Colpo su colpo (di decreti)

di Giancarlo Cavinato 

Le misure del governo Meloni e del ministro Valditara su scuola e ordine pubblico ricordano il titolo e il  contenuto del libro di Chimamanda Ngozi ‘Il pericolo di un’unica storia’ (Einaudi 2024).

E’ proprio quello che ci sovrasta minacciosamente.

L’ultima notizia che riassume e attualizza tutte le altre è che un dirigente scolastico di Padova ha invitato i docenti a eliminare dalla biblioteca scolastica i libri che contraddicono le Indicazioni Nazionali. C’è sempre chi è più realista del re, ma nella mente di costui quali rappresentazioni minacciano la sua fede incrollabile nei postulati delle Indicazioni, pensiamo alla superiorità dell’occidente e nella razza italica?

Proviamo a ipotizzare qualche titolo messo all’indice:  Dalla parte delle bambine. Lettera a una professoressa. Il paese sbagliato. I pampini bugiardi. La pedagogia degli oppressi. Piccolo blu e piccolo giallo. Un anno sull’altipiano. Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica. Il nuovo bambino   Momo….

E fra i preferiti dagli attuali geni della pedagogia?

Il piccolo alpino. Cuore. Pel di carota. Educazione personalizzata (di Victor Garcia Hoz). L’incompreso. Massime di perfezione cristiana (di Antonio Rosmini) . Insegnare l’Italia. (di L. Perla e E. Galli della loggia) La riforma dell’educazione (di Giovanni Gentile). Pinocchio

In ossequio al capolavoro delle Indicazioni Valditara, l’affermazione che ‘solo l’Occidente conosce la storia’, ci ha pensato il Presidente cinese Xi Jinping a smentire citando Tucidide.

Ma il vero capolavoro, assieme al decreto Caivano con le sanzioni per i genitori, alle Indicazioni Perla Della Loggia, al decreto ‘anti maranza’o ‘armi e coltelli’, al DDL Valditara sul consenso informato dei genitori per l’educazione sessuo affettiva, vietata a infanzia e primaria, di giugno (cresceremo asessuati?), è il recente decreto sul tetto del 30% di stranieri in classe, che accumula una serie di misure neanche lontanamente attuabili: il divieto del burka (che finora nessuno ha dichiarato di averne visto nella scuola), l’ora di latino alla secondaria, la denominazione dei tecnici e professionali ‘licei’. Siamo nel pieno della creatività futuristica e del trionfo dell’immaginario, perché le classi che superano il 30% sono 1 su 13 (circa 34000 su 370000); il burka e il niqab non si vedono nelle scuole italiane; l’ora di latino senza risorse rimane una pia aspirazione anche nella sua intenzione di tornare a un doppio canale come ai tempi dell’avviamento professionale per i ‘poveri’; rinominare istituti ampiamente penalizzati ‘licei’ non ne eleva  la qualità e il contrasto a dispersione, abbandoni, povertà educativa.

Sono i segnali che si inviano quello che conta, però. Come ai tempi della Moratti quando si è preteso di modificare il ciclo di vita dei soggetti istituendo l’anticipo per captare il favore delle famiglie abbienti, bypassando le ricerche di psicologia dello sviluppo e delle fasi di maturazione, oggi con queste misure si interviene a gamba tesa sul futuro di molti determinandone il percorso e la destinazione. Il tutto in assenza di risorse (destinate ad altro: il ponte, il riarmo) per rendere obbligatoria la scuola dell’infanzia  istituire nidi e scuole materne dove mancano, estendere il tempo pieno e dotare le scuole di personale formato non precario secondo le esigenze indicate dalle scuole  e in numero tale da consentire soluzioni articolate formando ‘squadre’ educative secondo la metodologia del team teaching; evitare classi pollaio e mega istituti onnicomprensivi, istituire bienni realmente unitari estendendo l’obbligo a 18 anni, con un colpo di bacchetta magica si pretende di risolvere questioni complesse di carattere linguistico e culturale dividendo spostando mettendo insieme i ‘simili’. Ignorando altresì i tempi e i criteri di formazione delle classi in relazione alla dotazione di organici assegnati e alle preiscrizioni. Venendo meno anche alla tanto conclamata ‘libertà di scelta delle famiglie’ di decidere dove e come collocare gli alunni. Una libertà unidirezionale, se si tiene conto che ricerche della Fondazione Agnelli dimostrano che uno dei fattori di insuccesso di quella che è stata la scuola media è stato la formazione di classi in ossequio ai desiderata di ‘certe’ famiglie’.

