di Rodolfo Marchisio
Gallino, già tempo fa scriveva che la crisi attuale, nel frattempo peggiorata, è collegata a 3 fattori:
- La sconfitta della idea dell’eguaglianza (e della eguaglianza e del valore dei diritti e delle regole collegate aggiungerei).
- La morte del pensiero critico (e la impossibilità di essere correttamente informati, causa la industria delle Fake, la strategia della distrazione – Choamsky- sempre attive (anche l’intervento in Venezuela ne è parte) che portano alla rinuncia, al disinteresse, alla astensione dal giudizio e dal “prendere posizione” che è base della democrazia. Compresa la astensione dal voto ed il giudizio: “sono tutti uguali, non ci posso fare niente”).
- La vittoria della stupidità (alimentata dai social, dalla arroganza, dall’odio – Bauman, modernità liquida, assenza di valori solidi, anche se sbagliati – rifiuto della complessità e disprezzo della autorevolezza – La fine della conoscenza e della competenza, Nichols – Anche perché oggi la rete da parola a tutti – Eco – ed 1 vale 1.
Questo ha a che fare con la crisi della democrazia, la violazione dei diritti e delle regole, col bullismo internazionale e nazionale a tutti i livelli, che è sotto gli occhi di tutti. Con la minaccia di conflitti e assenza di regole comunemente accettate. Con il golpe strisciante in atto nel nostro paese, dove ad es. il 31% dei cittadini vedrebbe di buon occhio un regime fascista e dove si sta modificando radicalmente la Costituzione, per rimanere al potere controllando tutto. In un regime non più veramente democratico si disprezza e dileggia l’avversario e ci si sottrae al dibattito, anche in Parlamento.
Proporrei, in base a ricerche ed inchieste di riflettere su questi temi, urgenti, su come e perché si sviluppano nel nostro paese e poi nel mondo. In base a dati non ad opinioni.
La crisi della democrazia in Italia[1]
Il Rapporto su “Gli italiani e lo Stato” è una ricerca che permette, di osservare gli orientamenti e i mutamenti del sentimento espresso dai cittadini nei confronti dello Stato e delle istituzioni. Quest’anno la ricerca appare particolarmente interessante perché il mondo è attraversato da tensioni crescenti. Che coinvolgono e scuotono l’Occidente e l’Europa. Dunque, l’Italia.
Questi dati ci permettono di interrogarci sul futuro della nostra democrazia.
I primi dati
Quasi 6 italiani su 10 ritengono che la democrazia in Italia negli ultimi anni si sia indebolita. E si stia indebolendo ulteriormente. Attraversata dalle minacce che provengono dall’esterno e dall’interno. Da guerre vicine e lontane. E da cambiamenti profondi che mettono in discussione i riferimenti su cui si fondava la nostra sicurezza. L’Europa e l’Occidente, in particolare. Oggi entrambi questi riferimenti sono messi in discussione. E, quindi, è messa in discussione anche la nostra sicurezza. La nostra stabilità. Il nostro futuro. Ibidem
Certamente le basi su cui si fonda la democrazia si stanno indebolendo alla luce della crisi complessa che viviamo o vengono modificate da chi vorrebbe modificare la Costituzione per mantenere il potere e da chi calpesta le regole internazionali frutto di un lungo cammino cominciato nel 1947.
Appare difficile guardare avanti, progettare il futuro se il futuro appare così incerto. Perché in tempi di globalizzazione tutto ciò che avviene dovunque nel mondo, in qualsiasi momento, può avere, nello stesso momento, influenza sulla nostra vita. E sul nostro modo di guardare il mondo.
Come già scritto il governo attuale, frutto di un incrocio fra una legge elettorale “imbastardita” e già mitigata da Mattarella (il “porcellum”) e la forte astensione dal voto (salita dal 10 % ca delle prime elezioni al 45% ca) ha prodotto: a) un Governo (potere esecutivo) che controlla anche il potere legislativo (Parlamento) lasciando alle opposizioni diritto di ignorata e disprezzata tribuna. b) Con la riforma cosiddetta “delle carriere” si è riformata anche la magistratura (come ha dichiarato lo stesso ministro competente il giorno dopo).
