tratteggiato di lui, come nota il Perri, “..un profilo di persona ricettiva di uno stato d’animo proiettato verso gli altri sempre con grande disponibilità affettiva. impregnato di un forte amore altruista e carico di significati spirituali elevati. Ciò con l’intento di spazzare via dal terreno friabile delle allusioni, delle illazioni e delle calunnie – originate da forme accentuate di invidia e di ostilità proprio da parte dei confratelli- tutti gli equivoci e i luoghi comuni che si addensavano e gravavano sulla personalità del religioso toscano.”

Mi pare che le parole più convincenti , capaci di mettere a fuoco la tenerezza di Don Milani, siano quelle utilizzate da Neera Fallaci, che così spiega perché il Priore considerava i ragazzi di Barbiana come dei “figlioli”: “Quando conosceva un bambino, era subito suo. E’ indicativo il caso di Marcello. Don Milani… aveva una fobia per il sangue. L’unica volta forse , in cui non gli fece impressione fu appunto quando conobbe Marcello”.
Il bambino si era mozzato una falange di un dito, era lercio, piangeva,. Ciò nonostante il Priore “gli andò incontro, lo prese in braccio, gli fece una gran festa e, da allora , quello divenne il suo bambino prediletto. Perché era l’ultimo degli ultimi: a cinque anni non sapeva nemmeno parlare”.

Sicuramente ha ragione Don Bruno Brandani quando spiegava che a Barbiana, Don Milani vide svilupparsi il suo senso di paternità : Si sentiva davvero un babbo per quei ragazzi . Stravedeva per loro, non li giudicava in maniera oggettiva : proprio come fanno di solito , i genitori coi figli”.
In tal senso si spiega la reazione che ebbe Don Milani quando si sentì dire da uno psicologo che Marcello era “minorato psichico grave”: una sentenza difficile da accettare da parte di un genitore, o da uno che a tutti gli effetti funge da genitore. Fu così che Don Milani decise di curare Marcello da solo, ricorrendo alla strategia pedagogica della tenerezza , attraverso le attenzioni , come ad esempio quella che consisteva nel parlargli costantemente in modo che si abituasse ai suoni verbali, per imparare nel tempo a pronunciarli.
Con Marcello Don Milani non si arrendeva mai : insisteva con dolcezza , nonostante gli innumerevoli tentativi falliti. Poi Marcello pronunciò le prime parole e infine una frase intera. E così la scoperta della terapia continuò per tutti e tre gli anni che rimasero da vivere a Don Milani.

E quando dal 1957 a Barbiana furono accolti anche Michele e Franco Gesualdi, prelevati su suggerimento di un altro prete, dall’orfanatrofio di Prato, la canonica si animò.
Accanto alla presenza di nonna Giulia e della figlia Eda Pelagatti, che accudivano amorosamente il Priore gratuitamente, i due ragazzi portavano una ventata di vivacità, ma soprattutto contribuirono all’allargamento della famiglia.

Nota al riguardo la Fallaci: “Il senso materno dell’Eda era risvegliato più da Michele che da Francuccio che le crescevano in casa : gli altri ragazzi la sera tornavano alle loro famiglie. Ma quando l’Eda diceva : A me sembra di voler più bene a questi due figlioli qui, Don Milani l’interrompeva subito: “Per me sono figlioli tutti uguali”. E infatti Don Milani sosteneva che per fare scuola bisognava credere con tutta l’anima a quello che si fa e saper amare “fino all’osso” i figlioli che si vogliono far crescere. Franco Gesualdi , figlio spirituale di Don Milani , nonché suo attento studioso, presidente dell’attuale fondazione “Don Milani” con sede a Barbiana, testimonia che il Priore si innamorava delle creature che gli venivano affidate in cura. E aggiunge: “Le cose più belle e più vere si fanno quando c’è del sentimento. La persona fredda, tutta cervello, potrà far bene la politica, ma non sarà mai un buon insegnante”.

