di Monica Piolanti
L’aria che si respira nelle sale insegnanti e nei corridoi del Ministero, in questo inizio di 2026, è densa di una strana elettricità. Si parla di rivoluzioni, di “cambiamento epocale”, di una scuola che finalmente volta pagina. Eppure, grattando via la vernice fresca dei comunicati stampa e dei post sui social, la sensazione per chi la scuola la vive tra codici e dinamiche di classe è quella di un déjà-vu persistente. Tra il “dire” normativo e il “fare” pedagogico continua a scorrere un oceano di burocrazia che nessuna circolare sembra poter prosciugare. Mi rivolgo a voi con la franchezza di chi sa che la propaganda non ha mai pagato le bollette della didattica: quello a cui assistiamo è, purtroppo, molto rumore per nulla.
Diciamocelo chiaramente: la “Riforma Valditara” non esiste. Non nel senso che manchino i decreti – quelli abbondano e ingolfano le caselle email delle segreterie – ma nel senso che manca l’ossatura di una vera riforma organica. Osservo un assemblaggio di norme eterogenee che ricordano più un’operazione di restyling che una nuova architettura di sistema. Una riforma vera, come furono la Gentile o la Berlinguer (nel bene o nel male), sposta le fondamenta. Qui, invece, stiamo ridipingendo le pareti di un edificio che ha infiltrazioni strutturali mai risolte. Continua a leggere
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