Educazione civica tra identità nazionale e Costituzione

di Pietro Calascibetta

L’undici maggio mi sono imbattuto su Facebook in un post di Christian Raimo in cui si augura che con le prossime elezioni “oltre a questo governo, il vento si porti via anche tutta la fuffa dell’identità italiana” includendo in questa “fuffa” anche quella in chiave progressista a suo tempo proposta da Ciampi e trasformatasi anch’essa, secondo Raimo, nel “collante delle peggiori culture politiche.”

Nel Post , Raimo inserisce la copertina del suo volume “Contro l’identità italiana” edito da Einaudi nel 2019, probabilmente a voler dire che cimentarsi nella ricerca e nella definizione di un’identità nazionale realmente condivisa sia di per sé un’impresa quasi inutile e sempre più ingannevole perché “il dibattito intorno all’identità italiana si è ormai infilato nel vicolo cieco di un nazionalismo muscolare, che alla ragione preferisce la retorica e la propaganda”, come afferma nel suo breve, ma denso saggio a cui presumibilmente rimanda.

L’identità, checché se ne dica, è comunque diventata la questione intorno alla quale si gioca e si giocherà la partita della conquista dell’egemonia culturale delle nuove destre come porta di ingresso alle democrature e di conseguenza la tenuta delle democrazie, non solo in Italia.

Ma la questione dell’ “identità italiana” è effettivamente così tossica da doversene stare alla larga? Con quali conseguenze?

UN MOTIVO PER NON LASCIARE ALLA NUOVA DESTRA LA NARRAZIONE DELL’IDENTITA’ ITALIANA

La nuova destra da quando è al governo si è già impegnata in questa “guerra delle identità” e ha cominciato a farlo dalla scuola.
Per questo motivo ha assegnato proprio alla Lega il delicato compito di fare della scuola lo strumento per formare una nuova identità italiana in veste nazionalistica che definiscono alternativa a quella che evidentemente presumono ci sia già.

La selezione del Ministro dell’istruzione non è stata poi casuale. È stata una scelta strategica quella di assegnare alla Lega e ad un suo militante di primo piano questo compito.
Il Ministro Valditara è un convinto assertore che uno dei compiti della scuola sia proprio la costruzione dell’identità nazionale e che questa identità italiana da formare affondi le radici nella romanità, nel cristianesimo, nell’umanesimo e nel risorgimento al quale volutamente si ferma. Un’identità millenaria che va difesa dal multiculturalismo e da quello che definisce relativismo come scrive nel volume “Controvento. L’Italia che non si arrende “(2022).

Se guardiamo bene ai suoi scritti e interventi, la sua non è una ricostruzione storica neutrale, ma una lettura orientata del passato, ad esempio non prende in considerazione il periodo post risorgimentale e soprattutto il fascismo, che della romanità aveva fatto il fulcro della sua idea nazionalista, liquidato come una deviazione dal vero spirito italiano, insomma come una parentesi senza considerare la continuità tra l’idea di romanità che propone e quella fascista. Una discontinuità non casuale perché la sua narrazione identitaria funziona solo se il fascismo è presentato come una deviazione in modo da poterlo accumunare al comunismo. al globalismo e alla cultura antifascista troppo influenzata dal socialismo e financo dalla dottrina sociale della chiesa cattolica non gradita agli amici evangelici di Trump, una parentesi frutto di un Novecento che bolla come il secolo delle ideologie che hanno tradito in blocco l’identità italiana.

È un modo di evitare di fare una specifica analisi storica del fascismo e di alcune analogie che emergono tra l’oggi e alcuni modi di interpretare l’identità italiana durante il fascismo, mettendo così al sicuro la coalizione dalle variegate nostalgie dei suoi compagni di maggioranza.
Per quale motivo, se non per questo, sono state predisposte nuove indicazioni e nuove linee guida di cui non c’era nessun bisogno pedagogico e didattico!

Lo stesso vale per tutte le disposizioni ministeriali sfornate in questi tre anni che vanno nella direzione di scardinare il precedente modello educativo fondato su un’identità pluralista e multiculturale che ha preso forma nel dopoguerra per introdurne uno alternativo direttivo e coerente con questa nuova visione dell’identità nazionale che fonda la coesione nazionale su radici storiche e morali definite a priori su basi morali per indirizzare l’opinione pubblica in una certa direzione.

MA LA SCUOLA PUÒ STARE A GUARDARE?

