Contrastare la violenza di chi è al potere è ancora possibile?

di Raimondo Giunta

Gli storici antichi narrano senza battere ciglio vicende di inaudita crudeltà, che hanno avuto come protagonisti, indistintamente o quasi, tutti gli uomini che avevano nelle loro mani le sorti di città e di popoli; sotto questo aspetto i fatti raccontati nella Bibbia e quelli raccontati dai grandi storici dell’antichità greco-romana non sono per nulla diversi. Si resta sbalorditi, senza parole, di fronte agli orrori che popolano la storia umana. La mancanza di pietas degli storici antichi ci dà una terribile ed efficace rappresentazione delle nefaste conseguenze che scaturiscono dalla lotta per il potere o dal desiderio di conquiste territoriali.

Diceva S. Weil: «Non c’è potere, ma soltanto corsa al potere e questa corsa è senza un termine, senza misura, per cui non c’è limite e misura agli sforzi che esige». La lotta per il potere finisce sempre per escludere ogni considerazione finalistica e per prendere il posto di tutti i fini. Lotta per il potere e soltanto per il potere. Questo ribaltamento tra mezzi e fini è insito, come suo inevitabile prodotto, nella volontà di potenza che spinge alle lotte per conquistare il predominio in una comunità o nel mondo.

La volontà di potenza non conosce limiti, non conosce ostacoli, non conosce scrupoli; non si ferma di fronte a nessun gesto di arbitrarietà, di violenza, di malvagità; è insaziabile. Da questa fonte inesauribile di prevaricazione sono sgorgati i genocidi, le efferatezze delle guerre, la schiavitù di interi popoli, la distruzione di civiltà millenarie, le persecuzioni contro ogni forma di diversità, l’umiliazione di uomini e città, i campi di concentramento e i gulag. Niente di ciò che è disumano le è estraneo. Ogni potere, per il semplice fatto che si esercita, estende fino al limite del possibile i rapporti sociali sui quali riposa; così il potere militare moltiplica le guerre e il capitale commerciale moltiplica gli scambi (S. Weil).

La lotta individuale per il potere si sviluppa all’interno di ogni progetto politico, a prescindere dal suo valore, dalle sue prospettive e dalle persone che intendono portarlo avanti, come vicenda quasi autonoma, anche se finisce per condizionarne gli esiti e la natura. C’è uno spazio insopprimibile per le ambizioni personali in ogni storia politica, in ogni movimento politico, di cui non ci si dovrebbe meravigliare, ma da cui ci si dovrebbe guardare per difendersi. Né deve sorprenderci se essa mette a nudo, più di qualsiasi altra vicenda umana, gli aspetti più reconditi e ripugnanti del carattere umano: orgoglio, timore, gelosia, aggressività, sospetto, furbizia, slealtà, cattiveria. La lotta politica, contrariamente a quello che si pensa, non corrompe l’uomo: lo rivela.

Il potere ha una sua costitutiva hybris che spesso conduce a forme di trasgressività e di smisuratezza nell’ostentazione dei propri privilegi, nel lusso, nell’avidità di ricchezza, nel possesso illimitato di beni, nella sopraffazione, nella vanità, nell’intolleranza, nella violenza. Nella storia umana, non sempre fortunata e felice, si è dato corso, con tutti i rischi che comportava, a molti tentativi, lenti, incerti e contraddittori, di contenimento degli arbitri e delle violenze conseguenti all’esercizio del potere, soprattutto se assoluto e individuale; si sono voluti costruire equilibri tra sicurezza collettiva e necessario esercizio del comando in una particolare e determinata società. Si è, in una parola, fatto ricorso alla politica per non essere schiacciati dagli uomini di potere.

La politica e il potere sono dimensioni connaturali all’uomo che vive in una comunità. L’umanizzazione dei rapporti tra potere e società è l’indicatore di civiltà di un popolo, di una società in una determinata fase della storia. Per raggiungere questo obiettivo, anche se provvisoriamente, non sono bastati solo i cambiamenti dei rapporti di forza nella società; si è resa necessaria l’elaborazione di una cultura dei diritti, la diffusione del principio dell’intangibilità della dignità umana. Contro il volto demoniaco del potere si sono alzate le voci dei profeti, di molti filosofi antichi e moderni, i moniti del Cristianesimo.

Non è il mero equilibrio delle forze a determinare le condizioni di civiltà di un popolo, ma la consapevole e forte difesa della dignità della persona e dei suoi imprescrittibili diritti. Si è riusciti, infatti, a contrastare gli arbitri del potere solo quando la lotta contro di essi è stata sostenuta da robuste convinzioni morali. Senza queste fondamenta non regge nemmeno l’impianto degli equilibri determinati dalla divisione dei poteri, accorgimento che tutela ed estende le garanzie dei cittadini nelle società democratiche. Ripetuti sono, infatti, i tentativi di metterli a soqquadro in funzione di interessi oligarchici e, senza una forte vigilanza civica, morale e politica, questi tentativi possono andare a segno. Bisogna stare attenti al ricostituirsi delle forme oppressive del potere, ovunque questo avvenga: nella tecnocrazia civile e militare, nella scienza, nella finanza, nell’amministrazione, nei partiti, nell’attività legislativa.

L’uomo non è fatto per essere pedina manovrabile di collettività cieche e autoritarie, ma per vivere con dignità la propria libertà e la propria autonomia.

 

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