Umanistico o tecnico? È la domanda sbagliata da cent’anni

di Rosa De Leonardis

Lo spettro di Gentile nell’aula con l’intelligenza artificiale

Qualche settimana fa, in sala insegnanti, una collega di materie scientifiche mi ha chiesto, con un pizzico di provocazione, se secondo me il latino servirà ancora a qualcosa tra qualche anno. L’ho presa per una domanda retorica, ma mi sbagliavo: aspettava davvero una risposta. Non gliel’ho data, quella volta. Ma la domanda mi ha accompagnata per giorni, e mi sono accorta che è la stessa che sento ripetere, con parole diverse, in ogni collegio docenti, in ogni corso di aggiornamento sull’intelligenza artificiale a cui partecipo da mesi: ci servono più insegnanti di lettere o più insegnanti di informatica? Meglio il pensiero critico o le competenze digitali? Salvare il latino o investire su Python?

Vorrei dire una cosa scomoda, e vorrei dirla subito: questa domanda non ha una risposta migliore oggi di quanta ne avesse cent’anni fa. Non perché sia difficile. Perché è la domanda sbagliata. E continuiamo a farcela per un motivo molto preciso, che ha un nome e una data: Giovanni Gentile, 1923.

Una gerarchia che gira

Quando Gentile riformò la scuola italiana, mise in cima alla piramide dei saperi la cultura umanistica – filosofia, lettere classiche – e in fondo tutto ciò che aveva a che fare con la tecnica. Non per snobismo, o non solo: per lui il sapere umanistico era riflessione dello spirito su se stesso, mentre quello tecnico-scientifico si limitava a osservare una natura esterna. Il liceo classico diventò così l’unico canale che apriva davvero tutte le porte. Gli istituti tecnici, per quanto potenziati, restarono percorsi di serie B nell’immaginario collettivo. Lo sono rimasti, in fondo, per decenni.

Poi, nel secondo Novecento, quella gerarchia si è capovolta. L’informatica di massa ha reso le competenze tecnico-esecutive – programmare, eseguire, automatizzare – le uniche davvero “spendibili” sul mercato del lavoro. Il latino è diventato, nel senso comune, un lusso per pochi; il coding, una necessità per tutti. Stessa piramide. Poli invertiti.

E oggi l’intelligenza artificiale generativa sta rimettendo in discussione anche questo secondo capovolgimento. Se una macchina scrive codice stabile in pochi secondi, la competenza tecnico-esecutiva pura si svaluta, e tornano centrali – lo dicono perfino le linee guida ministeriali sull’IA a scuola, non me lo invento – il pensiero critico, la capacità di distinguere il vero dal verosimile, il giudizio etico. Esattamente le competenze che la tradizione umanistica ha sempre coltivato.

A questo punto la tentazione, lo confesso, mi è venuta anche a me: “Visto? Gentile aveva ragione, l’umanistico vince ancora”. Ci ho girato intorno per un po’, prima di convincermi che è la lettura sbagliata.

Il vero problema non è chi vince

Il fatto che la gerarchia si sia capovolta due volte in un secolo – prima a favore dell’umanistico, poi del tecnico, ora di nuovo verso l’umanistico – non dimostra che uno dei due poli sia quello giusto. Dimostra il contrario: che continuiamo a ragionare per gerarchie, punto, indipendentemente da quale sapere occupi il gradino più alto in un dato momento storico.

È lo stesso identico movimento mentale, con l’etichetta cambiata. Ogni generazione crede di aver finalmente capito quale sapere conta davvero, senza accorgersi che il problema non è mai stato stabilire quale sapere vince, ma il fatto stesso di continuare a metterli in fila.

Questo, credo, è lo spettro di Gentile che si aggira ancora nelle nostre aule.

Non tanto il liceo classico o le sue materie, quanto l’abitudine mentale che ha istituzionalizzato: l’idea che educare significhi anche, sempre, decidere quale sapere merita di stare sopra e quale sotto. Cento anni e tre capovolgimenti dopo, nessuno l’ha ancora abbandonata, quell’abitudine. L’abbiamo solo rivestita con parole nuove: prima “cultura generale” contro “avviamento professionale”, poi “materie umanistiche” contro “materie STEM”, oggi “pensiero critico” contro “competenze tecniche”.

Perché continua a farci male

Non è solo un esercizio da convegno, questo. Ha conseguenze concrete, e le vedo tutti i giorni, letteralmente in classe. Il liceo classico, per dire, sta attraversando un calo di iscrizioni strutturale: nell’anno scolastico in corso si è scesi sotto il 5,2% dei neoiscritti, contro l’8% del 2010, e il Ministero ha già individuato in quella soglia un livello di allerta per la sopravvivenza di molti istituti.

C’è chi legge questo dato come una vittoria del pragmatismo sul nozionismo, e chi lo legge come una sconfitta della cultura. Io lo leggo, semplicemente, come l’ennesimo giro della stessa ruota: una famiglia che orienta la figlia o il figlio verso un indirizzo “più sicuro” sta facendo, con parole diverse, esattamente la stessa operazione mentale di chi nel 1923 doveva scegliere tra il ginnasio e la scuola di avviamento professionale. Cambiano gli indirizzi, cambia il lessico. La logica di fondo – bisogna scegliere da che parte stare – resta identica.

E qui c’è un punto che mi tocca da vicino, da pedagogista prima ancora che da osservatrice esterna: se continuiamo a discutere se serva più Dante o più Python, continueremo anche a orientare i nostri studenti dentro quella stessa gabbia. Con danni collaterali di cui parliamo troppo poco, tra l’altro: le ragazze, ancora oggi, restano sottorappresentate nei percorsi tecnico-scientifici di punta. Un’eco lontana, ma non del tutto spenta, di quando, un secolo fa, l’accesso ai saperi “nobili” era anche, esplicitamente, una questione di genere.

Una domanda diversa

Cosa dovremmo chiederci, allora, invece di “meglio l’umanistico o il tecnico”? Una proposta ce l’ho, ed è più scomoda della prima: come costruiamo una formazione che non abbia più bisogno di scegliere un vertice? Non un compromesso a metà tra le due culture – un liceo classico con più ore di informatica, un istituto tecnico con più letteratura – ma qualcosa che rinunci del tutto all’idea che i saperi vadano ordinati verticalmente.

Non ho una ricetta pronta. E diffido, lo ammetto, di chi dice di averla.

Ma so che continuare a discutere se sia più urgente il pensiero critico o la competenza digitale – anche quando lo si fa in nome dell’intelligenza artificiale, anche quando sembra il dibattito più aggiornato del mondo – significa restare dentro una cornice disegnata cent’anni fa da un ministro che quella cornice l’aveva costruita apposta per selezionare, non per includere. Possiamo continuare a discutere con le sue categorie. Oppure provare, finalmente, a uscirne. Io, alla mia collega di matematica, la prossima volta risponderò così.

Rosa De Leonardis, pedagogista e docente di scuola secondaria di primo grado, è autrice del saggio La Riforma Gentile: genesi filosofica e persistenza pedagogica di un modello educativo (2026).

 

Loading