
di Dario Missaglia
Forse, per comprendere la tendenza al tramonto della memoria, dovremmo capire fino in fondo il senso dell’oblio nelle vicende umane.
Su questo ha riflettuto a lungo Günther Anders, filosofo tedesco del Novecento, autore de Il sole di Hiroshima. In quel testo memorabile del 1958, a pochi anni dall’Apocalisse nucleare, Anders si interrogava su ciò che fosse accaduto nelle menti e nelle coscienze per rendere possibile dimenticare tutto. E vedeva drammaticamente proprio in questo una nuova distruzione, non meno terribile di quella avvenuta nell’agosto del 1945.
Il mistero dell’oblio. Mistero, perché fatichiamo a comprendere il meccanismo interiore che ci spinge a far prevalere il desiderio di cancellare quanto di peggio abbiamo vissuto. I pesi troppo ingombranti non ci aiutano a vivere: ci tormentano, ci esauriscono. E allora avanza la rimozione: cancellare l’evento tragico per andare oltre, certo, ma con il rischio di ricadere in tragedie analoghe.
È l’opposto della rielaborazione, della resilienza: riflettere sulla durezza dell’evento per capire come superare il trauma e costruire nuove condizioni affinché non si ripeta.
La rimozione individuale prepara e alimenta la rimozione collettiva (che a sua volta cresce producendo nuove rimozioni individuali). Questo processo è agevolato dal sistema produttivo dominante, che ha bisogno di continuare a produrre per continuare ad accumulare. Non può fermarsi, non può permettersi soste riflessive. Il suo mito è l’eterno presente, la leggerezza e la velocità del non-pensiero, il culto di sé.
La resilienza è innanzitutto un processo sociale. Per superare, anche a livello individuale, una grave difficoltà, serve uno slancio solidale, un impegno collettivo: è ciò che talvolta accade quando facciamo i conti con tragedie come alluvioni o terremoti. Se la politica coglie questa potenzialità e la valorizza, allora la possibilità di un cambiamento diventa reale. Diversamente, il processo regredisce e si spegne nel mutismo o nella disperazione individuale.
Noi non solo abbiamo cancellato l’Apocalisse (di nucleare oggi si parla con un’incredibile disinvoltura, anche a sinistra), ma abbiamo cancellato anche l’orrore e la repulsione per la guerra. Quattro anni di guerra sul suolo europeo, sui quali nel Paese non si è mai aperta una riflessione seria, hanno consolidato la guerra come cronaca ordinaria. E così la politica del riarmo appare una conseguenza “naturale”.
«Bisogna potersi difendere», tuonano i tifosi del riarmo. Ma la difesa è un’altra cosa.
È innanzitutto un progetto politico di un Paese che guarda all’Europa come a una possibile realtà mondiale, capace di introdurre nella dialettica planetaria i valori conquistati nel corso della sua travagliata storia: la libertà dei popoli e delle persone, il primato del diritto, della giustizia sociale, della democrazia. Solo in questo quadro di ruolo politico strategico ha senso una politica della difesa che consenta di essere protagonisti nello scenario mondiale.
E invece dovremmo affidare la politica della difesa europea a un governo e a una presidente del Consiglio che per anni hanno picconato il Manifesto di Ventotene e l’idea di un’Europa unita e federale; che hanno ridotto l’Unione europea a un bancomat da cui ricavare convenienze, peraltro neppure utilizzate con competenza (basti pensare alla “miracolosa” circostanza che ha consentito a questo governo di non apparire ufficialmente in recessione solo grazie al prestito plurimiliardario del PNRR).
Si autoproclamavano sovranisti contro il progetto europeo e ora calano l’oblio su queste frattaglie ideologiche per pura convenienza, per salire sul carro del riarmo nazionale – in affari con l’industria bellica statunitense – e per indebolire ulteriormente la già fragile autonomia europea, che Trump ricorda loro ogni giorno e che Putin utilizza a proprio vantaggio.
L’oblio domina senza confini. Anche sull’esperienza traumatica del Covid: come se non fosse mai esistita. Basta non rievocarla, ed essa scompare. Ricordo bene che nel 2023, terminata la fase acuta dell’epidemia, un documento di Proteo titolava: Allarme rosso per infanzia e adolescenza. In quel testo, ricco di contributi, lanciavamo un appello alle istituzioni – in primo luogo scuola e sanità – affinché mettessero in conto i problemi rilevanti che bambini e adolescenti avrebbero incontrato nel riprendere una relazione sociale aperta dopo il dramma della chiusura.
Un dramma profondo, denso di ferite che non si rimarginano in un attimo: la compressione della vitalità tra le mura di casa, la privazione della socialità e dell’affettività, così determinanti in quella fase della vita, la chiusura in sé stessi e/o l’overdose di ore al computer. Avremmo avuto bisogno di un ministro dotato di sensibilità pedagogica, capace di cogliere la centralità della relazione e della cura. Ci siamo invece ritrovati un ministro ossessionato dal cancellare ogni traccia del Sessantotto.
Il ministro Valditara ha inaugurato il suo mandato con l’appello al rigore: valutazione decimale, voto in condotta, cinque in condotta come bocciatura, sanzioni contro la violenza verso il personale scolastico e contro i genitori inadempienti all’obbligo scolastico. Reprimende contro il presunto buonismo della pedagogia sessantottina e contro genitori dipinti come ostili alla scuola. Il tutto in sintonia con un governo che ha moltiplicato le fattispecie di reato, facendo della leva punitiva lo strumento di propaganda della sicurezza (si veda il decreto Caivano).
E così reti televisive e quotidiani al servizio del potere inondano le serate di cronache di criminalità giovanile, ostilità verso gli immigrati, periferie dipinte come invivibili. I “veri problemi” del Paese sarebbero questi: non il caro vita che strangola i salari, né la crisi produttiva.
La scuola autoritaria diventa così funzionale a una gestione autoritaria del malessere sociale, fino a colpire anche la libertà di manifestare.
Non una parola su questo modello sociale fondato sul consumo ad oltranza: il consumatore deve consumare, non riflettere. Deve abitare il presente. Il passato è un ingombro, il futuro un’incognita ansiogena.
Ciò che Valditara definisce il deleterio buonismo della pedagogia di sinistra è in realtà la caduta dell’etica della responsabilità, coerente con il liberismo di cui il ministro è convinto difensore.
Ancora una volta, il trionfo dell’oblio. Anche per questo l’insegnamento della storia finisce nel tritacarne ideologico della destra: forti di una supposta identità occidentale, ci proclamiamo unici depositari del sapere. Nessuna domanda è necessaria. La storia non è più maestra di vita perché pochi la insegnano bene e ancor meno la studiano.
E così, per riprendere l’immagine di Anders, navighiamo verso nuove distruzioni mentre la sinistra balbetta.
A chi non si rassegna, come suggeriva il filosofo tedesco, resta l’ostinazione delle persone libere nel testimoniare attivamente le proprie convinzioni.
Forse occorre seminare un po’ di angoscia sulle scelte che questo governo tenta di imporre anche sul piano culturale ed educativo. Un’angoscia attiva, maieutica – come avrebbe detto Danilo Dolci – che parta dal di dentro per aiutarci ad aprire gli occhi e la mente sulla realtà che ci circonda.
L’oblio non è una condanna inevitabile.
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