Neera Fallaci riferisce che più di una persona può testimoniare di aver visto Don Milani piangere perché Michele, nell’adolescenza, ogni tanto scappava dalla canonica. E questo non solo perché il Priore si sentiva afflitto in quanto responsabile come padre , ma anche perché il ragazzo così facendo si allontanava dalla scuola.
La Fallaci nota infatti che Don Milani di fronte all’abbandono dello studio da parte di un allievo di Barbiana, “si rimproverava di non essere riuscito ad aiutarlo. E cita al riguardo una lettera: “Il Turchi è tornato oggi finalmente dopo avermi fatto rodere il cuore dalla passione per due mesi. E’ venuto solo per salutare e non vuole tornare a scuola, ma insomma un cretino come me si consola lo stesso anche solo a vederlo, così povero, così umile, così sconfitto. L’ultima ruota del carro di Vicchio rassegnata a restare l’ultima per sempre, lui come suo padre, come i suoi figlioli”.

Il rammarico di Don Milani non era solo per la perdita di un allievo, ma anche per non essere riuscito ad essere convincente nei riguardi del genitore, che riconosce essere rassegnato ad una subalternità, dovuta a scarsa consapevolezza del futuro, alla incapacità culturale di le
Un amico del Priore, Don Auro Giubbolini, riferisce alla giornalista Fallaci che per convincere un genitore a cambiare opinione sul valore dell’andare a scuola, Don Milani arrivò persino a fare lo sciopero della fame per convincere quel genitore a far tornare a scuola quel ragazzo. E pur essendo già malato, il Priore, avvolto nel suo grande mantello, andò a sedersi sulla panca della casa di quel contadino, iniziando lo sciopero della fame . Sulla tenerezza e sulla dedizione agli ultimi, coi quali si trovava ad interagire nei luoghi della sua missione educativa, non occorre aggiungere altro, tanto sono eloquenti gli argomenti sopra riferiti. E ciò contribuisce a smentire una tradizionale immagine di Don Milani che lo vuole uomo di testa, di pura lucida critica. E’ evidente come alla base della sua azione ci sia una scelta di vita dettata dalla passione, da un ardore quasi paolino che ricorda la passione di Gesù per gli ultimi. Come si spieghi tutto ciò e cioè la priorità in Don Milani del dato della tenerezza rispetto al rigore razionale viene più facile da spiegare se ci si affida anche al volume di Rolando Perri (“Presenze femminili nella vita di Don Lorenzo Milani. Tra misoginia e femminismo ante litteram”) che indaga il ruolo di alcune figure femminili nella vita e nella formazione umana del Priore. La rassegna di queste presenze femminili comincia da Carola, nutrice affettuosa e premurosa; per considerare poi Carla, la ragazza di cui Lorenzo si era invaghito negli anni del Liceo; la signora Silvia, zia generosa e comprensiva , sulla lunghezza d’onda del nipote; la madre Alice, tenera con Lorenzo , nonostante il rigore che la connotava nell’accompagnare le scelte del figlio; Giuia Lastrucci Pelagatti, nonna saggia e accattivante; Eda Pelagatti, sorella in terra e non perpetua. Un’affettività quella di Lorenzo nei confronti di Carola che andava oltre i confini del suo ruolo di balia in termini di riconoscenza, di apprezzamento e di amore filiale, tanto da spingere il sacerdote nell’incontro avuto a Barbiana con la stessa Carola a esclamare: “ La mia mamma sei te!” . Una seconda figura di donna che in qualche modo ha segnato la vita affettiva di Lorenzo, negli anni dell’adolescenza è Carla Sgarbi, figlia di un amico del padre di Lorenzo e conosciuta nel corso della frequentazione da parte delle due famiglie dei giovani. Per questa persona, Lorenzo provò un forte sentimento. Ne sono testimonianza le numerose lettere che i due giovani si scambiarono e che solo l’amico di seminario, Don Auro Giubbolini, ebbe l’opportunità di leggere.

