di Monica Piolanti
L’episodio di cronaca che vede un bambino di nove anni, con una diagnosi certificata di disturbo da deficit di attenzione e iperattività, finire al centro di un intervento dei carabinieri e di un provvedimento di allontanamento scolastico, non è che il sintomo acuto di una patologia sistemica ben più profonda. Non si può che leggere in questa vicenda il fallimento simultaneo di tre pilastri fondamentali della nostra convivenza civile: l’efficacia dell’amministrazione scolastica, la tenuta dei modelli educativi inclusivi e la corretta applicazione del diritto alla tutela del minore. Ci troviamo di fronte a una scuola che, messa alle strette dalla complessità, abdica al proprio ruolo di agenzia educativa per rifugiarsi in una logica di pubblica sicurezza.
L’evocazione delle forze dell’ordine per gestire l’intemperanza di un bambino di nove anni rappresenta una ferita simbolica quasi insanabile. La pedagogia dovrebbe essere l’arte della mediazione, lo spazio del “possibile” dove il conflitto viene trasformato in opportunità di apprendimento. Invece, l’ingresso dei carabinieri in un’aula di scuola primaria segna il confine invalicabile dell’impotenza adulta.
La diagnosi di ADHD non è una giustificazione comportamentale, ma un preciso indicatore di necessità metodologica. Se un bambino iperattivo lancia un oggetto, sta comunicando una disregolazione emotiva che l’istituzione dovrebbe saper prevenire o contenere con strumenti educativi specifici: piani didattici personalizzati, figure di supporto esperte, strategie di defusing. Delegare la gestione di una crisi neuro-comportamentale alla forza pubblica significa trattare il sintomo di un disturbo come un reato, criminalizzando di fatto l’infanzia fragile.
A questa deriva securitaria si affianca una realtà ancora più silenziosa e inquietante: il ricorso alla sedazione farmacologica come strumento di gestione scolastica e sociale. Esistono casi, sempre meno rari, in cui il farmaco non viene utilizzato come supporto terapeutico mirato al benessere del bambino, ma come una sorta di “camicia di forza chimica” per renderlo compatibile con le esigenze di silenzio e produttività dell’istituzione. Quando la scuola o la famiglia arrivano a considerare la sedazione come l’unica via per garantire la gestione del gruppo, stiamo barattando la dignità e la salute neuro-psichica di un minore con una fragile e artificiale quiete pubblica. Spegnere farmacologicamente l’esuberanza o la reattività di un bambino significa rinunciare a comprenderne le cause, trasformando un soggetto di diritto in un oggetto da neutralizzare.
In questo quadro già frammentato si inserisce la reazione della comunità dei genitori degli altri alunni, che spesso “scendono in campo” agguerriti. È un fenomeno sociale di estrema complessità: la percezione del rischio per l’incolumità dei propri figli trasforma la solidarietà di classe in una dinamica “noi contro lui”. Quando i genitori chiedono l’allontanamento del bambino “difficile” o minacciano di ritirare i propri figli da scuola, non stanno solo esprimendo una legittima preoccupazione per la sicurezza, ma stanno anche denunciando, indirettamente, la solitudine in cui la scuola li ha lasciati. La mancanza di risposte strutturali trasforma il disagio del singolo in una minaccia collettiva, innescando una guerra tra poveri dove l’obiettivo diventa l’espulsione dell’elemento disturbante invece della richiesta corale di maggiori risorse educative. Questa pressione esterna finisce per schiacciare i dirigenti scolastici, spingendoli verso decisioni drastiche che mirano a sedare la piazza piuttosto che a includere il minore.
