di Raimondo Giunta
La scuola è ancora un’istituzione fondata sul primato della parola,ma presuppone spesso che quanti vi entrano già la posseggano.Per conto proprio. In alcune/molte realtà non ci si adopera per darla a chi non la possiede e in questo modo e con queste intenzioni si favoriscono gli alunni provenienti da alcuni ambienti sociali,dove si possono trovare tutte le forme di conservazione e di sviluppo della parola:libri.giornali,riviste,media,rapporti sociali privilegiati,frequentazioni culturali,viaggi etc.etc…
Per evitare che le disuguaglianze del bagaglio culturale personale si allarghino ,a scuola bisogna dare risalto e primato ad una buona educazione linguistica,che doni la parola e poi la sviluppi.
Il secondo rimedio a cui bisogna ricorrere è costituito dalla valorizzazione di tutte le esperienze d’apprendimento in cui la mediazione linguistica è funzionale alla manifestazione delle forme d’intelligenza,che per comodità definiamo non logico-linguistiche(musicale,spaziale,pratico-manipolatoria,creativa,progettuale,estetica etc)e che trovano nei diversi tipi di laboratorio una possibilità di realizzazione.
Il secondo rimedio a cui bisogna ricorrere è costituito dalla valorizzazione di tutte le esperienze d’apprendimento in cui la mediazione linguistica è funzionale alla manifestazione delle forme d’intelligenza,che per comodità definiamo non logico-linguistiche(musicale,spaziale,pratico-manipolatoria,creativa,progettuale,estetica etc)e che trovano nei diversi tipi di laboratorio una possibilità di realizzazione.
L’inclusione a scuola è un principio di natura etico-politica:tradurla in organizzazione e in tecniche di lavoro non è facile e non è sufficiente,perchè occore dispiegare un forte convincimento morale che disponga all’accettazione della diversità,all’apertura verso le novità e ad un impegno professionale senza risparmi e senza riserve .Il disabile e l’immigrato sono la pietra d’inciampo più clamorosa;la sfida più ardua al regime dell’ordinarietà,perchè esigono procedure e tempi diversi di lavoro scolastico e costituiscono un impedimento verso la gestione abituale dell’attività didattica .Sono la prova più difficile da affrontare per una pedagogia dell’inclusione.
L’inclusione ,però, oggi non riguarda solo il l’immigrato e il disabile,ma tutti i ragazzi del disagio sociale,della deprivazione culturale,della marginalità e per un aspetto che li coinvolge nella loro dimensione antropologica, non pochi nativi digitali:quelli del computer e dell’i-phone sempre accesi e dei social net-work sempre aperti.
Nelle indagini internazionali la scuola italiana risulta come una scuola tra le più inclusive, tra le meno selettive di tante altre di cui si celebrano i fasti. Merito delle riforme che iniziano negli anni ’70 e degli insegnanti che in quegli anni hanno cominciato a lavorare a scuola .Uno dei sistemi scolastici,in cui si spende di più per il superamento delle disabilità.Merito che spetta in modo particolare alla nostra scuola dell’obbligo,compresa la tanta disprezzata scuola media.Questo patrimonio di civiltà è oggi attaccato frontalmente dal governo , partendo dal numero dagli studenti di origine straniera presenti nelle classi. Questo patrimonio va difeso a denti stretti ,perché l’inclusione e l’integrazione di quanti per condizione sociale e per costituzione personale si pongono all’esterno dell’ordinarietà del lavoro scolastico sono ancora la prova della civiltà di una nazione.
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