di Stefano Stefanel
Durante il suo recente intervento al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini il Ministro Giuseppe Valditara è di nuovo tornato sul divieto di usare gli smartphone in classe anche per motivi didattici, provvedimento gradito dall’opinione pubblica e forse anche dalle scuole, di cui evidentemente va fiero.
Come a tutti noto il MIM ha emanato il 16 giugno 2025 una Nota in cui scriveva, tra l’altro: “le istituzioni scolastiche provvederanno, pertanto, ad aggiornare i propri regolamenti e il patto di corresponsabilità educativa prevedendo per gli studenti del secondo ciclo di istruzione il divieto di utilizzo dello smartphone durante l’orario scolastico anche a fini didattici, nonché specifiche sanzioni disciplinari per coloro che dovessero contravvenire a tale divieto. È rimessa all’autonomia scolastica l’individuazione delle misure organizzative atte ad assicurare il rispetto del divieto in questione.”
Se nessuno protesta vuol dire che va tutto bene, quindi se sollevo qualche dubbio diciamo che lo faccio per pura accademia. Poiché non c’è una legge specifica che vieti l’utilizzo di smartphone di proprietà non vedo come questo divieto possa avere un qualunque valore legale, visto che è stato emanato con una semplice Nota, cioè con un documento che al massimo può spiegare una norma, non introdurla. Lo sa bene il Ministro, visto che rimanda nella Nota all’autonomia scolastica, di fatto calpestandola, perché non può esserci un Ministero che indica cosa deve fare un’autonomia scolastica, visto che il concetto di autonomia presuppone che uno faccia da solo le cose che gli spettano (quindi anche regolamentare la vita all’interno di un istituto scolastico e regolamentare anche le forme di punizione da somministrare agli studenti). In realtà il Ministro sa che la Nota non ha alcun valore, ma sa anche che la comunicazione è andata a buon fine. Poi la palla e i problemi passano alle scuole che, mute, ubbidiscono. Quando si governa via social questo è lo scenario. Anche perché nessuno dell’opposizione e nessun sindacato ha nulla da dire, anche per paura di essere accusato di volere gli smartphone liberi in classe. Continua a leggere
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di Stefano Stefanel e Aluisi Tosolini
di Stefano Stefanel
di Stefano Stefanel
Composizione geometrica di Gabriella Romano[/caption]
di Stefano Stefanel & Aluisi Tosolini
Anche quest’anno, come ormai accade da una decina d’anni, per alcuni giorni dell’autunno le cronache giornalistiche e i social saranno avvolti dai risultati di Eduscopio, il centro di ricerche finanziato dalla Fondazione Agnelli che fa le classifiche delle scuole superiori. Eduscopio agisce in regime di monopolio, perché il Ministero nelle sue varie denominazioni (Pubblica Istruzione, Istruzione, Istruzione Università e Ricerca, Istruzione e Merito) si rifiuta di mettere i dati a regime e di pubblicarli ufficialmente facendo solo trapelare dati parziali dentro indicazioni generali sempre molto controverse (combattere la dispersione ed essere più rigorosi nel bocciare, fornire educazione e formazione e punire il più possibile, insegnare il cognitivo e progettare il metacognitivo) e lasciando, quindi, ad Eduscopio il monopolio dell’informazione sull’orientamento post diploma della Scuola superiore.
La ricerca di Eduscopio è condotta in modo rigoroso, ma parte da un punto di vista settoriale e dunque analizza solo una parte del sistema scolastico.
di Stefano Stefanel
Una delle prime cose che si insegna a tutti i docenti che vogliono diventare dirigenti scolastici è che ogni provvedimento della Pubblica Amministrazione deve rispondere a canoni di efficienza, efficacia ed economicità.
Se almeno una di queste tre caratteristiche non è soddisfatta allora è meglio lasciar perdere.
Di recente, improvvisamente e a sorpresa, il MIM ha emanato una divisione degli Istituti scolastici in fasce al fine della retribuzione dei dirigenti scolastici.
La retribuzione dei dirigenti scolastici prevede una parte fissa uguale per tutti, eventuali assegni ad personam legati a situazioni del passato transitati nella dirigenza (che residua per non tantissimi casi) e due retribuzioni variabili: una “di posizione” (la complessità della scuola che si dirige) e una “di risultato” (a seguito della valutazione obbligatoria del dirigente scolastico).
Poiché anche i dirigenti scolastici non vogliono farsi valutare a fini stipendiali (come del resto in Italia praticamente tutti ad eccezione degli studenti) e in questo vengono spalleggiati sia dai sindacati generalisti (per intenderci CGIL, CISL, UIL, Snals, ecc.) sia da quelli di categoria (citerei solo ANP) dalla nascita della dirigenza scolastica (1999) nessuno è stato valutato a fini stipendiali. 