La scuola cosa dovrebbe fare allora di fronte a questa contesa che certo non si esaurirà e in cui è coinvolta direttamente dal Ministro nell’applicazione della stessa nuova normativa?

Io credo che il mondo della scuola possa e debba fare la sua parte fino in fondo e definire tramite una riflessione collettiva con le associazioni professionali e la società civile, che è ben presente negli organi collegiali di ciascun istituto, delle linee di indirizzo differenti per affrontare la questione dell’identità non in modo ideologico, ma con quell’ approccio metodologico riflessivo che si addice ad una scuola che non vuole essere la cinghia di trasmissione del pensiero politico del governo di turno e che rivendica la propria autonomia professionale, culturale e amministrativa anche utilizzando in modo critico quanto è presente nelle stesse disposizioni ministeriali , come sono in grado di fare i docenti, .
Come fare? Quello che segue vuol essere un modesto contributo in tal senso.

L’ EDUCAZIONE CIVICA: IL CONTESTO ADATTO PER RIFLETTERE SULL’ IDENTITA’ ITALIANA

Non entro nel merito su come e quanto la visione identitaria di Valditara abbia curvato i vari ambiti disciplinari nelle nuove indicazioni. Di questo si è già discusso e si discute ancora.
Voglio concentrarmi sulle Linee guida ministeriali per l’insegnamento dell’Educazione civica per due motivi.

Il primo è che nelle Linee Guida si chiede ai docenti di occuparsi esplicitamente dell’”identità nazionale italiana”, che è mio parere un’occasione da prendere al volo.

Il secondo motivo è che proprio l’Educazione civica, contribuendo nelle sue finalità a “promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale e sociale delle comunità “, può permette agli studenti , soprattutto nella secondaria di secondo grado, di comprendere quanto un’interpretazione dell’identità nazionale piuttosto di un’altra possa incidere sulla convivenza.

Partiamo quindi proprio dal nucleo tematico “Costituzione” nella sezione che riguarda la secondaria di secondo grado. Leggiamo qui che i docenti dovrebbero con i loro studenti “Ricostruire il percorso storico del formarsi della identità della nazione italiana” .

A QUALE “IDENTITÀ ITALIANA” DOVREBBERO FARE RIFERIMENTO I DOCENTI NELLA LEZIONE?

Poiché non esiste oggi un’identità italiana se non sul piano della propaganda e poiché le diverse interpretazioni di questa identità, presentate come esclusive e alternative, sono tra loro in conflitto e al centro di un acceso dibattito culturale, politico e ideologico, il collegio e il docente che voglia affrontare il tema dell’“identità nazionale” deve prima chiarire il modo in cui intende proporlo in aula.

Visto che il Ministro dell’istruzione in quanto tale non può fornire nero su bianco in una nota o circolare (almeno fino ad ora non lo ha fatto esplicitamente) una versione ufficiale e di Stato di cosa sia l’identità italiana, la scelta è tra restare nel vago, non trattare l’argomento o aderire consapevolmente o meno alla narrazione sottesa negli interventi del Ministro.

Ci sarebbe invece, ed è la mia proposta, la possibilità di cogliere l’occasione per affrontare l’argomento coinvolgendo gli studenti in un’analisi critica proprio della questione in sé come compito di realtà perché è la cronaca stessa che lo sollecita.

Una possibile strada per quest’ultima opzione consiste nel rendere gli studenti consapevoli della complessità del concetto di “identità nazionale” e nel mostrare l’equivoco che si cela dietro la pretesa esistenza di una “vera” e unica identità italiana, quella proposta dalla destra nella propaganda politica e tra le righe delle Nuove Indicazioni e Linee guida.

Guidare gli studenti a interrogarsi criticamente su un tema così controverso è professionalmente legittimo alla luce dell’art. 1, comma 1, del D.lgs. 297/94, che definisce la libertà di insegnamento come “autonomia didattica e libera espressione culturale del docente”, in coerenza anche con l’invito del Ministro stesso a “promuovere lo sviluppo del pensiero critico, creativo e strutturato, della riflessività, della problematizazione e della consapevolizzazione delle conoscenze” presente nelle nuove Linee guida per i Licei.

