Questo è un ricordo semplice per uno dei più grandi cantautori italiani di sempre.
La scheda, curata, da Riccarda Viglino, offre l’opportunità di riflettere su un testo poetico straordinario che rimarrà per sempre nel nostro immaginario.
La scheda potete stamparla e usarla in classe con gli alunni,
“La gatta” (1960) di Gino Paoli è una canzone autobiografica che celebra con malinconia la vita semplice e povera in una soffitta di Boccadasse (Genova), contrapposta al successo successivo. Simboleggia la felicità trovata nelle piccole cose, come la compagnia della sua gatta “Ciacola”, la chitarra e la vista del mare.
La scomparsa di Jeürgn Habermas segna la fine del “secolo breve” della ragione comunicativa e ci pone davanti a una domanda che brucia tra i banchi di scuola: è ancora possibile capirsi? Habermas è stato l’ultimo grande ottimista della ragione, colui che ha creduto fermamente che il linguaggio non servisse solo a dare ordini o a manipolare il prossimo, ma a costruire ponti. Per chi vive nel mondo della scuola, la sua lezione non è un pezzo di storia della filosofia da inserire nel programma di quinta superiore, ma il fondamento stesso del nostro agire quotidiano. In un’epoca segnata dalla frammentazione, dobbiamo chiederci se la scuola non sia rimasta l’ultimo laboratorio in cui l’identità si costruisce non per esclusione, ma per confronto.
Il concetto cardine che Habermas ci consegna è quello di agire comunicativo. Per il filosofo di Düsseldorf, la verità non è qualcosa che uno possiede e l’altro deve subire, ma il risultato di un discorso libero da dominazioni. Portare questo concetto in classe significa ribaltare la didattica frontale e autoritaria per trasformarla in una comunità di ricerca. Se la società fuori dalle mura scolastiche è diventata un’arena di monologhi incrociati, dove la polarizzazione impedisce il riconoscimento dell’altro, la scuola deve restare lo spazio “protetto” dove si impara a dare ragioni delle proprie opinioni. Non basta avere un’idea; bisogna saperla sostenere con argomenti che l’altro possa comprendere e, eventualmente, contestare. Questa è la base della cittadinanza attiva che troppo spesso citiamo nei documenti burocratici senza caricarla di senso profondo. Continua a leggere→
C’è un momento, durante l’ultimo anno di liceo, in cui il tempo sembra improvvisamente accelerare. Non è l’inizio dell’anno scolastico né il giorno dell’esame di Stato. È un punto preciso nel mezzo: quello dei cento giorni alla maturità. Una data simbolica, attesa e celebrata da generazioni di studenti, che segna l’inizio del conto alla rovescia verso la fine di un percorso lungo cinque anni.
Non si tratta soltanto di un numero sul calendario, ma di una sorta di confine invisibile tra ciò che siamo stati fino a oggi e ciò che diventeremo.
Frequento il quinto anno di liceo a Quartu Sant’Elena, in provincia di Cagliari. È una scuola impegnativa, ricca di programmi e di richieste. Non è sempre semplice affrontare lo studio quotidiano, le verifiche, le interrogazioni e le lunghe ore sui libri. Eppure, proprio dentro queste difficoltà si nasconde forse il valore più grande di questo percorso.
“Io non so più cos’è normale. O un’allucinazione. Se sono matto io. Non è che voglia litigare. Ho solo qualche osservazione. Un pensiero mio”. Prendo a prestito il ritornello e l’impostazione di una canzonetta di Ditonellapiaga a Sanremo per provare a vedere se a scuola oggi c’è qualcosa che non quadra. Vediamo.
La riforma contenutistica dell’esame di stato (Che Fastidio!)
L’apprezzamento del maggior sindacato dei dirigenti scolastici al nuovo esame di maturità (Che Fastidio!)
La Carte del docente che non viene finanziata per tempo (Che Fastidio!)
La gestione del precariato (Che Fastidio!)
Le Nuove Indicazioni 2025 (Che Fastidio!)
Le lodi del Ministro per gli iscritti al 4+2 e non agli altri studenti (Che Fastidio!)
La valutazione dei dirigenti scolastici fatta su carta (Che Fastidio!)
I dirigenti scolastici che hanno snobbato la valutazione e poi si lamentano del punteggio preso (Che Fastidio!)
I dirigenti scolastici che si sono lodati tramite social per la valutazione ricevuta (Che Fastidio!)
