Non molto tempo fa ero già intervenuta sul tema dell’empatia perduta. Oggi desidero riprendere da dove ero arrivata per aggiungere alcune considerazioni che avevo intuito ma che ora sono diventate certezza.
I recenti fatti di cronaca ci portano a fare delle considerazioni desolanti e insieme molto dolorose, indotte da moti di orrore e direi quasi di ripugnanza.
L’ultimo episodio risale alla recente vigilia di Natale in cui dopo essere stati lasciati alla deriva, senza intervento di soccorso, 116 migranti ( 1 sopravvissuto!) partiti dalla coste della Libia ancora il 18 dicembre, sono stati lasciati naufragare miseramente nel Mediterraneo, nonostante le guardie costiere fossero state avvertite. Nessun grido di dolore.
Tutti poi a festeggiare il Natale come niente fosse: indifferenti e sfrontati. Sui social senza vergogna sono comparsi commenti del tipo ”potevano starsene a casa loro”…
Lascio perdere le considerazioni strazianti riguardanti GAZA, il silenzio assordante cinico e colpevole del nostro governo e il rendere muto chi ancora usa la logica binaria e non padroneggia ancora il “paradigma culturale della complessità” (a proposito di Indicazioni 2025!) non riuscendo ancora a condannare “sia” Hamas “che” il genocidio da parte di un Nethanyahu, sterminatore razzista determinato. Su tale argomento vi consiglio il saggio “Per Gaza” del lucidissimo Tomaso Montanari.
La soggiacente formazione pedagogica che mi caratterizza però mi porta a tentare di piegare tali emozioni all’interno di una riflessione tesa alla ricerca di un riscatto o almeno ad una svolta educativa correttiva. Non posso darmi per vinta. Non posso…
Tra le derive sociali più deleterie da tempo noi, persone di scuola, segnaliamo questi fenomeni.
L’INDIFFERENZA COME NON-CURANZA.
Questa tendenza sta crescendo in modo preoccupante. E’ per questo che le Indicazioni del 2012 avevano inserito nel progetto pedagogico anche l’educazione alla CURA, ( di sé, degli altri, dell’ambiente) mediandola da Hans Jonas, filosofo tedesco, mancato alla fine del secolo scorso, autore del famoso testo “Il principio Responsabilità”. Mai come ora bisognerebbe che queste raccomandazioni alla CURA fossero riprese dalle Indicazioni 2025. Ma come ben sappiamo: niente da fare.
Il filosofo lituano di origine ebraica Levinàs, inoltre, trent’anni fa, affermava invece che il “volto dell’altro mi interpella”, volto dell’uomo sofferente e morente, e dove “l’interpellare” aveva un significato profondo e quasi viscerale di richiamarci alla nostra umanità…
Beh oggi il volto dell’altro non solo non ci interpella più con questo significato ma stiamo purtroppo spesso verificando che invece di sollecitarci pietà, lascia via libera non alla semplice indifferenza ma addirittura al “sadismo”, alla “crudeltà”, e addirittura, alla “perversione”.
Da troppo tempo stiamo assistendo anche al fenomeno delle baby gang, formate da preadolescenti carichi di rabbia, ma ora ciò che sta succedendo da parte di questi ragazzini (e anche a volte da ragazzine) ha superato di gran lunga i limiti. Non possiamo tutti noi adulti non auto-interrogarci: famiglia e scuola. Ma sul problema dei ragazzini definiti di seconda o terza generazione (maranza) ritornerò con un altro post un’altra volta perché il fenomeno richiede una attenta correlazione tra “Frustrazione e Aggressività”(J.Dollard) che oggi però in un battibaleno si trasforma in violenza.
DISUMANITA’ NEL CAMPO DEL LAVORO
Ovviamente questo discorso sulla mancanza di umanità si collega anche al gesto commesso barbaramente un anno fa (in questi giorni si è aperto il processo) nei confronti del bracciante indiano di nome Singh, da parte di imprenditori travolti da una rincorsa avida e immorale al PROFITTO, costi quel che costi, fino appunto ad un omicidio efferato (perché di questo si tratta anche se commesso per mancanza spietata di soccorso!).
In tutti i casi che stanno purtroppo accadendo ai nostri giorni si nota la mancanza di empatia: dai migranti lasciati morire in mare come ricordavamo all’inizio (con le ONG spedite dal governo italiano il più lontano possibile per timore che possano salvarne troppi!!!); a tutti i casi provocati da un caporalato “schifoso” e da troppo tempo ignorato, coperto dal famigerato “far finta” di non sapere ciò che alligna nei campi da sud a nord, (modalità tipicamente italiana che si accompagna all’altra detestabile modalità che contrassegna spesso gli italiani “brava gente”, che si chiama “furbizia tornacontista”); fino agli agghiaccianti casi dei ragazzini che si accoltellano: tutti fatti in cui è sparita l’E M P A T I A.
E insieme all’empatia la nostra umanità.
Nessuno osi obiettare: non possiamo generalizzare…perché c’è sempre chi è pronto a buttare la palla in tribuna per alleggerire la situazione. Questo per me è il peggiore esempio di malafede esercitato da chi è abituato a manipolare e a portare acqua al suo mulino.
Questa assenza pericolosissima di empatia, che un po’ alla volta ci ha inaridito, riguarda tutte e tutti. Nessuno escluso. Possono esserci delle eccezioni? Certo ma non usatele per negare il problema. Interrogatevi anche su come mai nessuno interviene quando avvengono delle aggressioni per esempio su ragazzini per strada, in mezzo alla gente, come è successo recentemente a Milano.
IN COSA CONSISTE L’EMPATIA?