Per costruire un percorso didattico che metta in evidenza i nodi problematici del concetto di identità nazionale, il volume di Raimo sopra citato può rappresentare un utile strumento di formazione per i docenti. Offre infatti, come un pratico “bignami”, argomentazioni, spunti, citazioni e fonti da cui ricavare diverse piste di lavoro per progettare UdA di ricerca con gli studenti, aiutandoli a comprendere la questione senza preconcetti e in modo “creativo e strutturato”. come suggeriscono le Linee guida,

ANALIZZARE CRITICAMENTE IL CONCETTO DI IDENTITÀ NAZIONALE: UNA PROPOSTA LABORATORIALE

Sul piano operativo, è importante non dare per scontata la conoscenza del significato del termine “identità”, parola di uso corrente nei contesti più diversi e, proprio per questo, facilmente manipolabile.

Un approccio collaborativo, creativo e rispettoso degli studenti può consistere nel chiedere loro i che cosa intendano per “identità” e per “identità nazionale”, mettendo in comune preconoscenze, luoghi comuni e stereotipi. Attraverso la rielaborazione delle risposte e una riflessione collettiva, si può iniziare a cogliere la complessità concettuale e fissare le differenze tra i due termini.

Un altro punto di partenza può essere l’esplorazione di ciò che pensa la società in Italia di questo tema, attraverso la cronaca e il dibattito pubblico. Con un lavoro per gruppi, gli studenti possono raccogliere e sintetizzare le posizioni emerse sulla stampa e in genere sui media, utilizzando anche l’IA per reperire e interrogare i materiali.

L’obiettivo può essere la costruzione di una mappa delle principali posizioni emerse e, successivamente, la realizzazione di un podcast, di un docufilm o di un altro prodotto da presentare eventualmente anche ai genitori o ai compagni di altre classi.

In questo modo è possibile mostrare come i diversi media abbiano trattato il tema, facendo emergere nodi critici e domande che richiedono ulteriori approfondimenti facendo formulare agli stessi studenti un problem posing per una fase successiva.

Un’occasione anche per rendere consapevoli le famiglie del fatto che la questione dell’identità perduta che la scuola dovrebbe recuperare grazie alle indicazioni del nuovo Ministro, non mira a migliorare o arricchire l’apprendimento, ma punta a dare un’identità che sembrerebbe non avere, ridefinendola per decreto e utilizzando i “programmi” scolastici per implementarla, un’identità italiana che in realtà chi vive in Italia già possiede, come cercherò di spiegare più avanti.

Ancora una volta, un lavoro di questo tipo è metodologicamente coerente con quanto suggerito nelle stesse Linee Guida: “Le conoscenze e le abilità connesse all’educazione civica – è scritto – trovano stabilità e concretezza in modalità laboratoriali, di ricerca, in gruppi di lavoro collaborativi, nell’applicazione in compiti che trovano riscontro nell’esperienza, nella vita quotidiana, nella cronaca”.

A partire dalla riflessione collettiva sugli esiti di questi lavori e di altri possibili percorsi, gli studenti possono essere coinvolti in un approfondimento con una ricerca basata sulla lettura di brani tratti da testi sull’identità nazionale di studiosi della tematica, scelti dal docente e/o dagli stessi studenti, con un’esplorazione tematica nel WEB.

L’obiettivo è individuare come l’identità, e quella italiana in particolare, sia stata definita e ridefinita nel tempo fino a oggi in relazione non tanto e non solo alle diverse correnti di pensiero quanto, soprattutto, alle esigenze politiche di orientamento dell’opinione pubblica rispetto agli eventi storici del momento recuperando così anche il tentativo del fascismo di utilizzare le origini romane, che Valditara non vorrebbe discutere.

Questo servirebbe a mettere in evidenza almeno due nodi fondamentali: che il problema non è l’esistenza di diversi modi di ricostruire e interpretare l’identità nazionale, ma la pretesa che ciascuna ricostruzione proposta “a tavolino” sia a priori quella autentica e che l’uso politico dell’identità nazionale in chiave nazionalistica ha stravolto nel passato e stravolge oggi completamente la natura inclusiva e plurale che un’identità nazionale vera e propria dovrebbe avere per definizione.

SI PUÒ FARE A MENO DELL’IDENTITÀ?

A questo punto, dopo aver affrontato il tema dell’identità italiana come richiesto dalle Linee Guida, mi chiedo se il compito della scuola possa dirsi concluso con un evidente “non luogo a procedere”. Oppure se, come educatori, non sia necessario domandarsi se esista il pericolo, per dirla con Raimo, che “l’ansia identitaria porti a nuove appartenenze ancora più pericolose”, lasciando gli studenti esposti alla propaganda. Da qui nasce anche un’altra domanda cruciale per la scuola come contesto formativo: “Si può fare a meno dell’identità?”

