L’Occidente sta morendo, e anche le Indicazioni Nazionali non stanno molto bene

di Aluisi Tosolini

In questi giorni si è riacceso il dibattito sul “mitico” occidente che tanto sta a cuore a Ernesto Galli della Loggia e quindi, a scendere, al ministro Valdidara e giù giù sino alle Indicazioni nazionali 2025.
Cosa è successo?

Trump affossa l’Occidente

In estrema sintesi possiamo dire che le azioni di Trump stanno affossando il concetto stesso di Occidente e con lui la sua pretesa superiorità morale. Pretende la Groenlandia. Cattura ed arresta il dittatore Maduro così da poter meglio controllare il petrolio venezuelano. Pretende il premio Nobel. Inventa un’Onu privata costruita sul modello del suo Golf Club di Mar a Lago e la chiama Board of Peace di cui si autonomina imperatore a vita. Va a braccetto con Putin. Porta gli Stati Uniti, a Minneapolis, sul bordo di una guerra civile che rischia di assomigliare ogni giorno di più al film distopico sugli USA che Alex Garland ha diretto due anni fa e che, guarda caso, si intitola “Civil War“. E potremmo continuare.

Il 24 gennaio Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della sera, firma un editoriale dal titolo La lezione della storia agli Usa, in cui si mostra molto preoccupato che Donald sfasci l’Occidente.
E in conclusione scrive:
Non bisogna dimenticarlo: i presidenti e i governi passano, i popoli restano. E con loro resta la storia. Nel corso di secoli la storia ha visto la nascita di una cosa chiamata Occidente, costituita dall’intera America e dall’Europa. Ebbene, se l’Occidente si divide, con ogni probabilità l’Europa è perduta, certo: ma dal canto loro gli Stati Uniti perdono tutto il nostro continente, perdono il Mediterraneo, Suez, Gibilterra, il Baltico e un’intera sponda dell’Atlantico. E insieme perdono le loro radici e un pezzo della loro anima. Obiettivamente non sembrano queste le migliori premesse per resistere all’ascesa planetaria del gigante russo-cinese e ambire all’egemonia mondiale.

Due, tre, quattro occidenti

Il giorno dopo, oggi 25 gennaio, Paolo Mieli, giornalista e suo collega storico, sempre sul Corriere della sera firma un editoriale dal titolo emblematico: “il mondo è cambiato: ora più «occidenti»”.

Dopo aver descritto le molte “mattane” di Trump scrive:
L’Occidente a questo punto deve avere il coraggio di dividersi in due, tre. Eventualmente anche quattro o cinque. E mettere al mondo nuove alleanze che, senza entrare in contrasto con le antiche, siano in grado di prendere decisioni, anche militari (sempre, beninteso, di carattere difensivo), in tempi rapidi senza subire veti ed essere costrette ad impaniarsi in quel genere di discussioni che ci ha rinfacciato Zelensky. Ci sembra questo l’unico modo per supplire al venir meno di una leadership mondiale dell’Occidente.

Quindi ciao ciao Occidente? Della questione si occupa anche Franco Cardini (altro grandissimo storico) nel volume “La deriva dell’occidente” (Laterza, I ed 2025); ecco come lo presenta  lo stesso editore:
Di cosa parliamo quando parliamo di Occidente? Dopo l’elezione di Trump, sembra giunto al termine quel concetto di Occidente tutto geopolitico, dove Europa occidentale e Stati Uniti, difensori di democrazia e libertà, si contrapponevano alla ‘barbarie’ orientale, russa e cinese. Intanto, Giappone, Cina e India propongono altri Occidenti, portatori di altre ‘modernità’, contrapposte – o comunque alternative – alla modernità occidentale. Stiamo assistendo al crollo dell’Occidente così come lo abbiamo conosciuto?

