di Raimondo Giunta
Mancava l’assassinio di uno studente a scuola e alla fine è arrivato anche questo. Finora si era parlato della violenza nei confronti degli insegnanti e del personale della scuola, fatta di insulti, minacce e aggressioni; del bullismo e della violenza fisica nei confronti degli alunni ritenuti deboli; dei furti e dei danneggiamenti alle strutture e agli arredi scolastici; degli episodi ripetuti di omofobia e di razzismo e, recentemente, degli elenchi delle ragazze da violentare.
Dopo questo drammatico e sconvolgente omicidio, accaduto nell’Istituto Professionale di La Spezia “Domenico Chiodo”, viene da chiedersi se le scuole siano diventate un inferno, anche perché da tempo scuola e parte del mondo giovanile non marciano nella stessa direzione. Soprattutto viene da chiedersi come si debba affrontare la grande questione dell’educazione dei giovani; una questione che rinvia a diversi centri di responsabilità, ma in modo particolare e innanzitutto ai genitori e alla scuola. Non è un problema semplice e facile da affrontare, perché la responsabilità educativa è declinata in modo diverso da quanti se ne dovrebbero fare carico e non sempre da costoro viene esercitata con la dovuta collaborazione.
La responsabilità educativa nei confronti dei giovani ricade su chiunque, per ruolo o per età, con loro abbia o sia tenuto ad avere delle relazioni, anche se diverse per gradi di obbligatorietà. Nessuno, infatti, può essere responsabile nei confronti dei giovani come sono tenuti ad esserlo i genitori. La responsabilità educativa dei genitori costituisce “l’archetipo di ogni responsabilità” (H. Jonas) e si comprende come sia difficile rimediare ai danni procurati quando questa, come sempre più spesso accade, non viene esercitata, perché ai giovani mancheranno la guida, il buon esempio, i consigli e la cura nello sviluppo delle proprie facoltà, nella costruzione di capacità di relazione, nella formazione del carattere, nella sollecitazione a sapere e a capire. Verrebbe a mancare una parte importante della preparazione alla vita in società.
Alla responsabilità educativa dei genitori, nelle società evolute e complesse, si accompagna quella irrinunciabile della scuola. I loro compiti si intrecciano, ma non sono identici. Quelli dei genitori sono relativi alla dimensione personale dei giovani, quelli della scuola sono prevalentemente relativi alla dimensione sociale e pubblica: tendono alla socializzazione dei valori condivisi in una comunità, all’integrazione nella società, a sviluppare un rapporto di fiducia con le istituzioni e ad agire nella legalità. Così dovrebbe essere se ognuno facesse la propria parte. I fatti di cronaca dicono che qualcosa in questa divisione dei compiti non funziona tanto bene e anche che qualcuno dimentica di assumersi le proprie responsabilità.
Sicuramente negli ultimi tempi si è slabbrato il collateralismo tra scuola e famiglia che nel passato rendeva proficuo e meno difficile il lavoro scolastico e l’educazione dei giovani; a scuola non arrivano più come un tempo alunni preparati al mestiere di studente. Oggi varcano la soglia delle scuole giovani provenienti da ambienti sociali lontani dal sistema di abitudini, procedure e valori della scuola e, di fronte a questa novità sociologica, la scuola incontra difficoltà a reinterpretare il proprio ruolo e a ripensare l’insieme delle sue attività.
L’educazione a scuola, in una società pluralistica, dovrebbe essere improntata ai principi di regolazione sociale che possono garantire il massimo di libertà per tutti e il massimo di rispetto altrui. L’educazione di cui hanno bisogno i giovani ha un senso se impegna chiunque ne abbia la responsabilità a far crescere e sviluppare l’umanità che è in ognuno di noi, per essere reciprocamente umani gli uni con gli altri, per essere reciprocamente liberi, rispettosi della dignità e garanti dei diritti altrui. Sono principi e valori che dovrebbero essere di comune accettazione, se si vuole disporre di regole di riferimento e di principi di convivenza. Ovviamente, in ragione di questa scelta, dovrebbero essere esclusi dalla scuola idee e principi che sono contro i diritti inalienabili della persona e che alimentano la violenza, l’odio verso la diversità e l’ingiustizia di qualsiasi specie.
All’interno di questo quadro di obbligazioni morali, ogni scuola potrebbe e dovrebbe definire le regole necessarie per governare la vita quotidiana e la convivenza dei giovani che la frequentano: regole che vanno fatte rispettare e difese con energia contro ogni forma di trasgressione. A scuola si impara un mestiere e si impara a stare con gli altri; anzi, se non si impara a stare con gli altri, riesce difficile imparare un mestiere. La scuola, come istituzione, ha una propria identità, costituisce un mondo particolare che può diventare significativo per i giovani se intorno agli aspetti della vita scolastica si riesce a sviluppare una consapevole attività educativa, ad organizzare un percorso di crescita (ordine, puntualità, impegno, responsabilità personale, rispetto delle persone e delle cose, ascolto, dialogo, equità, collaborazione, spirito di sacrificio, primato del sapere e della cultura, sensibilità artistica, spirito critico, ecc.). Nello spazio scolastico si possono giocare partite molto importanti per la promozione della cultura e di valori morali e si può attivare, per giovani provenienti da ambienti a rischio, un processo di decondizionamento culturale e sociale.
Ad un’educazione così delineata, negli ultimi tempi è mancato il contributo di tante famiglie, molte delle quali esposte alla precarietà dei propri rapporti interni, disperse e umanamente impoverite nell’anonimato di quartieri senza servizi e senza opportunità di incontro, o dove hanno perso capacità di attrazione — se ancora esistono e resistono — l’oratorio, il sindacato, il partito, l’associazione sportiva. Quartieri dove scompaiono i piccoli negozi e i laboratori artigianali, luoghi dell’umano traffico quotidiano. L’assenza educativa dei genitori spesso si trasforma in diffidenza e in aperta ostilità, perché interessati a tutelare i propri equilibri familiari e i propri interessi più che la crescita e la formazione dei figli. Con la scuola molti hanno un rapporto obbligato, forse utilitaristico, ma non di collaborazione.