Se consideriamo l’identità individuale come bisogno psicosociale dell’individuo di dare a se stesso un senso di continuità. di coerenza e di integrazione tra passato, presente e futuro come afferma Erikson, e consideriamo l’identità nazionale il bisogno di rispecchiarsi in un’identità comune, potremmo dire che ciascun individuo non ne possa fare a meno. Potremmo anche aggiungere che nessuno possa fare del tutto a meno di un’“identità collettiva” in cui riconoscersi, soprattutto nelle fasi di crisi o di cambiamento, quando ci si sente più soli, fragili e disorientati e si cerca un riferimento nel gruppo. E’ questa in fondo il punto di forza del tentativo della nuova destra di introdurre una nuova identità italiana: la crisi del globalismo.

Un conto però è affidarsi ad un’identità piovuta dall’alto e imposta dallo Stato a scuola in modo prescrittivo, un conto è un’identità vissuta, riconosciuta nella vita di tutti i giorni nel modo comune di interpretare la convivenza reciproca di cui prendere coscienza e riflettere. Un lavoro tagliato per la scuola grazie al proprio compito istituzionale.

Dal punto di vista etico e anche deontologico, se le cose stanno così, la scuola non può lasciare gli studenti in mezzo al guado senza fornire loro conoscenze e strumenti cognitivi per orientarsi davanti alla domanda su quale “identità nazionale” li rappresenti.

Non si tratta di fare politica a scuola, come direbbe la Lega, ma di svolgere con consapevolezza il proprio compito educativo.

Se il tentativo, richiamato da Raimo, di “defascistizzare il nazionalismo” ridefinendo un’“identità nazionale” progressista secondo lui non ha prodotto finora risultati convincenti, e se le “identità nazionali” finiscono, come scrive, comunque per diventare armi ideologiche usate per sostenere la propria tesi e negare quella dell’avversario, allora non si può chiedere alla scuola di schierarsi per l’una o per l’altra, mentre è in corso una disputa senza esclusioni di colpi. Ma, per ragioni altrettanto evidenti, non le si può neppure chiedere di restare indifferente, lasciando gli studenti nelle mani della propaganda.

Su questo piano viene in aiuto anche il Testo Unico, che all’art. 1, comma 2, precisa come l’esercizio della libertà di insegnamento sia “diretto a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni”.

E la personalità non ha forse a che fare anche con l’identità dell’individuo? E questo non è forse un confronto aperto? Per questo, a mio parere, diventa un compito legittimo del docente mettere gli studenti nelle condizioni di farsi un’idea autonoma sull’argomento, trovando un’altra strada per capire come si possa scoprire quale posa essere un’identità nazionale che rispetti la natura di una comunità.

Credo che un modo per farlo esista, senza sprofondare nella palude di incongruenze, omissioni e manipolazioni della storia.
Come guardare, allora, all’identità nazionale con questo spirito?

L’IDENTITA’ NAZIONALE VISTA COME IDENTITA’ COLLETTIVA

Lo spunto per una risposta mi viene sempre dal “bignami” di Raimo quando ad un certo punto cita Francesco Remotti che ha a lungo trattato del “paradosso identitario”.
In un passaggio dal volume “L’ossessione identitaria” (Laterza, Roma-Bari 2010) citato da Raimo, che riporto a mia volta. Remotti scrive:

“Ciò che ha maggiormente sofferto di quest’orgia d’identità è la cultura della convivenza vale a dire l’attenzione e la cura per lo sviluppo di interrelazioni che non siano dettate soltanto dal perseguimento dell’interesse di gruppi particolari. Il principio di identità è esattamente la riproduzione di questa logica di contrapposizione di interessi escludentisi e, alla fine, di sopraffazioni: l’ossessione per l’identità è “ciò che rimane” una volta smantellata la cultura della convivenza”.

