Scuola, ma non è una cosa seria…

di Mario Maviglia

L’obiettivo di ridare serietà alla scuola sembra essere diventato una sorta di mantra per la classe politica attualmente al potere, e in modo particolare per l’attuale ministro dell’istruzione Valditara. Volta per volta il termine “serietà”, in riferimento alla scuola, assume – nel linguaggio politico-ministeriale – vari e diversi significati, creando quasi un florilegio semantico: si va dall’impegno nello studio e nell’apprendimento (che spesso assume le connotazioni del sacrificio) al rispetto delle autorità scolastiche (i docenti, in primo luogo) e delle regole fissate dalla scuola, dalla correttezza del comportamento alle punizioni disciplinari per reprimere condotte ritenute incongrue, dalla sottolineatura della responsabilità individuale alla sottomissione al potere culturale e gerarchico del Magis.

Frequentemente il ministro e la sottosegretaria all’istruzione stigmatizzano la necessità di riportare la scuola ad una dimensione di serietà, anche se quasi sempre questo obiettivo assume un retrogusto nostalgico verso una scuola che – prima dei guasti provocati dal ’68, dagli approcci attivistici e dalla pedagogia progressista, secondo gli attuali governanti – garantiva disciplina, bocciava, faceva andare avanti i meritevoli e trasmetteva le conoscenze necessarie per formare i buoni cittadini.

D’altro canto, non è un caso che molti interventi normativi dell’attuale ministro vadano nella direzione di recuperare questa perduta e fantasticata serietà della scuola, attraverso misure punitive e repressive che, nel loro intento ideologico, dovrebbero riportare la scuola sui binari della disciplina, dell’ordine e della produttività.

È significativo però rilevare che, mentre il ministro e la sottosegretaria sono particolarmente attenti a reclamare la serietà in riferimento ai diretti protagonisti della scuola (dirigenti, docenti, personale Ata, genitori ecc.), appare del tutto assente il riferimento all’impegno, allo studio e al sacrificio che dovrebbero contraddistinguere l’azione della classe politica al governo. In sostanza, l’esigenza di “serietà” non sembra coinvolgere l’azione dei decisori politici, che – evidentemente – si percepiscono intrinsecamente (se non ontologicamente) – “seri” nello svolgimento delle loro funzioni. Eppure vi sono non pochi esempi che danno l’idea di come la scuola non appaia molto seria, e non per colpa di dirigenti, docenti, personale Ata, genitori ecc., ma per l’insipienza, l’incompetenza o il disinteresse di chi gestisce la macchina politico-amministrativa del sistema scolastico.

Prendiamo l’esempio dell’inizio dell’anno scolastico. Una scuola “seria” dovrebbe garantire la presenza di tutti i docenti nelle classi fin dal primo giorno delle lezioni, anche perché la data di avvio dell’anno scolastico non è un dato incognito o imprevedibile o legato a particolari eventi non programmabili, ma è un dato ampiamente conosciuto e dunque potrebbero (dovrebbero) essere messe in atto soluzioni adeguate per evitare che gli studenti siano privati del diritto ad apprendere fin dal primo giorno di scuola. Eppure quest’anno, per fare un esempio, nella sola Lombardia, alla ripresa delle lezioni, ci saranno circa ventimila cattedre scoperte; difficile pensare che tutte verranno coperte prima dell’inizio delle lezioni.

La serietà della scuola la si misura anche dalla permanenza dei docenti, per tutta la durata dell’anno scolastico, nelle classi loro assegnate. Eppure, per meccanismi incomprensibili ai comuni mortali, troppo spesso sullo stesso posto si procede a più nomine nel corso dell’anno, con conseguente cambio dei docenti. Particolarmente interessati a questo fenomeno sono i posti di sostegno, coinvolti nel congegno dei cosiddetti “aventi diritto”. Si determina in tal modo un carosello di docenti che in molte scuole si protrae fino alle vacanze di Natale e proprio su queste cattedre che invece dovrebbero garantire la maggiore continuità didattica considerata l’utenza di studenti a cui si rivolge.

Una scuola seria è quella scuola che può contare su indicazioni per il curricolo capaci di delineare un panorama di obiettivi da raggiungere avendo come quadro di riferimento la scuola del prossimo futuro; insomma, una scuola che sappia favorire l’apprendimento dei ragazzi e delle ragazze in un contesto educativo solidale e cooperativo. Le Indicazioni Nazionali del luglio 2025 delineano invece una scuola che guarda al passato, che riduce l’insegnamento della storia (per fare un esempio) all’aneddotica della Piccola vedetta lombarda o di Anita Garibaldi invece che offrire quadri di lettura storicamente pregnanti in riferimento all’età degli allievi.
Nelle Indicazioni Nazionali targate Valditara la serietà viene confusa con l’indottrinamento ideologico, con la trasmissione di nozioni (confuse a loro volta con le conoscenze), con una marcata nostalgia verso la scuola del passato, ossia verso una scuola elitaria e competitiva; una scuola preoccupata di instillare procedure e comportamenti predefiniti e convergenti, più che promuovere il pensiero critico e divergente degli allievi.

La scuola appare ancor meno seria se si considerano i livelli retributivi dei docenti italiani rapportati alla media delle retribuzioni degli insegnanti dei paesi dell’area OCSE. Infatti gli stipendi dei docenti italiani di scuola primaria risultano inferiori del 17% rispetto a quelli dei colleghi della zona OCSE. Inoltre, dal 2015 in tutti i paesi dell’OCSE gli stipendi medi degli insegnanti di scuola primaria sono aumentati mediamente del 14,6%, in Italia, nel 2024, sono diminuiti del 4,4%.
Di fatto oggi gli stipendi dei docenti italiani non riescono a garantire il potere d’acquisto dei docenti, eroso dall’inflazione. Quando si parla di ridare dignità ai docenti, di innalzare il loro prestigio e la loro reputazione sociale (espressioni spesso usate dall’attuale ministro), ci si dimentica di dire che uno dei fattori che più rimarcano questa condizione è proprio l’aspetto retributivo. Probabilmente, procedure di selezione del personale docente meno bizantine di quelle attuali e più “seriamente” focalizzate a verificare la propensione e la preparazione all’insegnamento, unitamente a una remunerazione più dignitosa e meno offensiva, potrebbero attirare all’insegnamento persone più qualificate e disponibili ad accettare le sfide che questa professione inevitabilmente comporta.

Abbiamo accennato in apertura alla insensibilità o disinteresse dei politici al potere verso l’istruzione. Com’è noto, una scuola “seria” richiede finanziamenti adeguati per poter funzionare in modo adeguato. Ebbene, in Italia la spesa complessiva dello Stato, dalla scuola dell’infanzia all’università, ammonta al 3,9% del Pil contro una media OCSE del 4,7%. E non dimentichiamo che, mentre si discute di portare la spesa militare al 5% del Pil da qui a qualche anno, non altrettanto si fa per equiparare la spesa per l’istruzione alla media OCSE.

Insomma, una scuola seria presuppone governanti seri, meno obnubilati dall’ideologia e più preoccupati di innalzare “seriamente” il livello di qualità della scuola italiana. Ma questo, in Italia, non sembra un discorso serio.

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