Alberto Cossu, recensendo il volume su Analisi Difesa, così riassume:

la deriva Occidentale nasce dallo smarrimento del ritorno della guerra nella sua violenza sconosciuta a cui non si sa che risposta dare che non sia solo pacifista e non belligerante perché potrebbe compromettere le stesse radici della nostra civiltà.  La deriva è prodotta anche dalla consapevolezza che il potere dell’Occidente si sta erodendo e che gli equilibri internazionali saranno destinati a cambiare in un senso sempre meno favorevole all’Occidente. Cardini però dichiara la sua speranza verso l’Europa che immagina possa ritornare ad essere quella di San Benedetto, delle cattedrali, delle Università, libera ed unita. Il messaggio principale che si raccoglie da questo libro è che è sempre più necessario vedere le cose da una prospettiva non solo occidentale, eurocentrica e un po’ arrogante e che questo è possibile anche senza spogliarsi dai propri valori. L’Occidente non è stato sempre il centro di gravitazione del mondo e non tutto quello che viene fuori dal suo ventre deve essere necessariamente universale.

L’occidente che si pensa unico e assoluto punto di riferimento del mondo e della storia non dovrebbe dimenticare il rimprovero che il ministro degli esteri indiano Jaishankar in occasione di un dibattito a Bratislava nel 2022 pronunciò asserendo: “l’Europa deve uscire dalla mentalità secondo cui i suoi problemi sono i problemi del mondo, ma i problemi del mondo non sono i problemi dell’Europa”.

Uno sguardo teologico: la missione post-coloniale

Per molti secoli Occidente ha fatto tutt’uno con religione cristiana al punto che fin dalle riduzioni gesuitiche del ‘500 si iniziò a definire il rapporto tra colonizzazione – civilizzazione ed evangelizzazione con il detto “civilizzare per evangelizzare ed evangelizzare per civilizzare.”
Detto che guidò poi tutta la storia coloniale dell’evangelizzazione sino al Concilio Vaticano II.
Guardando all’oggi il teologo Mario Menin, ad esempio, scrive che sta avanzando un
nuovo paradigma decoloniale della missione cristiana che mette in discussione il modello eurocentrico e occidental-centrico sulla modernità e la sua pretesa esclusività universale. In questo esercizio decoloniale serve, però, leggere la realtà non imprigionati dentro uno schema nazional-identitario, ma a partire dal “sistema-mondo”. Cosa che stanno facendo alcune teologie del Sud del mondo. Emergenti, contro-egemoniche e generatrici di discorsi alternativi, esse si sono sviluppate in ascolto delle epistemologie del Sud e dei cristianesimi decoloniali.

La sfida, oggi, non è solo capire dove va il mondo ma anche rendersi conto che il mitico Occidente non è, appunto, solo un mito ma anche che l’Occidente di cui favoleggiano molti si sta squagliando come ghiaccio al sole. Come gli iceberg della Groenlandia.

Indicazioni nazionali e occidente che si squaglia

Ma se Trump affossa l’Occidente e Galli della Loggia stesso si chiede come salvare l’anima dell’occidente non possiamo non chiederci anche che fine fanno le nuove Indicazioni Nazionali che proprio in questo occidente che si squaglia hanno preteso di affondare le loro radici e le loro fondamenta.

Insomma: se vien giù l’occidente vengon giù anche le indicazioni nazionali?

Poco male. Magari sarà la volta buona che si potrà riprendere a ragionare sul senso e sul destino del mondo di oggi e sul senso, sui compiti e sul destino dell’educazione e dei sistemi educativi chiamati a formare cittadini capaci di vivere nel nuovo mondo post-coloniale. Post coloniale e proprio per questo attento ai diritti umani di tutti gli uomini e di tutte le donne, al diritto internazionale, alla pace e alla giustizia, all’equa distribuzione delle ricchezze, al rispetto dell’ambiente.
Chissà.

Intanto, mentre assistiamo allo sciogliersi dell’occidente mitizzato da Galli della Loggia, Valditara e seguaci, non ci resta che guardare con preoccupazione anche il traballare delle basi poco solide delle indicazioni nazionali.

 

 

 

 

 

 

 

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