Quando si considera l’identità nazionale un artefatto ideologico che da un’origine primordiale di un gruppo vuole definire l’identità facendola passare per un’identità collettiva è naturale rendersi conto che quell’identità sia di fatto divisiva.
La stessa genesi dell’identità italiana nazionalista che parte da un’idea di Italia soggettiva già definita, come abbiamo visto per Valditara, per poi selezionare nella storia ciò che conferma quell’idea in base ad un obiettivo politico, e questo sì che è di parte.
Se lo scopo di una comunità è la convivenza a questo punto viene da chiedersi se l’identità nazionale non possa invece identificarsi con l’identità collettiva propria di quella comunità che vive in un dato luogo e tempo accumunata nelle pratiche sociali, nei valori, nella memoria, nell’appartenenza ad un’esperienza fondante vissuta collettivamente che ne ha determinato l’aggregazione.

Se consideriamo l’identità nazionale ciò che unisce di fatto e dal basso una comunità permettendo ai suoi membri di riconoscersi l’uno con l’altro anche in presenza di diversità linguistiche, etniche, di istruzione, politiche o religiose per meglio vivere insieme, non possiamo non pensare ad un’identità collettiva reale e vissuta nel presente.

Se dobbiamo proprio dare un’origine all’identità nazionale vista da questa prospettiva è più facile e coerente trovarla nei valori e nelle culture diverse che hanno spinto degli individui a formare volontariamente proprio la comunità in cui vivono più che ricondurre l’origine a differenze ataviche che non potranno mai coincidere con una popolazione reale di fatto eterogenea.

Si può così pensare ad un’identità nazionale storica e non metafisica che prende forma ad un certo punto per una volontà collettiva. Un’identità nazionale che assomiglia più ad “un organismo vivente” che si trasforma con la trasformazione della società come scriveva Costantino Mortati uno dei Costituenti in “Istituzioni di diritto pubblico” (1958) che potrebbe essere interessante rileggere oggi alla luce di quanto sta avvenendo nella società in quella che lui chiamava la “costituzione materiale” che la destra sta tentando di cambiare modificando le leggi o le modalità della loro applicazione non potendo ancora modificare la Costituzione per ragioni di opportunità.

Lasciamo allora alla ricerca speculativa lo studio delle identità intese “come il filo rosso di una tradizione metafisica” e con coraggio facciamo quel salto di paradigma necessario a dare una risposta libera e autonoma al nostro compito di docenti di prospettare agli studenti la possibilità di un’identità collettiva in cui riconoscersi.

E SE LE COSTITUZIONI FOSSERO L’ORIGINE DELL’IDENTITÀ NAZIONALE?

E’ necessario allora fare ancora un passo avanti e chiamare le cose con il loro nome. È proprio la “costituzione” che a mio avviso può essere considerata come l’atto che ratifica la decisione di una popolazione di fissare un “punto di ripristino” della convivenza, creando un patto politico che renda di nuovo possibile la vita comune. È dunque un atto di rifondazione negoziata e condivisa di una nuova identità nazionale finalizzata ad una nuova convivenza su nuove basi.

In questa prospettiva, non si guarda più a un’identità nazionale che affonda le sue origini in un passato remoto, interpretabile da ciascuno pro domo sua e richiamato attraverso radici diverse, maturate in tempi e modi differenti. Si guarda invece a un’identità che ha un’origine realmente comune per tutti e che si realizza e prende forma dinamicamente nel futuro. Da un punto di partenza volontariamente determinato e uguale per tutti si costruisce un’appartenenza identitaria collettiva.

Una costituzione, quindi anche la nostra del 1948, può essere considerata come quel “fotogramma” iniziale della narrazione della nuova identità di una comunità nel momento in cui si costituisce perché educa, orienta, limita, ispira le azioni successive, come sembrano suggerire nel nostro caso anche e stesse Linee guida ministeriali sull’educazione civica quando ci ricordano che “le leggi ordinarie, i regolamenti, le disposizioni normative” che successivamente definiranno nel concreto le modalità di convivenza “ devono sempre trovare coerenza con la Costituzione, che rappresenta il fondamento della convivenza e del patto sociale nel nostro Paese.”

È un patto che nasce sì da un passato, ma assume un’identità propria in un presente storico grazie alla mediazione tra le forze sociali e politiche che hanno dato origine al nuovo patto in modo che possa successivamente plasmare il futuro identitario della comunità attraverso le norme seguenti fino a quando non si presenterà probabilmente un nuovo punto di rottura.

