Mamma mia, dammi cento lire… ovvero la fine della scuola pubblica

di Carlo Ridolfi

… che in America voglio andar, recitano i versi iniziali di un notissimo canto popolare della fine del XIX secolo che parlava di emigrazione.
Forse c’è qualcuno che vorrebbe portarla qui, l’America, ovviamente intesa come United States of…, soprattutto per quanto riguarda il sistema dell’istruzione.
Risulta quindi molto utile la lettura di un lungo articolo che è anche lanciato dalla copertina del n. 1631-12 settembre 2025, di Internazionale, tradotto dall’Harper’s Magazine e scritto dal giornalista e scrittore Chandler Fritz, dal titolo La fine della scuola pubblica.
Quando, anche nel dibattito italiano, si incontra chi denuncia la pervasività del ‘credo’ neoliberista anche nella scuola, si pone il punto di partenza, lontano nel tempo, per analizzare la situazione odierna.
Come ricorda Fritz, infatti, è del 1955 il saggio The role of government in education (Il ruolo del governo dell’educazione), redatto da Milton Friedman, economista e guru massimo della scuola di Chicago, che ha definito le linee guida teoriche, poi poste in pratica, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, della messa in discussione, fino al quasi abbattimento, del Welfare State, in nome della libera scelta degli individui in campi come la sanità, l’istruzione, l’abitare e così via.
Raccomandando la separazione tra finanziamento dei sistemi di istruzione e gestione degli stessi, Friedman e i suoi epigoni hanno legittimato ‘scientificamente’ le scelte successive dei governi e delle società, che ci hanno portato alla situazione attuale, che, in USA, giustificano quasi in pieno il titolo dato all’articolo.

Esempi di applicazioni pratiche? Nel 2022 il governatore dell’Arizona, Doug Ducey, firma una legge che istituisce il programma Empowerment scholarship account (Esa), grazie alla quale le famiglie possono ricevere direttamente i fondi che lo stato avrebbe destinato alla scuola (pubblica): circa 7500 dollari annui ad alunno (con una moltiplicazione fino a sei volte tanto per gli alunni con disabilità).
“Tramite carte prepagate o un portale online – scrive l’articolista – i genitori possono spendere i fondi per risorse che, secondo loro, soddisfano meglio le esigenze dei figli”.

Una iniziativa del genere (poi seguita da altri stati americani e, ricordiamolo, con l’avallo odierno del presidente Trump, con l’ordine esecutivo firmato il 20 marzo di quest’anno, ha dato il via allo smantellamento del Dipartimento dell’Istruzione) porta con sé due conseguenze principali.
La prima è che, offrendo l’istruzione al mercato e non più alla regolazione pubblica, si presenta sulla scena una congerie di esperti, consulenti, società di servizi e così via, non sempre proprio di specchiatissima preparazione culturale, che si propongono alla nuova fascia di clientela rappresentata dalle famiglie con figli in età scolare.
La seconda – va considerato che queste iniziative governative hanno, di fatto, incoraggiato e sostenuto soprattutto scuole di marcato orientamento ideologico o religioso – è che, dato che molti genitori hanno così l’occasione per rifiutare il sistema pubblico di istruzione, considerato non affine alle proprie convinzioni, il controllo sulla qualità dell’istruzione stessa salta completamente.
Nel suo saggio del lontano 1955 Friedman parlava di parental choice, libertà di scelta dei genitori. Viene così messo in discussione il principio, fondamentale in una società che volesse mantenersi democratica, di una istruzione universale che abbia il diritto dello studente ad imparare come cardine.
Se io faccio parte di una famiglia convinta che la Terra sia piatta, l’esempio non è così lontano dalla realtà, almeno in Usa, posso così costruirmi una scuola su misura, finanziata dal sistema pubblico, nella quale racconterò questa e altre colossali inesattezze scientifiche, senza neppure aver bisogno di certificazione e valutazione della correttezza dei contenuti. (E c’è da sperare che mio figlio, che da grande vuole fare l’astronauta, ci riesca e scopra in età adulta, una volta lanciato nello spazio, che la Terra invece è tonda. Ma, questa è la domanda cruciale, sarà riuscito a diventare astronauta con una formazione di questo tipo?).

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