di Franca Da Re
Ritornare alle parole del 2020
Ho riletto oggi, a distanza di sei anni, la lettera aperta che indirizzai agli insegnanti e ai Dirigenti Scolastici nei primi giorni di quella clausura forzata che fu l’emergenza Coronavirus (reperibile qui: https://www.francadare.it/wp/riflessioni-per-i-maestri-del-tempo-presente/)
Rileggere le proprie parole col senno del poi è un esercizio strano, talvolta impietoso. Eppure, ritrovo in quelle righe, scritte tra l’angoscia di un presente sospeso e l’ostinata ricerca di un senso, l’eco di una verità che oggi torna a bussare con ancora maggiore urgenza.
Allora il nemico era invisibile, biologico, improvviso. Temevamo che la distanza fisica spezzasse la trama dei rapporti, che la scuola si riducesse a una fredda burocrazia dell’adempimento o a una sequenza di compiti dispensati attraverso uno schermo. Ci chiedevamo come salvare la “scuola calda”, la comunità, il diritto fondamentale dei nostri ragazzi a essere ascoltati, riconosciuti e custoditi nella loro fragilità.
Oggi la sensazione di smarrimento non si è dissolta: ha solo cambiato forma.
Siamo usciti dall’emergenza sanitaria per addentrarci, quasi senza accorgercene, in un’altra emergenza, più sottile, pervasiva e silenziosa. Se allora la minaccia era l’isolamento fisico e la mancanza di connessione, oggi è l’isolamento cognitivo in un oceano di iper-connessione. Viviamo in un tempo in cui la velocità della tecnologia — con la travolgente affermazione dei sistemi di intelligenza artificiale, degli algoritmi di profilazione e dei mercati dei dati — ha superato di gran lunga la nostra capacità di elaborazione culturale, critica ed etica.
E insieme al vertiginoso salto tecnologico, vediamo riemergere sul fondo della scena geopolitica e culturale quegli stessi fantasmi che credevamo consegnati per sempre ai libri di storia: la fragilità delle istituzioni democratiche, la tentazione dell’uomo forte, il ritorno dei nazionalismi, la stanchezza della memoria e quell’insidioso cinismo che induce a credere che, in fondo, nulla possa davvero cambiare.
Si fa strada un interrogativo scomodo e bruciante: che cosa significa essere “Maestri” oggi?
Se nel 2020 il nostro compito fu quello di non interrompere la trama umana della scuola di fronte alla calamità naturale, oggi siamo chiamati a un ruolo ancora più alto e scomodo: essere custodi del pensiero critico, della memoria storica e della speranza condivisa. Di fronte a un tempo che sembra correre all’indietro ripetendo gli errori del Novecento, a chi educa non è concessa la resa al disincanto.
2. La regola che rende liberi: contro le illusioni del tecno-soluzionismo e del sovranismo
In un’epoca che tende a dipingere ogni norma, vincolo o istituzione sovranazionale come un fardello burocratico, abbiamo il dovere pedagogico di ristabilire una verità fondamentale: la regola non è il limite della libertà, ma la sua sola garanzia.
Senza regole trasparenti, la libertà del più forte diventa legge, sia essa il potere incontrollato di un algoritmo, lo strapotere di colossi privati o la prepotenza di uno Stato che rivendica una sovranità assoluta ed egoista.
- Adorare la tecnica senza divinizzarla:
Non c’è spazio, nella scuola che immaginiamo, per un facile e sterile luddismo. La tecnologia è una delle manifestazioni più alte dell’ingegno umano; ci affascina, ci apre orizzonti prima impensabili e offre strumenti straordinari di conoscenza. Ma proprio perché ne riconosciamo il valore, rifiutiamo il feticismo tecnologico e il tecno-soluzionismo, l’illusione cioè che ogni problema umano, etico o politico possa essere risolto da un algoritmo. Come insegnava Immanuel Kant, l’essere umano deve rimanere sempre un fine e mai un mero mezzo: l’intelligenza artificiale deve servire a liberare il pensiero dell’uomo, non a sostituirsi alla sua capacità di giudizio morale e di scelta autonoma.
