Crescere con mamma e papà

di Monica Barisone

STARE NELLA RELAZIONE PER IMPARARE E PER INSEGNARE

Passeggiando in prossimità di un parco, qualche tempo fa, ho notato due carrozzine, due mamme che chiacchieravano camminando l’una accanto all’altra ed ho potuto immaginare i due bimbi o bimbe addormentati al calduccio del loro accogliente contenitore a ruote. Quel parco è solitamente frequentato da persone che si allenano o che portano a spasso il proprio cane. Ho recuperato poi, con piacere, altri ricordi recenti analoghi e ho sperato con tutto il cuore in una inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni.

Viviamo in un’epoca in cui, a fronte di una denatalità cronica, abbiamo assistito ad un incremento significativo dei nuclei con un cucciolo d’animale da compagnia. Alcuni studi affermano che tra i due fenomeni esiste una correlazione, o meglio che si stia verificando uno spostamento di competenze e bisogni relazionali, nonché di energia emotiva, sul rapporto con gli animali domestici anziché sugli umani.

Altre ricerche (E. Kubinyi, 2025) interpretano questi dati in termini di ‘trasformazione delle reti sociali’, cioè, più che di sostituzione, del dover sopperire a relazioni umane ‘danneggiate o assenti ’, del poter rispondere in qualche modo al bisogno profondo di accudire ed essere accuditi. Il fatto, poi, che allevare il proprio figlio sia divenuta una esperienza solitaria, senza il supporto della comunità parentale, che tali reti si siano rotte o siano troppo lasche, può far sì che le persone avvertano il rischio di solitudine nell’esperienza educativa.

Altre ipotesi riferirebbero i fenomeni al senso di precarietà rispetto al futuro e all’idea che il mondo attuale possa essere troppo inospitale per eventuali nuovi neo-abitanti. Altre ancora li riconducono al ‘dolore emotivo’ sperimentato nelle relazioni umane. Credo sia evidente che la lettura più adeguata sia di tipo multifattoriale e ancora da approfondire e che correlazione, in questo caso, non significhi causa visto che sono le famiglie con bimbi ad essere quelle più frequentemente accompagnate da animali domestici.

Questa complessa evoluzione relazionale si sta comunque accompagnando ad una variazione dei consumi così come ad un incremento delle conoscenze sulle cure di cui necessitano i nostri animali. Sono peraltro più diversificati e diffusi anche i servizi offerti per la loro assistenza e per il loro benessere, e le figure professionali specifiche sono in aumento.

Sappiamo peraltro, grazie a recenti studi promossi dall’Enpa, quali possano essere le conseguenze di un abbandono, per un tempo breve o prolungato, per l’animale domestico, cioè destabilizzazione psicologica, perdita di sicurezza, stress, ansia, depressione, atteggiamenti nevrotici, rifiuto del cibo, autolesionismo.

Dove sto andando a parare? La sensibilità, che stiamo sviluppando rispetto al prendersi cura degli animali, corrisponde a quella che conserviamo nei confronti dell’accudimento dei nostri cuccioli, i cuccioli d’uomo? Può servirci a recuperare empatia, recettività e disponibilità nei loro confronti? Può essere un volano? Si può attivare un circolo virtuoso?

I bambini a scuola, a volte, sono nervosissimi, stanchi, iperattivi, litigiosi, impauriti proprio come cuccioli abbandonati o trascurati. È vero, la conformazione delle classi si è molto modificata ed il grado di eterogeneità ha raggiunto valori estremi. Nelle scorse settimane ho svolto alcune osservazioni in una classe prima in primaria, tutto sommato di piccola dimensione, una dozzina di bambini. Circa metà della classe presentava difficoltà di diversa natura: un bambino con una certificazione e insegnante di sostegno, due bambini con percorsi di approfondimento diagnostico, un bambino con percorso logopedico in corso, una bambina in inserimento tardivo con provenienza da altra nazione, un bambino con potenziale disturbo attentivo.

Queste situazioni così complesse stanno però portando ad una modulazione sempre più frequente delle attività, delle metodologie e delle tempistiche. La didattica sta evolvendo e gli sforzi del corpo insegnanti si sono moltiplicati in tal senso. Dunque, i disagi rilevati non sono da riferirsi solo a questa eterogeneità.

Alcuni insegnanti infatti rilevano, proprio attraverso i racconti dei bambini ed i colloqui con le famiglie, la saturazione del tempo trascorso dai bambini in attività extracurriculari e con figure professionali esterne al contesto familiare. Il tempo trascorso dai genitori con i bambini è risicato!

Non si tratta solo più di eccessiva estensione del tempo lavoro, o di pressione in termini di prestazione, di prevalenza dell’approccio narcisistico ed orientato soprattutto dal principio di piacere, unito al senso diffuso di precarietà delle risorse, quanto piuttosto forse di una perdita di fiducia in sé stessi e nelle proprie competenze naturali genitoriali verso i cuccioli d’uomo. Sembra cioè che si sia dimenticato che ‘l’unica cosa che rimane nei millenni in tutte le specie è la cura dei piccoli’ (Marcoli, 2013).

Circolano infatti sui social suggestioni pedagogiche relative, per esempio, alla nanna dei bimbi, alla durata dell’allattamento o del mantenimento di contatto con il corpo materno, dove, a partire dalle modalità di accudimento nel mondo animale, si propone di traslarne i principi a quello umano, rinnovando ricordi atavici relativi al prendersi cura, in questo caso, dei piccoli, ma tutto sommato piuttosto generalizzabili.

L’utilizzo di questa metafora non ha valenza ironica ma credo si dipani a partire dalle dichiarazioni di dubbi, timori, ansie educative spesso addotte dai giovani che si dichiarano contrari all’ipotesi genitoriale. Il nuovo rapporto dell’UNFPA[1] ha in questo senso un titolo piuttosto eloquente, ‘La vera crisi della fertilità: la ricerca dell’autonomia riproduttiva in un mondo in cambiamento’ (2025). È vero, è in corso una crisi di diritti negati, disuguaglianze strutturali e condizioni sociali che ostacolano l’autodeterminazione, ma a questa possiamo contrapporre le competenze a vivere di cui disponiamo e che possiamo difendere con tutte le nostre forze.

Il cucciolo d’uomo, così come quello animale, è innanzi tutto un essere vivente che ha il suo carattere e le sue necessità, ed ora forse possiamo affermare altrettanto anche in merito alle giovani piante. All’adulto spetta il compito di garantire il soddisfacimento dei bisogni fondamentali e, a seguire, di affiancarlo nell’ingresso nel mondo sociale e nella realizzazione graduale delle proprie attitudini e potenzialità, al fine di garantire l’acquisizione dell’autonomia e la costruzione di ampie reti relazionali.

Il ‘come’, cioè le modalità, le strategie, i percorsi per compiere questo mandato sono in parte appresi, acquisiti, costruiti, ma in parte naturali, trasmessi, guidati dal contesto relazionale, sociale e culturale, emozionali. Tutta questa ricchezza del vivere rappresenta allora la rete di sicurezza cui fare riferimento nel momento in cui si prova ad accedere alla genitorialità e alla stessa adultità. È importante ricordare di non essere affatto inesperti e incompetenti! Mi ha sempre colpito il fatto che la lunghezza del nostro braccio sia proprio quella necessaria per accogliere, cullare ed abbracciare i nostri cuccioli. Sarà un caso?

  1. Agenzia delle Nazioni Unite per la salute sessuale e riproduttiva.

 

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