Edith Stein (filosofa ebrea morta ad Auschwitz nel 1942) che ha molto approfondito l’argomento, dice che “è un vissuto specifico …perché esperienza di una “non esperienza” che però ha i tratti emotivi-diretti-intuitivi di un vissuto personale ….: si fonda sull’uscire da sé, sull’incontro e l’apertura all’altro, che non è mai fusione affettiva o sconfinamento”, praticamente evita l’identificazione altrimenti ciò che stai provando è una commozione o un “sentire” che riguarda te stesso e non l’ALTRO….
Anche un altro studioso statunitense, M. Hoffman si è interessato dello sviluppo psicologico dell’empatia nel bambino : l’aspetto più interessante è quello che nel modello di Hoffman la condivisione empatica è messa in relazione con lo sviluppo “MORALE”.
Hoffman infatti fa emergere le radici affettive del comportamento morale e lascia grande spazio all’educazione, alla “compassione” ed alla promozione degli atteggiamenti positivi verso gli altri.
I NEURONI SPECCHIO
Da tempo sappiamo che anche attraverso la cosiddetta “prosocialità” assistiamo ad un’attitudine innata, di cui sono portatori/trici tutti i bambini e le bambine, che fa sorgere una predisposizione all’attenzione all’altro che andrebbe curata sia nelle femminucce ma anche nei maschietti….Conosciamo però oggi anche qualcosa di più scientifico che sono gli esiti delle ricerche delle neuroscienze con la scoperta dei NEURONI SPECCHIO (da parte di Gallese e Rizzolatti) che ci hanno reso edotti sull’ INTERSOGGETTIVITA’, cui siamo tutti programmati fin dalla nascita.
I neuroni specchio sono dei particolari neuroni, cellule cerebrali, che si attivano quando compiamo un’ “azione intenzionale” e che nello stesso modo si attivano in chi osserva questa azione.
Grazie a tale mirabolante scoperta noi dovremmo essere allora di riflesso portatori, attraverso la cosiddetta “simulazione incarnata”, anche della “consonanza intenzionale” di chi agisce, lasciando emergere così anche l’ EMPATIA nei confronti dell’altro con cui stiamo INTER-AGENDO!
Il problema di cui volevo parlarvi sta proprio qui.
La precocità con cui si manifesta questa interazione è visibilissima fin dalla nascita: se si osserva bene come lo sguardo della madre fin dall’allattamento indugia su quello del suo bambino. Poi vengono i vocalizzi, i sorrisi, le giubilazioni, perfino le smorfie della bocca che vengono imitate dal bambino un po’ alla volta come affascinato da questo gioco interattivo bellissimo.
La madre però deve indugiare piacevolmente in questa meravigliosa e coinvolgente attività, non deve essere sbrigativa e farsi trascinare dalla fretta. Esistono su YouTube dei filmati con queste interazioni che non mi stanco di guardare!
Si comincia dall’allattamento e si continua poi fino alla triade di cui parla Stern, rilanciato da Bruner, che ha utilizzato appunto una ricerca d Stern in cui egli aveva osservato che il neonato e la madre, dopo i primi mesi in cui appare l’intersoggettività ammaliante di cui abbiamo appena parlato, cominciano ad interagire con delle attività che sono preludio alla comunicazione verbale:
-attenzione condivisa,
-sguardo congiunto,
-azione reciproca.
Da questa dialettica prettamente corporea scaturisce la struttura del dialogo e poi del linguaggio verbale.
Da tutto ciò si evince tutta l’intersoggettività agita dai neuroni specchio tra la madre e la crescita psicologico-cognitiva del suo bambino.
ORA INVECE COSA STA SUCCEDENDO?
Le ricerche recenti dimostrano ma anche l’occhio attento di chi si interessa al problema ha notato che spesso le neo-mamme mentre allattano invece di concentrarsi sul proprio bambino si concentrano sul cellulare.
Si, avete capito bene.
E’ come se la dipendenza dallo strumento digitale fosse più forte del richiamo della natura o meglio della programmazione neuronale del nostro cervello. E’ veramente allarmante.
Io avevo già osservato le madri mentre portano a spasso il loro bambino nel carrozzino. Sistemano il piccolo in modo che guardi il mondo, ma non lo accompagnano con la loro voce a descrivere quello che possono vedere lungo il cammino che stanno facendo, oppure non lo girano in modo di essere viste loro:
il loro volto di madri soddisfatte, appagate e orgogliose che sorridono e lo vezzeggiano. Ne approfittano per tenersi ben stretto il cellulare tra la spalla e l’orecchio e finalmente si abbandonano alle telefonate quotidiane rimandate magari fino a quel momento.
A volte vedo più coinvolto il padre, se sta accompagnando madre e bambino nella passeggiata, e magari spinge lui il passeggino interagendo con il piccolo e manifestando un orgoglio finalmente liberato dal timore di mostrare tenerezza. Il vecchio stereotipo dell’uomo “rud” spesso finalmente è superato dai giovani padri!
Per non parlare dell’abitudine consolidata ormai di mettere a disposizione tra le mani del bambino il proprio cellulare o il tablet per farlo stare zitto…sempre più precocemente.
Le conseguenze già sono al centro di ricerche sugli effetti anche a distanza di tempo ravvisabili ormai nei disagi dei preadolescenti. Sì, perché gli anni passano e dopo il covid stiamo già registrando i “frutti”.
Quando verrà organizzata una “formazione alla genitorialità” come si deve? bypassando magari lo stereotipo IDEOLOGICO pericolosissimo che, comunque sia, la FAMIGLIA ha sempre ragione???