Mafia, separatismo e autonomia nella Sicilia del secondo dopoguerra
Oggi, forse perché da tante speranze e da tanti progetti del passato si misura la distanza e se ne constata il fallimento, ci si può avvicinare con maggiore serenità a temi come mafia, separatismo e autonomia, sgombrando, nei limiti del possibile, il terreno da miti e pregiudizi. Sono argomenti che possono essere trattati singolarmente, ma solo considerandoli insieme si può avere una visione d’insieme e comprendere gli intrecci che li hanno legati. È opportuno prendere in esame gli anni che vanno dal 1943 al 1947, periodo in cui mafia, separatismo e autonomia si incontrano e si scontrano. Sono anni in cui emergono nuovi protagonisti, movimenti e progetti politici, e si verificano fatti destinati a condizionare la storia siciliana fino ai nostri giorni. Eventi che non nascono dal nulla e che richiedono uno sguardo retrospettivo per essere compresi.
Il 1943 fu un anno di svolta nella guerra contro il nazifascismo: sbarco degli Alleati in Sicilia, vittoria sovietica a Stalingrado, sconfitta dell’Armir sul Don, caduta di Mussolini. Nel caos seguito al crollo del regime, e in presenza delle truppe alleate, ricompaiono i partiti sciolti durante il ventennio fascista; riemerge la mafia, che si diceva debellata; riappare l’autonomismo, mai del tutto dimenticato da una parte della classe dirigente siciliana, ma che in quel momento assume anche la forma del separatismo.
Nel corso dell’Ottocento la Sicilia si era configurata come terra tendenzialmente eversiva rispetto agli assetti politico-istituzionali esistenti. Le cause di questa insofferenza vanno ricercate nella condizione economico-sociale del mondo contadino, nell’avversione di parte della classe dirigente verso il governo centrale e nella presenza della mafia. Dopo l’Unità d’Italia, l’isola non vide realizzarsi significativi progressi sul piano della giustizia sociale; la creazione del mercato nazionale e l’abolizione del sistema protezionistico indebolirono il sistema produttivo siciliano, mentre l’aumento della pressione fiscale gravò soprattutto sui ceti popolari. Continua a leggere→
Il patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia non è mai stato così fragile, ma ciò a cui stiamo assistendo negli ultimi anni trascende la semplice divergenza di opinioni: siamo di fronte a un vero e proprio scivolamento barbarico della critica. L’episodio della docente – professionista impeccabile e preparata – letteralmente “messa alla gogna” su una chat di WhatsApp per aver osato esercitare il proprio ruolo di guida attraverso una correzione, non è solo un atto di maleducazione digitale, è un autogol pedagogico di proporzioni catastrofiche. Ci troviamo dinanzi a un’inversione di ruoli che dovrebbe farci tremare: il genitore che si improvvisa revisore didattico senza averne i titoli, trasformando un’aula scolastica in un’arena da social network dove il linciaggio sostituisce il dialogo.
L’ossessione dei genitori di proteggere i figli da ogni forma di errore o frustrazione nasconde un’insicurezza profonda, una sorta di narcisismo riflesso. Intervenire con ferocia contro un segno rosso o un appunto metodologico significa, di fatto, impedire al bambino di sviluppare la resilienza necessaria per stare al mondo. Se il genitore si trasforma nel “sindacato” del figlio, il bambino smette di essere uno studente che impara dai propri sbagli e diventa un cliente intoccabile di un servizio che non può permettersi di contrariarlo. Continua a leggere→
Il Ministro dell’Istruzione e del Merito dall’avvio del suo mandato ha intrapreso una comunicazione politica, che si rivolge parzialmente al mondo della scuola, ma in primo luogo vuol raggiungere l’opinione pubblica mettendo l’opposizione politica e anche culturale in difficoltà. L’ultimo caso che potremmo chiamare “dei metal detector a scuola” interviene come sempre per punire, visto che non si è in grado di prevenire.
Nessuna scuola italiana (non mi azzardo a scrivere “del mondo”) ha mai permesso ai suoi studenti di venire a scuola armati di coltelli. Se qualche studente porta a scuola il coltello c’è un grosso problema educativo che riguarda tutta la comunità scolastica fatta da studenti omissivi (non denunciano niente perché hanno paura di ritorsioni da cui non saranno difesi), docenti minimizzanti, dirigenti timorosi di trovarsi davanti all’opinione pubblica per azioni repressive e di vasta risonanza. Ma quando un ragazzo muore a scuola per una pugnalata di un compagno allora si inaspriscono le pene, quasi che senza quell’inasprimento un accoltellatore non sia sempre finito in galera.
Lasciare la scelta sulla richiesta di attivare i metal detector alle scuole mi pare una vera follia, perché chiedendo l’intervento preventivò-repressivo le scuole comunicano all’opinione pubblica locale che hanno il dubbio che in quella scuola gli studenti possano entrare armati. Continua a leggere→
di Carlo Ridolfi (Attivista Culturale Indipendente)
Uno
Il dinamico duo Piantedosi-Valditara emana una direttiva congiunta dal titolo: “Misure per il rafforzamento delle azioni di prevenzione e contrasto di fenomeni di illegalità negli istituti scolastici”.
