di Raimondo Giunta
Sono anni che si parla di emergenza educativa, ma non si è voluto trovare le parole giuste per parlare alla mente e al cuore dei giovani. Solo disprezzo della cultura dell’accoglienza e dell’inclusione e, per non farsi mancare nulla, anche delegittimazione di tutto quanto ha reso fino a ieri credibile e aperto il mondo della scuola.
I giovani che riempiono la scuola, soprattutto nelle medie e nelle grandi città, costituiscono una realtà molto complessa, a volte inquietante e indecifrabile, anche a motivo della loro sempre più frastagliata composizione sociale e della loro diversa provenienza nazionale. A molti di loro la famiglia non ha avuto e non ha il coraggio di parlare di limitazione, di sacrificio, di rinuncia, di gradualità, di responsabilità e di altruismo. Il conflitto intergenerazionale, quando esplode, non viene affrontato ma, temendolo, viene spesso evitato. Non è considerato un fatto naturale del rapporto tra adulti e giovani, che bisogna saper gestire, ma una difficoltà, un ostacolo sul quale si tende a soprassedere. Spesso, nemmeno in condizioni disperate, quando serve al loro benessere e alla loro incolumità, si riesce a dire no e a formulare un divieto.
A questi problemi, nella scuola che è diventata multietnica e multiculturale, si aggiunge quello di proporre come indiscutibile un solo modello di cultura e di umanità, come se a scuola ci fossero mondi da civilizzare. L’etnocentrismo delle nostre tradizioni scolastiche, che l’amministrazione intende rafforzare, è un fattore di conflittualità e andrebbe seriamente discusso e rigettato.
Di fronte ai casi estremi di violenza giovanile si torna a reclamare la responsabilità educativa della scuola, oltre che a inasprire le sanzioni disciplinari. Per fare bene il proprio mestiere, però, e per rispondere al bisogno di educazione e di formazione delle nuove generazioni, la scuola ha bisogno di stabilità, di sostegno, di risorse umane e di tanto tempo a disposizione. Nella scuola, invece, si ha sempre fretta, perché ci sono tante scadenze, tanti impegni da onorare, tanti progetti da portare a compimento. Al posto della riflessione regna sovrana la concitazione. Questo impedisce di prestare la dovuta attenzione a ogni alunno e ai particolari problemi che può presentare.
Una buona scuola è una comunità di adulti che prende in carico una comunità di alunni e non un guazzabuglio informe di ore di lezione e di tante controverse attività. Per essere credibile con i giovani la scuola deve saper esercitare attrazione, avere prestigio, mantenere la promessa di istruirli e di formarli come richiedono le loro esigenze e quelle della società. Per essere credibile la scuola deve essere il luogo della competenza, dell’apprezzamento dell’impegno per il bene comune, della sollecitudine, della persuasione e dell’ascolto. Per essere credibile non può continuare a dare spazio alle minacce, all’uso coercitivo della forza e alle posizioni di potere, perché in fin dei conti sanzioni e punizioni servono molto poco.
Se si è onesti, il vero problema oggi non è sapere che cosa può fare la scuola, ma che cosa deve fare chi ha la responsabilità di governare la società. Come si fa a non vedere che per una parte molto estesa del mondo giovanile non è stato pensato un progetto che valesse come ragione per legarsi profondamente alla propria comunità, a partire dalle scuole frequentate? Un progetto condiviso di futuro, dove a nessuno sia negata una speranza di vita migliore.
E, per tornare alla questione dell’emergenza educativa, una società che non vuole più ritrovarsi su comuni principi e valori di appartenenza e su comuni orizzonti di convivenza potrà mai aiutare la scuola a far crescere bene le nuove generazioni? La scuola non può promuovere e difendere valori che la società dimostra di non voler rispettare e praticare. Una società diseducativa non può pretendere di avere una scuola educante.
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