La scuola non funziona, ma il Ministro vince grazie alla sua comunicazione politica

di Stefano Stefanel

Il Ministro dell’Istruzione e del Merito dall’avvio del suo mandato ha intrapreso una comunicazione politica, che si rivolge parzialmente al mondo della scuola, ma in primo luogo vuol raggiungere l’opinione pubblica mettendo l’opposizione politica e anche culturale in difficoltà. L’ultimo caso che potremmo chiamare “dei metal detector a scuola” interviene come sempre per punire, visto che non si è in grado di prevenire.

Nessuna scuola italiana (non mi azzardo a scrivere “del mondo”) ha mai permesso ai suoi studenti di venire a scuola armati di coltelli. Se qualche studente porta a scuola il coltello c’è un grosso problema educativo che riguarda tutta la comunità scolastica fatta da studenti omissivi (non denunciano niente perché hanno paura di ritorsioni da cui non saranno difesi), docenti minimizzanti, dirigenti timorosi di trovarsi davanti all’opinione pubblica per azioni repressive e di vasta risonanza. Ma quando un ragazzo muore a scuola per una pugnalata di un compagno allora si inaspriscono le pene, quasi che senza quell’inasprimento un accoltellatore non sia sempre finito in galera.

Lasciare la scelta sulla richiesta di attivare i metal detector alle scuole mi pare una vera follia, perché chiedendo l’intervento preventivò-repressivo le scuole comunicano all’opinione pubblica locale che hanno il dubbio che in quella scuola gli studenti possano entrare armati.

D’altronde se una scuola ha dei dubbi in tal senso (nel senso dei coltelli) non servono le norme del Ministro (dopo l’omicidio), perché è necessario intervenire nel momento stesso in cui nasce il sospetto, che deriva sempre da qualche segnale.
Se, però, si sollevano dubbi su quanto dice il Ministro la risposta sarà: “Ma davvero non volete i metal detector nelle scuole a rischio? Allora vuol dire che volete i coltelli a scuola”. Punto. Opposizioni zittite. Sui problemi dei coltelli in mano alle persone per strada nessuno membro del governo o dell’opposizione pare avere voglia di dire qualcosa di sensato.

Lo stesso meccanismo il Ministro lo aveva applicato al divieto sull’uso degli smartphone a scuola: la circolare non poteva proibire nulla, ma solo chiedere di modificare i regolamenti scolastici per l’uso degli smartphone anche per fini didattici. A chi ha fatto notare la stupidità estrema della circolare e la sua assenza di prescrittività il Ministro ha risposto più o meno così: “Chi è contro la mia circolare è a favore dello smartphone in classe, quindi del costante disturbo della lezione.”

Mai nessun docente ha permesso l’uso dello smartphone in classe per motivi non didattici anche prima della circolare, ma al Ministro questo non interessa: interessa solo far tacere preventivamente un’opposizione politica che, difendendo gli smartphone in classe per uso didattico, sarebbe stata comunque accusata di volere il caos nelle aule.

Ma veniamo anche all’esame di stato di “maturità”: trasformarlo in una serie di interrogazioni, con alcune materie scelte e altre no, che è un oggettivo salto all’indietro. Ma anche qui a chi lo fa notare la risposta implicita è semplice da comprendere: “La prova interdisciplinare era una stupidaggine invisa a tutti. Davvero volete che escano dalla maturità senza sapere l’italiano, la storia, la matematica e il latino?” Anche in questo caso si riporta indietro il tempo al solo scopo di zittire chi si oppone.

E gli studenti? Purtroppo, agli studenti va bene tutto e vanno bene anche queste soluzioni propagandistiche per un motivo banale e semplice: non hanno più fiducia nella scuola come sistema di istruzione, vedono troppi insegnanti legati a discipline e non ad apprendimenti reali e pensano che anche qualche indicazioni chiaramente punitiva aiuti a rendere le cose un po’ più chiare, visto che troppe volte chi sta in cattedra non riesce a farlo, ancorato com’è a vecchi sistemi didattici e a contenuti obsoleti.

Chi si oppone alla gestione della scuola voluta dalla destra ministeriale si contrappone con parole che non sono ascoltate, forse perché non sono più ascoltabili. Alla sgangherata innovazione proposta dal Ministro la risposta è fatta di ritornelli che difendono solo il passato e che non possono agganciare le reali esigenze degli studenti di oggi. Il Ministro si sta occupando di prevenire le mosse delle opposizioni, spingendole a contestare la sua demagogia, ma ben sapendo che non c’è un progetto dietro queste contestazioni e alcuna parola ritenuta autorevole. Per combattere la demagogia repressiva del Ministro servirebbe un vero progetto per la scuola che cambi le parole d’ordine del passato e apra una visione del futuro.

 

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