In essa, a partire dall’assunto di partenza: “La sicurezza è la condizione della autentica libertà”, si annuncia, di fatto, l’incarico ai Prefetti di monitorare le situazioni “di criticità” dentro e nei dintorni degli edifici scolastici, attuando le opportune misure di “prevenzione”, non dimenticando quelle repressive.
Due – Padova I
Poche ore dopo una (fin troppo?) solerte Dirigente Scolastica di un Istituto Comprensivo di Padova invia una Comunicazione alle famiglie (Scuola secondaria di primo grado) e ai docenti, nella quale li si informa che potranno verificarsi controlli e visite delle forze di polizia fuori e dentro la scuola.
Il tutto si inserisce: “…in una strategia più ampia volta a promuovere ambienti educativi, sicuri, regolati e inclusivi, nei quali studenti e studentesse possano crescere serenamente, sviluppando relazioni positive e un senso di responsabilità condivisa”.
Tre – Padova II
I rappresentanti di sette istituti secondari di secondo grado (“Nievo”, “Cornaro”, “Tito Livio”, “Galilei”, “Marchesi”, “Valle”, “Ferrari”, insieme alla Consulta provinciale degli studenti, inviano ai media locali un documento nel quale – anche facendo riferimento a due recenti casi di suicidio di giovani e giovanissimi – si chiede esplicitamente aiuto alle istituzioni.
“Emerge la solitudine”, scrivono gli studenti, “la fragilità emotiva e il senso di smarrimento e inadeguatezza che molti ragazzi vivono quotidianamente, senza saperle come affrontarli”. E, continuano: “Perfezionismo, ansia da prestazione e paura del fallimento sono dinamiche estremamente diffuse nelle nostre scuole”. Concludendo: “La scuola dovrebbe puntare non solo alla formazione professionale, ma anche a quella di donne e uomini nella loro interezza e complessità”.
Quattro – Fuori sacco
Una (bravissima) Dirigente Scolastica, durante una riunione online per l’organizzazione di un convegno, afferma: “Al giorno d’oggi il DS è addestrato a eseguire le direttive del Ministero”.
Qualche riflessione
Sarei più propenso a pensare che “la libertà è la condizione dell’autentica sicurezza”.
Libertà di abitare per molte ore al giorno edifici scolastici in cui non piova dentro, i soffitti non minaccino di crollare, le prese di corrente non dondolino con i fili penzolanti e così via.
Libertà di dirigere (se fossi un DS) partendo dai princìpi della Costituzione della Repubblica Italiana, di insegnare (se fossi un insegnante) sulla base della mia sacrosante autonomia professionale, di imparare (se fossi uno studente) potendo obiettare con l’uso del pensiero critico a eventuali affermazioni o contenuti che non mi convincono, libertà (se fossi, come sono e fui, un padre) di poter interloquire con l’istituzione scolastica non per sostituirmi (non ne ho le competenze) al lavoro altrui o (peggio) per fare il sindacalista dei miei figli e contrattare le valutazioni, ma per dialogare nella convinzione che la scuola non dovrebbe essere un fortino assediato, ma uno dei luoghi di progettazione e di attivazione di azioni educative orientate a rinsaldare il legame sociale.
Inoltre: sono convinto che i ragazzi e le ragazze vadano davvero visti e davvero ascoltati. Sarebbe magnifico se nelle città si organizzassero appuntamenti in cui, una volta tanto, non fossero adulti più o meno empatici o esperti più o meno a buon mercato a spiegare ai giovani come sono fatti e cosa dovrebbero fare per esser migliori, ma parlassero i giovani e gli adulti stessero ad ascoltare.
Invece di cianciare di ‘resilienza’, ‘merito’, metal detector o altro, perché non proviamo ad aprire gli occhi e le orecchie (e le menti e i cuori)?
Si intitola “Misure per il rafforzamento delle azioni di prevenzione e contrasto di fenomeni di illegalità negli istituti scolastici” l’ordinanza firmata ieri 28 gennaio dai Ministri Valditara e Piantedosi. Si tratta dell’ordinanza preannunciata dopo i fatti di La Spezia e riferita ai cosiddetti metal detector.
Ma andiamo ad una analisi del testo così da comprendere bene di cosa si tratta.
La gatta frettolosa fa i gattini ciechi
Mi spiega AI Overwiew che il celebre proverbio italiano insegna come l’agire con troppa fretta porti a errori, risultati scadenti o conseguenze negative. Il detto sottolinea l’importanza di dedicare il giusto tempo e la dovuta calma a ogni attività per garantire un esito positivo, piuttosto che operare in modo precipitoso.