La scuola fa fatica a educare i giovani, ma questa non è una notizia né nuova né tantomeno buona. È il problema dei problemi, perché la maggior parte del tempo dell’educabilità dei giovani trascorre dentro gli spazi degli istituti scolastici. Fino ai 19 anni è più il tempo passato a scuola che quello passato in famiglia e nella società. Le ragioni di questa difficoltà sono diverse e bisognerebbe considerarle ognuna nella propria specificità. A scuola si cerca in genere di fare educazione alla cittadinanza, ma emerge dai fatti di cronaca la necessità di andare oltre, perché non si ha bisogno solo di questo. Su questo tema, nelle scuole, si è spesso a livello di esigenza ma non di convincimento forte e corale, e si dimentica quanto sia possibile fare partendo dagli aspetti della vita quotidiana a scuola.
Non sono pochi gli insegnanti convinti che l’educazione morale e affettiva, o l’educazione come “saper stare al mondo” o in comunità, spetti ai genitori. D’altra parte è anche vero che la funzione educativa della scuola non abbia avuto in anni passati il rilievo che avrebbe dovuto avere e che in qualche caso sia stata gratuitamente demonizzata. A scuola si è a volte occultato lo spazio delle finalità per lavorare più sulle tecniche, sulla metodologia, sulla valutazione, e si è avuto quasi fastidio ad usare il lessico pedagogico che rinvia a temi etici e che propone il compito della responsabilità educativa. Non a caso le scuole si collocano nella società con un piano triennale dell’offerta formativa e non con un proprio progetto educativo di istituto.
Nonostante la scuola sia stata investita del compito di molte educazioni, e forse proprio per questo, è forte l’avversione per attività che si ritengono di altrui competenza. Ma anche se il sapere e le conoscenze fossero le uniche ragioni che spiegano e fondano il rapporto docente-alunno, l’attività scolastica è un’attività comunitaria e questa si può sviluppare con beneficio di tutti se alcune regole, che non possono essere se non regole di ordine morale, vengono rispettate da tutti. Anche se talvolta lo negano, gli insegnanti sono e devono essere guida e aiuto degli alunni sia nei processi di apprendimento sia nei processi di crescita umana. L’insegnante non può essere solo uno specialista della propria disciplina: deve sapere non solo cosa insegna e come, ma anche chi sono i suoi allievi, di che cosa hanno bisogno, in che ambienti e in quali famiglie vivono, in che genere di società crescono. In altre parole, la cura degli alunni, l’attenzione ai loro problemi, l’accompagnamento nei processi di crescita non sono azioni facoltative del rapporto educativo, ma atti dovuti: senza di essi non si genera formazione né crescita umana.
Non mancano, però, gli ostacoli che si frappongono all’assunzione e allo svolgimento dei compiti educativi. Uno dei più seri è costituito dall’organizzazione stessa degli istituti così come è stata configurata negli ultimi anni:
A) la dimensione prescritta degli istituti per avere e conservare l’autonomia comporta un aggravio consistente dei compiti gestionali per il dirigente scolastico, a detrimento di quelli culturali, professionali e pedagogici;
B) gli accresciuti poteri del dirigente nei confronti dei docenti hanno lacerato gli equilibri interni e la logica della scuola come comunità educativa;
C) la difficoltà a mantenere la continuità didattica rende aleatori i legami nei consigli di classe;
D) l’organizzazione del tempo scolastico è spesso incompatibile con quella del lavoro e della famiglia;
E) l’assenza, in molte scuole, di spazi, tempi e strutture di convivialità. Ci sono scuole senza palestre e senza cortili.
Non sono solo le questioni gestionali e organizzative a rendere complicato il compito educativo. Qualcosa va ricercato anche nella struttura curricolare. L’affollamento delle discipline, con la riduzione di quelle umanistiche, allontana le possibilità di un apprendimento riflessivo e impedisce l’applicazione di metodologie collaborative, fondamentali per motivare, responsabilizzare e sviluppare la capacità di ascolto. L’ossessione valutativa fa il resto, dando rilievo solo ai risultati di apprendimento, costi quel che costi.
L’educazione è fatta di buone testimonianze e di esortazioni; è fatta di divieti, di regole e di sanzioni funzionali all’educabilità e al regolare andamento della vita scolastica. A scuola ci sono minorenni e maggiorenni e questo impone una diversificazione dei provvedimenti disciplinari. Di fronte a fatti ripetuti che incidono sulla sicurezza e sull’incolumità delle persone, se le norme interne si rivelano insufficienti, bisogna ricorrere ad altre norme, incluso l’allontanamento dalla scuola. Non si può restare disarmati di fronte a chi deliberatamente vuole fare del male. Tutto questo non porta a vedere di buon occhio la videosorveglianza o il metal detector all’ingresso.
Le norme di vivibilità non hanno bisogno solo di un codice disciplinare, ma soprattutto di persone che dimostrino quotidianamente di amare il proprio mestiere e di volere il bene delle persone loro affidate.
Non bisogna però farsi troppe illusioni: sarà difficile impedire l’ingresso a scuola della violenza coltivata, esaltata e praticata nella società. La scuola deve fare la sua parte, ma è necessario un ripensamento profondo del modo abituale di vivere insieme nelle nostre comunità. Troppo veleno, e per troppo tempo, è stato sparso nell’aria.
![]()