Addio quindi alla separazione dei 3 poteri, dal “700 base delle democrazie liberali. È in atto una corsa da parte del governo per arrivare ad un referendum confermativo della “separazione delle carriere/riforma della Magistratura” come previsto dalla Costituzione, ma in tempi brevi e senza quorum. D’altra parte ha superato il 50% (ca 350 mila su 500 mila) in poco tempo la raccolta di firme popolari per un referendum abrogativo, che richiederebbe tempi più distesi e maggiore dibattito come previsto dalle norme. Il nodo sarà la partecipazione, che come sempre è legata al voto, ma anche alla informazione cioè al dibattito: si tratta di una riforma della magistratura, non molto amata dagli italiani, come dice l’esecutivo o di un indebolimento del terzo potere a favore dell’esecutivo? Il trend attuale è una partecipazione scarsa, un tentativo di affrettare i tempi da parte del governo ed un dibattito polarizzato e poco informato; ad esempio sul fatto che questa riforma si basa sulla separazione delle carriere fra magistrati inquirenti e giudicanti passaggio che è stato quantificato in 42 casi all’anno. Un pretesto. Come critica autorevolmente Zagrebelsky.
Come sempre il quarto potere, quello della informazione (TV, media, giornali, social) è oggetto di occupazione (o polarizzazione) da parte del potere esecutivo (o degli oligopoli tecnologici) o di disprezzo e mancanza di risposte da parte dell’esecutivo e questo aumenta la disinformazione.
Pilastri a difesa della Costituzione sono la Corte Costituzionale (in cui come negli Usa, ma inutilmente, sono stati inseriti membri sensibili alle idee del governo), la Corte dei Conti, già riformata dopo avere bocciato due progetti dell’esecutivo, tra cui il “ponte sullo stretto” ed il Presidente della Repubblica.
Il progetto del governo per il 2026 è di fare due grosse riforme, trascurando i nostri problemi:
a– la legge elettorale, perché con l’attuale non c’è certezza di avere il controllo dei due rami del Parlamento, b- il semipresidenzialismo cioè la diminuzione del controllo da parte del Presidente, garante della Costituzione, a favore dei poteri del capo del governo.
Ma gli Italiani cosa pensano? Quale forma di governo?
Il 67% ritiene che, come diceva Churchill, con tutti i suoi limiti, la democrazia sia comunque preferibile rispetto alle “alternative”. È nel rimanente “terzo” ad essere cresciuta la frazione di chi ritiene preferibile, almeno in alcune circostanze, un regime autoritario: dal 14% del 2015 al 23% di oggi. L’8% ritiene comunque preferibile un governo autoritario, esplicitamente “un ritorno al fascismo”; il 14 % anche solo temporaneamente (il dittatore romano che però rimaneva in carica solo 6 mesi, non 20 anni). L’8% si dichiara indifferente.
Dunque il 30% degli Italiani ha abbandonato l’idea della democrazia, seppur imperfetta ed un 10% si dice indifferente. Le motivazioni si trovano nel dato che riguarda la soddisfazione relativa al funzionamento della democrazia, che è sceso dal 53% degli anni del Covid al 39% attuale.
Crescono, soprattutto nelle fasce centrali di età, tra i 30 e i 55 anni, i giudizi positivi sul fascismo che salgono ad oltre un terzo degli intervistati.
La democrazia viene percepita da molti come debole, malata, inefficiente. È la crisi di valori comuni e la loro sostituzione con valori individuali (egocentrismo– Zagrebelky)
L’idea è che comunque la democrazia italiana, nella fase recente, abbia conosciuto un processo di deterioramento, secondo il 58% delle persone interpellate.
La fiducia nei confronti dello Stato e delle figure istituzionali.
Tra gli organi dello Stato cresce significativamente la fiducia nelle forze dell’Ordine (dal 65 al 68%) segno probabile di timori. Tiene il Presidente della Repubblica 60% ed anche la scuola 49% (al di sotto del 70% dell’epoca Covid). Anche se solo il 38% si ritiene soddisfatto delle scuole pubbliche. Cala la fiducia nel Papa (col passaggio da Papa Francesco all’attuale -10%), ma cresce la fiducia nella Chiesa (dal 33 al 39%). Cala la magistratura, in relazione al funzionamento della giustizia e delle polemiche in corso (dal 40 al 37%), cresce stranamente la fiducia nello Stato (dal 28 al 30%, ma quale?). Mentre l’UE scende dal 32 a 29 %: meno di un terzo degli italiani crede ancora nella Unione Europea.