La tenerezza di Don Milani è ravvisabile anche nel rapporto che intrattenne con la zia Silvia, di cui Lorenzo era il nipote prediletto. L’affetto che legava il nipote alla zia era profondo, coinvolgente. Ma le due figure femminili che condivisero più da vicino la loro vita con Don Milani furono Giulia Lastrucci (nonna Giulia) e la figlia Eda. Entrambe decisero di seguire il sacerdote quando egli fu trasferito nel penitenziario ecclesiastico di Barbiana per fare la volontà di Dio.
Nonna Giulia era una donna dalla intelligenza molto vivace e in possesso di quelle doti di serenità e di saggezza che frequentemente hanno origine dall’aver sofferto parecchio nella vita. Per questo il feeling con Don Lorenzo era perfetto, in quanto ella aveva avuto modo di sperimentare sulla propria pelle sofferenze, privazioni e disagi, condizioni tipiche degli esclusi e degli ultimi, con i quali il prete del Mugello si era apertamente schierato nel suo apostolato di fede e di formazione.
Nonna Giulia era per Don Milani il banchiere privato che sovveniva a tutte le urgenze di uno spendaccione come il prete fiorentino; era la guaritrice di malanni che ricorreva alle erbe e agli unguenti per farli passare. Ed era persino impiegata nell’insegnamento ai ragazzi che frequentavano la scuola di Barbiana. Ma tra le figure femminili quella che maggiormente stimolò, accanto e oltre la madre, la tenerezza di Don Milani fu certamente Eda Pelagatti, la figlia nubile di nonna Giulia, che come questa seguì il Priore nel suo trasferimento da Calenzano a Barbiana.
La Eda, come veniva chiamata, era non solo la custode della canonica a costo zero, ma l’impagabile e la ineguagliabile figura di sostegno del Priore, espressione di fedeltà e gratuito servizio alla causa milaniana. C’è una presentazione di lei molto efficace, che R. Perri ci ha lasciato: “Noi siamo abituati a rapportarci con un identikit di perpetua , tratto dalla tradizione manzoniana, ovvero quello di una donna servizievole con un prete, chiacchierona, petulante e invadente col mondo esterno, piegata soltanto a essere uno strumento materiale della vita di una parrocchia: Eda fu tutto fuorché questo”. Più che una santa Perpetua, a Barbiana Eda la direttrice e la saggia amministratrice di una scuola-collegio, di un grande albergo; ma soprattutto era la mamma dell’intera famiglia – comunità – specialmente per Michele e Francesco Gesualdi, i due orfani pugliesi che, dal 1957, divennero ospiti permanenti del Priore. Scrive al riguardo il Perri: “Eda aveva un senso materno che si espandeva con tutta la sua forza e la sua prodigalità d’amore anche in direzione di Marcello, il bambino con gravi minorazioni al centro dell’attenzione e della cura del prete fiorentino e di quanti avvertivano la sensibilità di donare tanto amore, affetto e calore umano a un essere fragile e sfortunato, che altrove sarebbe stato ignorato ed emarginato”.

Bibliografia
V. Iori (a cura di), Il sapere dei sentimenti. Fenomenologia e senso dell’esperienza. Fenomenologia e senso dell’esperienza, Milano, F. Angeli, 2009
D. Milani, Alla mamma. Lettere 1943-1967, a cura di G. Battelli, Genova, Marietti, 1990, cit. in, N. Fallaci, Vita del prete Lorenzo Milani. Dalla parte dell’ultimo, Milano, F.lli fabbri, 1973
G. Pecorini, Don Milani! Chi era costui?, Milano, Baldini e Castoldi, 1996
R. Perri, Presenze femminili nella vita di D. Lorenzo Milani. Tra misoginia e femminismo ante litteram, Firenze, LEF, 2009
Braccini-Taddei, La scuola laica del prete Don Milani, Roma, Armando, 1999

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