Ma c’è un abisso ancora più profondo in cui stiamo precipitando: stiamo scrivendo il destino criminale di un bambino di nove anni prima ancora che abbia il tempo di diventare uomo. Trattare un alunno come un pericolo pubblico, marcarlo con l’intervento dei carabinieri e isolarlo dai suoi pari significa consegnargli una “identità deviante” che difficilmente riuscirà a scrollarsi di dosso. Gli stiamo dicendo, con la violenza delle istituzioni, che il suo posto non è tra i banchi, ma sotto sorveglianza. È la profezia che si autoavvera: se lo Stato lo guarda oggi come un criminale in erba, domani non potrà meravigliarsi se quel bambino, ormai adulto, avrà imparato che l’unica lingua parlata dal mondo è quella della forza e dell’esclusione. Stiamo creando i reietti di domani nel nome della “tranquillità” di oggi.
La riflessione si sposta sulla gerarchia dei diritti in gioco. Esiste un diritto all’incolumità del personale docente e degli altri studenti, certamente, ma esiste un preminente “best interest of the child” sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia. L’allontanamento del minore e l’interdizione della potestà scolastica ai genitori sollevano interrogativi inquietanti sulla proporzionalità della sanzione. Il diritto all’istruzione, garantito dagli articoli 33 e 34 della Costituzione italiana, non può essere subordinato alla capacità dell’alunno di “stare tranquillo”. La scuola dell’inclusione non è un privilegio per bambini “facili”, ma un obbligo costituzionale proprio verso chi presenta le maggiori criticità. Quando la risposta dello Stato è il trasferimento forzato, la sedazione o la sottomissione alle proteste del vicinato, siamo certi che non si stia praticando una forma di espulsione mascherata da protezione sociale? La sanzione sembra colpire il nucleo familiare per una carenza di gestione che è, in larga parte, responsabilità dell’apparato pubblico.
Osservando criticamente i sistemi organizzativi, si nota una preoccupante erosione delle competenze relazionali all’interno dei quadri scolastici. La scuola sembra essersi trasformata in un “non-luogo” burocratico dove la prevenzione del rischio legale prevale sulla missione educativa. Il dirigente che chiama i carabinieri non sta cercando una soluzione per il bambino, sta cercando una copertura giuridica per se stesso, scaricando la responsabilità su un altro comparto dello Stato. Ma questa è una visione miope: il costo sociale di un bambino che vive il trauma di un intervento delle forze dell’ordine a scuola è infinitamente superiore al costo di un investimento in formazione specialistica per il corpo docente. La criticità risiede in una formazione che prepara ai contenuti ma non alla gestione dei gruppi complessi, lasciando gli insegnanti soli in trincea, privi di quegli strumenti di “primo soccorso pedagogico” che dovrebbero essere la base di ogni professione educativa moderna.
Le domande che questo scenario ci impone sono radicali. Che idea di società stiamo costruendo se l’unica risposta alla diversità comportamentale è l’isolamento, il controllo coercitivo, la soppressione farmacologica o l’assecondare il populismo scolastico? Siamo ancora capaci di distinguere tra un atto di ribellione consapevole e una manifestazione di sofferenza neurologica? E soprattutto, dove finisce il diritto della comunità scolastica alla serenità e dove inizia il dovere della stessa comunità di accogliere l’elemento di disturbo come parte integrante del proprio mandato? Se la scuola diventa un luogo dove chi non si adegua viene espulso per placare l’opinione pubblica, smette di essere scuola e diventa un filtro selettivo che riproduce le disuguaglianze invece di abbatterle.
Il passaggio da una scuola della cura a una scuola della sorveglianza è un segnale di regresso civile. La rigorosa analisi dei fatti ci dice che abbiamo bisogno di meno divise e più educatori, meno deleghe alla magistratura e più assunzione di responsabilità pedagogica. Non possiamo permettere che il “disturbo” diventi una colpa e che la scuola, invece di essere il porto sicuro dove imparare a gestire le proprie tempeste interiori, diventi il luogo dove si viene naufragati dal sistema stesso. È tempo di riportare l’educazione al centro del dibattito giuridico e amministrativo, ricordando che ogni volta che chiamiamo la forza pubblica per un bambino o cediamo alla logica dell’espulsione di gruppo, stiamo ammettendo la nostra sconfitta come educatori e come cittadini.
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