- La lezione della storia e la difesa dell’Europa:
I rigurgiti sovranisti e il risentimento contro la casa comune europea rivelano una grave amnesia storica. Altiero Spinelli e i padri fondatori dell’Europa unita avevano compreso, sulle macerie fumanti del secondo conflitto mondiale, che le grandi sfide civili, economiche e di pace richiedono risposte sovranazionali. Difendere l’Europa non significa difendere un’architettura burocratica o finanziaria, ma custodire l’unico spazio politico continentale capace di garantire diritti, stato di diritto e pace strutturale. In un mondo dominato da giganti geopolitici aggressivi, il ripiegamento nei confini nazionali è un’illusione infantile: lascia i cittadini soli, fragili e privi di tutele.
- La cura del Pianeta come imperativo categorico:
La difesa della Terra e la transizione ecologica non sono “temi di moda” o vincoli punitivi per le imprese, ma la più grande questione di giustizia intergenerazionale della nostra epoca. Il clima e gli ecosistemi non conoscono dogane né sovranità nazionali. Contrastare la narrazione che dipinge la protezione del Pianeta come un nemico del benessere significa fare un’operazione di verità: insegnare che non può esserci giustizia sociale senza giustizia ambientale. La Terra non è una risorsa da saccheggiare fino all’esaurimento, ma una casa comune che ci è data in custodia. La pedagogia del tempo presente è necessariamente un’ecologia integrale.
- La Costituzione e il valore dell’Universale:
Piero Calamandrei ci ricordava che la Costituzione è un “pezzo di carta”, un motore che per camminare ha bisogno del combustibile dello spirito umano, della responsabilità e dell’impegno di ciascuno. È nella letteratura e nella filosofia che troviamo l’esperienza dell’Universale: quel filo invisibile che ci fa riconoscere nell’altro, che ci insegna l’empatia e ci emancipa dal particolarismo. La letteratura non è un passatempo, ma una palestra di democrazia, dove si impara che la realtà è complessa, che le prospettive sono molteplici e che la verità richiede sforzo e discernimento.
Ritornare a Gramsci significa comprendere che il ruolo della scuola non è mai neutrale. Un maestro del tempo presente non offre un facile ottimismo consolatorio di fronte alle crisi. Esercita, ed educa a esercitare, un lucido pessimismo della ragione: analizzare la realtà senza sconti, capirne le trappole e le asimmetrie di potere. Ma a questo affianca l’ottimismo della volontà: la scelta etica di continuare a costruire spazi di pensiero libero, di cooperazione e di dignità umana.
3. Dalla teoria alla classe: la prassi del “maestro illuminato”
Se la democrazia è un’opera d’arte civile che richiede manutenzione costante, la classe è il laboratorio in cui se ne apprendono i gesti fondamentali. Tradurre questo insegnamento nel quotidiano scolastico significa trasformare la didattica in un’esperienza di cittadinanza attiva:
- La ricchezza della pluralità contro il mito dell’omogeneità:
In un momento storico in cui riemergono narrazioni escludenti — che dipingono le differenze culturali, linguistiche o di abilità come un “ostacolo” al cammino dei cosiddetti “normali” (sani, autoctoni, madrelingua e, magari, rigorosamente alti, biondi e con gli occhi azzurri), la scuola deve riaffermare una verità pedagogica elementare: l’omogeneità è un’illusione impoverente, la diversità è l’unica vera condizione della realtà. Una classe multiculturale e plurale non è una riserva di svantaggi da compensare, ma una straordinaria palestra di complessità. Insegnare a ragazzi con storie, lingue, fragilità e retroterra differenti significa offrire a ciascuno l’opportunità di uscire dal proprio isolamento etnocentrico, di scoprire che l’Universale non è l’uniformità, ma la capacità di riconoscere l’umano in ogni sua forma.
- L’IA come “palestra di dubbio” e non come oracolo:
L’ingresso dell’intelligenza artificiale nelle vite dei nostri studenti non va ignorato né subito. Invece di proibire o delegare acriticamente, il maestro del tempo presente porta l’algoritmo al banco di prova. Si usano i testi generati dalla macchina per cercarne i bias, le allucinazioni, le omissioni storiche, le discriminazioni implicite o le semplificazioni concettuali. Insegnare a “interrogare l’algoritmo” diventa la versione moderna della critica delle fonti: un esercizio di sovranità cognitiva che dimostra ai ragazzi che la macchina sintetizza, ma solo l’umano comprende, giudica e si assume la responsabilità etica del pensiero.