Leggendo l’ordinanza si possono trovare diverse conferme al detto popolare. Elenco qui di seguito alcune sviste o errori formali che certo non ci si aspetterebbe di trovare in un testo firmato da due ministri:
nella versione in PDF pubblicata da molti siti di informazione scolastica e anche da quotidiani (ad esempio da Il foglio ) non si trova né la data né il numero di protocollo dell’ordinanza. La data – e l’ora – la si desume solo dal timbro della firma digitale del ministro Piantedosi;
l’ordinanza è in primo luogo indirizzata ai Prefetti della Repubblica, ai commissari di governo delle province autonome di Trento e Bolzano e al presidente della Regione Val d’Aosta. Poi “AI SIGG. DIRIGENTI DEGLI UFFICI SCOLASTICI REGIONALI”. Si tratta, con tutta evidenza, di una figura insistente! Come è noto esistono i Direttori Generali degli uffici scolastici regionali ma non i dirigenti regionali. Forse al Ministero degli interni non ne hanno contezza ma dovrebbe averla di certo il Ministero dell’Istruzione e del Merito. La confusione tra dirigenti scolastici (ovvero i legali rappresentanti delle singole autonomie scolastiche) e Dirigenti scolastici regionali torna anche nel testo (riporto da pag. 1: In tale quadro, il ruolo dei Prefetti e quello dei Dirigenti scolastici assume una centralità decisiva. Per favorire il più efficace raccordo delle iniziative volte a prevenire ogni forma di illegalità presso gli istituti scolastici, i sigg. Prefetti, d’intesa con i Dirigenti scolastici regionali, convocheranno apposite sedute del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica,…) da dove appare l’importanza del ruolo dei DS. Tuttavia poi il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza viene convocato dai prefetti d’intesa con i dirigenti scolastici regionali. E qui non ci si capisce più niente. Cosa vuol dire? Che il prefetto di Parma convoca il Comitato provinciale di Parma d’intesa con il Direttore Generale dell’USR dell’Emilia Romagna? Oppure d’intesa con il dirigente dell’Ufficio Territoriale di Parma (che è un ufficio dell’USR ER)? Oppure d’intesa con i dirigenti scolastici come parrebbe dedursi dal testo? Ma quali? Tutti? Alcuni? In base a cosa? Insomma non si capisce.
L’ordinanza è poi inviata per conoscenza ad altri soggetti. In primis al Capo della Polizia e ai comandanti di Carabinieri e Guardia di Finanza. Ci si aspetterebbe di trovare in elenco anche i Dirigenti Scolastici ma non ci sono. C’é invece l’Anci. Ma non l’UPI. Cioè ci sono i Comuni (che hanno responsabilità sulle scuole del primo ciclo) ma non le Province rappresentate dall’UPI (Unione province italiane) che hanno responsabilità sulle strutture delle scuole secondarie di II Grado. Non pervenute poi le Città Metropolitane.
Viviamo in un’epoca di paradossi anestetizzati. Siamo immersi in una democrazia procedurale che celebra il diritto all’espressione mentre, nei fatti, restringe ferocemente i confini del pensabile attraverso un ritorno a logiche di controllo che sanno di vecchio. Il mondo attuale, dominato dall’algoritmo e dalla velocità del consumo, ha barattato la profondità della riflessione con l’efficienza della performance. In questo scenario, il dissenso non serve più reprimerlo col manganello: basta renderlo irrilevante, annegarlo nel rumore bianco della rete o, peggio, sanzionarlo in nome di un ritrovato ordine muscolare. La libertà è diventata uno slogan pubblicitario, mentre la scuola — che dovrebbe essere il luogo dove s’impara a respirare — rischia di trasformarsi nel braccio operativo di un sistema che non vuole cittadini critici, ma utenti certificati, flessibili e, soprattutto, mansueti.
Johann Wolfgang von Goethe scriveva: “Sempre resistere alle forze contrarie, non piegarsi mai”. Non è il consiglio rassicurante di un vecchio saggio da appendere al muro della presidenza; è una postura, un modo di stare al mondo. È il richiamo alla tua dignità di essere umano che, mentre tutto ti spinge ad appiattirti, decide di puntare i piedi e farsi scoglio. Oggi, nella nostra scuola, applicare questa massima è un atto rivoluzionario, quasi sovversivo. Perché le “forze contrarie” hanno mutato pelle: non sono più solo i tetti che crollano o gli stipendi che offendono la nostra professionalità; oggi il nemico è un’ideologia strisciante che ha ridotto la cultura a una voce di bilancio e l’insegnamento a una pratica di sorveglianza e punizione. Continua a leggere→