Un 24% ha ancora fiducia nelle OOSS, solo il 19% nel Parlamento, forse percepito come inutile, rissoso, costoso. I partiti piacciono ad 1 italiano su 10, denunciando una crisi di identità. Infine la sanità soddisfa solo il 27% degli italiani (contro il 48 della epoca Covid). Le ferrovie il 28%.
La percezione è di un’Italia che non funziona, che non offre i servizi attesi e non garantisce i diritti previsti dalla Costituzione. Di una carenza di punti di riferimento. In un paese in cui cala la classe operaia, ma cresce la percezione di appartenere al ceto medio. Infatti il 45% ritiene che la sua situazione economica sia migliorata, il 32% che sia stabile, ma il 23% che sia peggiorata.
Reale o percepito?
Già anni fa Pagnoncelli dimostrava la forte differenza fra il reale ed il percepito nel libro “La penisola che non c’è.”. E l’influenza che questa informazione falsa, non collegata a dati e deformata dalle paure aveva sui nostri atteggiamenti e le nostre scelte. Ad es. la maggioranza degli italiani riteneva che i migranti fossero il 25% della popolazione (e quindi li temeva), mentre i dati erano dell’8% ca. Peraltro con questo governo la migrazione non è diminuita (come certe forme di delinquenza), ma il percepito è che le azioni in atto (Centri in Albania, propaganda governativa, “pugno duro” su certi crimini, ma non su altri) rassicurino parte della popolazione.
Non i dati ma la narrazione fanno informazione.
Ci aiutano dati ISTAT. Gli italiani sono più a rischio di povertà rispetto alla media europea e le disuguaglianze economiche restano più marcate che nel resto dell’Unione.[2]
I prezzi sono aumentati del 25% in 5 anni. La economia non decolla. Il rischio di povertà nel 2024 si è attestato al 18,9% nel 2024, ben 2,7 punti percentuali sopra la media Ue ferma al 16,2%. Anche la disuguaglianza nella distribuzione del reddito netto risulta più elevata: in Italia il rapporto tra il quinto più ricco e quello più povero della popolazione raggiunge il 5,5%, contro il 4,7% europeo. Come già annotato la classe media aumenta, a scapito della classe operaia e dei più poveri e il 45% ritiene la sua situazione migliore di prima.
Mercato del lavoro: tasso di occupazione al 67,1%, 8,7 punti sotto la media Ue27. Il divario più evidente è tra le donne, con appena il 57,4% di occupate contro il 70,8% della media europea.
Solo il 31,6% dei giovani tra 25 e 34 anni possiede una laurea, contro il 44,1% della media europea. L’Italia investe inoltre meno in ricerca e sviluppo, con l’1,37% del Pil contro il 2,22% europeo, e presenta una percentuale inferiore di lavoratori con formazione universitaria nelle professioni scientifico-tecnologiche (26,7% contro 34,1%).
Però
Nonostante le carenze forti del sistema sanitario (che il governo sta indirizzando verso il privato) e della istruzione (meno 600 milioni nei prossimi anni) sono positivi alcuni risultati in ambito salute e sicurezza. L’Italia primeggia per mortalità evitabile con 17,6 decessi ogni 10mila abitanti, contro i 25,8 della media Ue27. La speranza di vita raggiunge gli 84,1 anni, superando di oltre due anni la media europea di 81,7 anni. Sul fronte della sicurezza/omicidi, con 0,6 omicidi (ma i femminicidi allora?) per 100mila abitanti contro lo 0,9 dell’Ue27, il Paese si conferma tra i più sicuri d’Europa.
Gli italiani percepiscono chi in modo allarmato, chi con la solita indifferenza, questa crisi complessa, aggravata dal fatto che la cosa che sa fare meglio il nostro governo (diviso al suo interno) è non decidere, non seguire le criticità dei cittadini (salute, istruzione, lavoro e sicurezza), ma rafforzare il proprio potere attraverso modifiche della Costituzione.
Primeggiano, nella mancanza di informazione in base ai dati, i partiti o i leader che sanno raccontarsi bene, dando una immagine forte e rassicurante.
Ma senza partecipazione, senza identificazione non solo ideologica, ma di interessi con associazioni, partiti, sindacati, non c’è più democrazia. De Rita
- LaPolis – il Laboratorio di Studi Politici e Sociali dell’Università di Urbino Carlo Bo – condotto, in collaborazione con Demos e Avviso Pubblico. ↑
- Dodicesima edizione del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes), presentato dall’Istat, che analizza 152 indicatori distribuiti su 12 domini – dalla salute all’istruzione, dal lavoro all’ambiente
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