
di Monica Piolanti
Viviamo in un’epoca di paradossi anestetizzati. Siamo immersi in una democrazia procedurale che celebra il diritto all’espressione mentre, nei fatti, restringe ferocemente i confini del pensabile attraverso un ritorno a logiche di controllo che sanno di vecchio. Il mondo attuale, dominato dall’algoritmo e dalla velocità del consumo, ha barattato la profondità della riflessione con l’efficienza della performance. In questo scenario, il dissenso non serve più reprimerlo col manganello: basta renderlo irrilevante, annegarlo nel rumore bianco della rete o, peggio, sanzionarlo in nome di un ritrovato ordine muscolare. La libertà è diventata uno slogan pubblicitario, mentre la scuola — che dovrebbe essere il luogo dove s’impara a respirare — rischia di trasformarsi nel braccio operativo di un sistema che non vuole cittadini critici, ma utenti certificati, flessibili e, soprattutto, mansueti.
Johann Wolfgang von Goethe scriveva: “Sempre resistere alle forze contrarie, non piegarsi mai”. Non è il consiglio rassicurante di un vecchio saggio da appendere al muro della presidenza; è una postura, un modo di stare al mondo. È il richiamo alla tua dignità di essere umano che, mentre tutto ti spinge ad appiattirti, decide di puntare i piedi e farsi scoglio. Oggi, nella nostra scuola, applicare questa massima è un atto rivoluzionario, quasi sovversivo. Perché le “forze contrarie” hanno mutato pelle: non sono più solo i tetti che crollano o gli stipendi che offendono la nostra professionalità; oggi il nemico è un’ideologia strisciante che ha ridotto la cultura a una voce di bilancio e l’insegnamento a una pratica di sorveglianza e punizione.
La scuola italiana oggi è un corpo stanco, intrappolato in una morsa burocratica che ci sta togliendo l’ossigeno. Da una parte abbiamo l’ossessione per il monitoraggio continuo, per le “competenze” vendute come merce al mercato del lavoro, per una meritocrazia che spesso è solo un nome elegante per mascherare il privilegio; dall’altra assistiamo a un ritorno inquietante a dinamiche che ricordano il proibizionismo del pensiero. Si sente un’aria pesante, un clima in cui il voto in condotta torna a essere usato come una clava, in cui la sanzione precede la comprensione e in cui si scambia l’autoritarismo per autorevolezza. Abbiamo sostituito la pedagogia dello sguardo con la grammatica del controllo. Abbiamo accettato di trasformare il cammino meraviglioso, accidentato e spesso “sporco” dell’apprendimento nella linearità gelida e asettica di un software gestionale.
In questo scenario, la parola “Libertà” — quella parola che è la più temuta da ogni regime — torna a essere un’urgenza bruciante che ci scotta tra le mani. I regimi moderni non portano più necessariamente gli stivali lucidi o il volto truce delle dittature del secolo scorso; oggi portano il sorriso asettico della “governance” tecnocratica, quella che ti impone il pensiero unico sotto forma di standardizzazione globale e corretta amministrazione dell’ovvio. Se la libertà è, prima di tutto, il potere di dire “no”, la scuola di oggi sta perdendo pericolosamente la forza di insegnare questo rifiuto salvifico. La scuola “ridotta” è quella che si piega alla logica dell’azienda: lo studente diventa un cliente da non perdere o un trasgressore da censurare, e il docente diventa un erogatore di servizi intercambiabile, un burocrate del registro elettronico che deve solo certificare l’esistente.
Ma la cultura non è un servizio d’ordine, è un’insurrezione della coscienza! Insegnare a resistere significa ricordare ai nostri ragazzi che hanno il diritto alla complessità, al dubbio, alla sosta, persino al diritto sacrosanto di non essere “performanti” secondo i parametri stabiliti da un test standardizzato che pretende di misurare il genio con il metro della mediocrità. La libertà fa paura a chi governa oggi perché è intrinsecamente imprevedibile, non risponde ai test Invalsi, rompe il muro della propaganda ministeriale. Un ragazzo libero non lo cataloghi in un database; un ragazzo libero è quello che, davanti a una banalità spacciata per verità dal sistema, sa alzarsi e dire: “Io non ci sto”.
Il rischio vero che corriamo ogni mattina è quello di trasformare la scuola in un gigantesco dispositivo di addestramento alla resilienza passiva. Ci dicono ossessivamente: “Siate resilienti”, che tradotto dal linguaggio del potere significa: “Prendetevi gli schiaffi della vita e imparate a incassarli senza spezzarvi, adattandovi a condizioni sempre più precarie”. No. Goethe non ci parla di resilienza, ci parla di resistenza. C’è una differenza metafisica tra i due termini: la resilienza è dell’oggetto che subisce la pressione cercando di non rompersi per continuare a servire il meccanismo; la resistenza è dell’essere umano che agisce e si oppone per cambiare la direzione della forza. Non piegarsi mai significa non accettare che l’istruzione diventi una caserma dove il dissenso viene trattato come un problema di ordine pubblico.
I regimi temono la libertà perché essa nasce dalla padronanza della parola, dalla capacità di nominare il mondo per poterlo trasformare. E la scuola dovrebbe essere il luogo sacro dove la parola viene liberata dal fango della propaganda, non incanalata in format predefiniti. Quando riduciamo l’insegnamento a “pillole” nozionistiche o a una sterile preparazione ai test, stiamo compiendo un furto generazionale: stiamo togliendo ai giovani le armi intellettuali per capire che il sistema attuale non è l’unico mondo possibile. Un regime si regge sulla convinzione che “non ci siano alternative”. La cultura, invece, è la prova vivente che le alternative sono infinite, che la realtà è una costruzione che può essere smontata e rimontata attraverso il pensiero critico.
Spesso ci si sente soli in questo campo di battaglia, schiacciati tra una burocrazia asfissiante che ci ruba l’anima e una retorica ministeriale che ci vorrebbe trasformare in un controllore di dogana della conoscenza. È una lotta quotidiana contro la distrazione di massa e contro un autoritarismo che scambia la sanzione per educazione. Ma è proprio qui, in questa nostra trincea quotidiana, che le parole di Goethe devono diventare il nostro scudo. Resistere alle forze contrarie significa non rassegnarsi al declino, non accettare la mediocrità come orizzonte insuperabile, non permettere che la parola libertà diventi un tabù da evitare per paura di un richiamo disciplinare.
Dobbiamo avere il coraggio di essere “scandalosi”. Rivendichiamo il tempo della lentezza contro la dittatura dell’urgenza. Rivendichiamo il valore dell’errore contro il mito della perfezione digitale e punitiva. Se la scuola non torna a essere il posto dove si impara a stare in piedi davanti al potere, qualunque sia la sua veste, allora avremo fallito tutti. La libertà non è un regalo che arriva con una circolare ministeriale; è una conquista che passa per la fatica del concetto e il coraggio della parola condivisa. Finché ci sarà un solo insegnante capace di guardare un suo studente negli occhi e dirgli “non piegarti”, il regime dell’omologazione non avrà vinto del tutto. Spaccare il muro del silenzio, oggi, significa gridare che i nostri ragazzi non sono matricole da addomesticare, ma esseri umani da liberare. La resistenza comincia in classe, domani mattina, al suono della prima campanella. È ora di riprenderci la nostra dignità. È ora di tornare a essere liberi.
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