- Dalla cultura dell’adempimento al “Diario di Bordo Civile”: Come già ricordavamo nei giorni bui del 2020, la valutazione non può ridursi a un rito sanzionatorio o a un conteggio burocratico di voti. Oggi più che mai serve educare all’autovalutazione e alla riflessione metacognitiva. Proporre un “Diario di bordo” (individuale e/o) di classe significa abituare gli studenti a registrare non solo cosa hanno imparato, ma come si sono sentiti, come hanno affrontato un disaccordo, come hanno verificato un’informazione. È la costruzione quotidiana dell’autonomia morale.
- Coltivare la parola per dare forma al mondo: la classe come spazio di parola e sentimento:
Di fronte alla polarizzazione sbrigativa dei social network e alla semantica impoverita degli slogan, la classe deve diventare la roccaforte della parola parlata e scritta. Dare parola agli studenti non è un esercizio di stile: è l’atto politico con cui si fonda la cittadinanza. Padroneggiare la lingua significa costruire concetti, articolare idee, affinare capacità di difesa e affilare le armi dell’argomentazione. Senza la parola, il cittadino è disarmato di fronte al potere.
Coltivare il verbo nell’ascolto partecipe, nel dibattito argomentato, nella lettura profonda e nella scrittura intima significa compiere il miracolo pedagogico più grande: portare l’emozione fuori dal limbo dell’irrazionale e trasformarla in sentimento e coscienza critica. L’emozione muta e reattiva, se non detta, rischia di degenerare in angoscia o aggressività; la parola nominata, scritta, condivisa e rielaborata la sublima in pensiero, empatia e scelta etica. Insegnare a dire ciò che si prova e ciò che si pensa è la più potente e rivoluzionaria lezione antiautoritaria che la scuola possa regalare.
- L’eredità dei Programmi del 1945: la democrazia si impara vivendola:
Rileggere oggi i programmi per la scuola primaria del 1945 (https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1945/08/21/045U0459/sg), redatti all’indomani della Liberazione per defascistizzare la scuola, suscita un brivido di straordinaria attualità. Vi si legge un monito che sembra scritto per le insidie del nostro presente:
«L’analfabetismo politico è molto più pernicioso dell’analfabetismo culturale, perché lascia il cittadino in balìa di chiunque sappia e voglia sfruttare la sua ignoranza dei problemi della vita pubblica.»
In quel testo si affermava con lucida chiarezza che la formazione del cittadino non avviene attraverso l’erogazione di noiose lezioni morali, ma trasformando la classe in una piccola comunità democratica auto-governata, dove si discute insieme delle regole, si assumono responsabilità collettive e si impara il rispetto reciproco nella pratica quotidiana. A ottant’anni di distanza, quel passaggio e tutto il documento ci ricordano che la democrazia non è una nozione da memorizzare per il voto, ma un abito mentale da indossare ogni mattina aprendo la porta dell’aula.
Conclusione: L’ostinazione del Maestro tra il lumicino e i mulini a vento
Torniamo dunque a quel filo interrotto nel 2020. Sei anni fa ci chiedevamo come fare scuola “dalle retrovie del fronte”; oggi ci chiediamo come farla mentre il fronte sembra essersi spostato nel cuore stesso delle nostre democrazie e delle nostre menti.
A chi insegna oggi è richiesto un coraggio che assomiglia a quello dei grandi folli della letteratura e della filosofia. Serve la lanterna di Diogene per continuare a cercare con ostinazione l’uomo, il vero, l’onesto, anche quando intorno fa buio e imperversa il cinismo. E serve la lucida follia di Don Chisciotte per continuare a caricarli, quei mulini a vento, siano essi le derive sovraniste, lo strapotere algoritmico o la stanchezza della memoria, sapendo che la battaglia non è mai persa finché c’è qualcuno disposto a combatterla con la sola forza delle idee e delle parole.
Chi educa non può permettersi il lusso del pessimismo consolatorio. Può essere stanco, certo, perché la fatica della lucida custodia è immensa. Ma sa che ogni volta che un ragazzo impara a dubitare di una risposta facile, a difendere una regola che protegge il più debole, a riconoscere la bellezza nella diversità o a dare il nome giusto a un’emozione, il futuro compie un passo indietro rispetto all’abisso.
Ai maestri e alle maestre del tempo presente non chiediamo di salvare il mondo da soli. Chiediamo di continuare a fare ciò che hanno sempre fatto nei momenti bui della storia: rimanere al proprio posto, accendere la lampada della parola e mostrare alle nuove generazioni che la libertà non è un dono ricevuto per sempre, ma un fuoco da alimentare ogni giorno con il pensiero, il coraggio e l’umanità.
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