Intanto lo Stato, con la legge Bossi Fini, mantiene sospesi in un vuoto giuridico oltre 850 000 ragazzi, che siano di prima, seconda generazione, o NAI. Non cittadini, non detentori degli stessi diritti dei compagni. Quindi di fatto una differenziazione di percorso c’è già da molti anni.

Con effetti sulla percezione di sé, la fiducia, il senso di appartenenza a una comunità (dimenticando la coesione sociale di cui parla il Presidente della Repubblica come compito prioritario della scuola).

A questo aspetto si aggiunge il fenomeno delle ‘fughe bianche’, la scelta da parte di famiglie che non gradiscono la ‘mixité’ di scuole (per lo più private) dove i loro figli possano ‘serenamente’ crescere fra i loro simili.

A questo punto, stante il calo demografico, sarebbe interessante conoscere quali e quanti sono gli alunni di ‘razza italica’ penalizzati nelle classi con percentuali alte di ‘stranieri’ (peraltro da mandare fuori d’Italia appena possibile) e a quali forme di disagio siano esposti.

Ogni volta che in Italia si è fatto un passo avanti verso una democratizzazione dell’educazione e dei rapporti sociali c’è stato chi ha temuto che si traducesse in svantaggio e penalizzazione per sé e i propri figli. Si è verificato con le migrazioni dal sud Italia (i ‘figli dei terroni’), con l’inclusione dei disabili, con la presenza di alunni rom.

In tutti i casi è stato provato che i risultati complessivi erano migliori nelle classi disomogenee.

Certo può essere faticoso gestire situazioni di grande varietà linguistica e culturale, soprattutto in assenza di mediatori di lingua e, insistiamo, di cultura, di classi numerose e prive di risorse.

Le risposte non posson essere l’istituzione di classi separate per lingua: le classi differenziali sono state abolite, con buona pace dell’AFD e del generale Vannacci, nel 1975. C’è bisogno di soluzioni fluide, aperte alla creatività pedagogica e umana.

Su due piani:

LO SPAZIO

La legge 517 del ’77 ha istituzionalizzato la pratica delle classi aperte, che ben prima insegnanti sperimentavano, pratica generalizzata poi nel tempo pieno con la legge 821 del 71. Dov si possono alternare momenti di lavoro per gruppi eterogenei e omogenei secondo le necessità e i temi affrontati e altri condivisi. In momenti di compresenza di più insegnanti. Con una metodologia che preveda momenti di ‘impregnazione linguistica’ o ‘bagno di linguaggio’ secondo le raccomandazioni della ricerca psicolinguistica e glottologica. Facendo degli spazi aula momenti di laboratorio e ricerca. Si può quindi rimanere nella stessa scuola e nella stessa aula diversificando e alternando l’uso di spazi contigui. Senza trasferimenti altrove.

IL TEMPO

L’esperienza di tanti insegnanti dimostra che ci vuole tempo, rispetto dei ritmi diversi da soggetto a soggetto, interventi individualizzati. Solo in tempi lunghi avvengono i processi di maturazione e ‘appaesamento’ (per citare De Martino La fine del mondo) e non di assimilazione forzata di bambini/e e genitori.

Per questo la compresenza, il tempo pieno, un organico adeguato, gruppi di dimensioni umane sono fondamentali. E’ agendo su tali due criteri, spazio e tempo, che si può far crescere una comunità di pratiche e di apprendimento. Non nell’esclusione e nella separatezza.

Rispettando e facendo interagire le tante storie personali familiari comunitarie.

Per questo va reinviata alla Presidente del Consiglio la Sua fredda determinazione di un futuro a due marce, per ‘italiani puri’ e ‘stranieri perenni’ da sopportare per i lavori esecutivi. Dimostrandone l’inapplicabilità e l’inesigibilità.

 

 

 

 

 

 

 

 

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