Questa modalità di vedere l’identità nazionale può essere a mio avviso una risposta al bisogno psicosociale di identità fortemente sentito oggi nella crisi generale perché è comunque un’identità ben riconoscibile da chi vive nella propria comunità e che può essere condivisa da chi intende farne parte anche successivamente perché non è immobile, ma dinamica e inclusiva, dove il concetto di inclusione, come sanno bene i docenti, è un incontro tra diversità che produce un arricchimento reciproco e non divisioni. Una Costituzione che per questo motivo e non per altri permette a chi arriva nella comunità di non dover abiurare alla propria identità personale portandola invece come dote e trovare nell’identità collettiva di cui entra a far parte le regole e i modi di convivenza.

Esattamente l’opposto di un’identità immutabile come essenza etnica e totale a cui adeguarsi, dopo essersi spogliato della propria, come quella proposta dalla nuova destra approfittando della naturale paura del cambiamento insita nei processi di inclusione.

Questo approccio richiama il pensiero di Paul Ricœur che Raimo cita nel volume riconoscendo il “nobile” tentativo del filosofo francese di recuperare il concetto di identità come. racconto che tiene insieme continuità e cambiamento in una comunità.

Una interpretazione che paradossalmente sembra trovare coerenza addirittura nella premessa alle Linee guida per l’insegnamento dell’Educazione civica quando leggiamo che rafforzare “il nesso tra il senso civico e l’idea di appartenenza alla comunità nazionale potrà restituire importanza, fra l’altro, […] alla coscienza di una comune identità italiana”.

LA STORIA DELLA COSTITUZIONE ITALIANA DEL 1948 COME NARRAZIONE FONDATIVA DI UN’IDENTITA’ NAZIONALE ITALIANA

La Costituzione italiana del 1948 nasce dopo la rottura con il ventennio fascista, che aveva profondamente lacerato il tessuto sociale del Paese attraverso la “bonifica etnica”, ossia l’italianizzazione forzata e la repressione delle identità etniche e linguistiche, attraverso le guerre coloniali che avevano tradotto il mito imperiale dell’antica Roma in razzismo poi drammaticamente affermatosi in casa nostra con le leggi razziali, fino a costituire la RSI alleata dei nazisti che occupavano il Paese innescando la guerra civile.

La Costituzione italiana del 1948 è il patto che rifonda letteralmente il concetto di nazione memore del populismo fascista assegnando non a caso la sovranità ai cittadini come comunità (art. 1) e non alla nazione intesa come un’entità unitaria, astratta, omogenea e di conseguenza rifonda il concetto di identità nazionale come plurale, narrativo, processuale sulle tre dimensioni proprie di una identità nazionale collettiva.

La continuità: i Costituenti eletti mettono a confronto le loro diverse culture politiche e visioni religiose e ne ricavano una sintesi nuova e unitaria che viene fissata negli articoli. Una continuità che libera la memoria dal compito identitario di essere strumento di omologazione forzata per trasformarla in un patrimonio culturale e di conoscenza da riutilizzare liberamente in modo creativo in base al sentire delle persone che vivono il presente di una comunità, come è avvenuto nel dopoguerra nei campi più disparati dell’arte, dell’architettura, della letteratura. ecc. recuperando tanto per fare un esempio addirittura il Futurismo e D’Annunzio.

La ripartenza su nuove basi della convivenza civile: il suffragio universale cambia la natura politica dello Stato e le relazioni nella comunità, cambia la convivenza stessa, così che la scelta della Repubblica, sancita sì da un referendum popolare certamente divisivo, ma che vede la partecipazione per la prima volta di tutta la popolazione sperimentando la sovranità popolare e dando mandato per nuovo ordine istituzionale.

Il futuro: la Costituzione proietta il Paese verso un’identità plurale, fondata su principi comuni e non sull’egemonia di una parte, e prospetta la realizzazione di un modello sociale e politico in netta discontinuità con il passato.

Ribaltando così il modo di vedere l’identità italiana e avendo un punto comune di “ripristino” possibile, ora è possibile svolgere il compito assegnato dalle Linee guida e scorrere insieme agli studenti il “percorso storico del formarsi della identità della nazione italiana” dal 1948.

Un lavoro che può dare agli studenti la consapevolezza dell’importanza della Costituzione come input non esaurito per costruire il futuro anche il loro insieme ai propri coetanei. Un futuro in progress a cui ciascuna generazione può contribuire e che non si è esaurito con la Costituzione che ne è il motore.

La Costituzione italiana non dice chi siamo stati o chi siamo, ma chi non vogliamo più essere e chi vogliamo diventare; non è un’essenza, ma una promessa, non è chiusa, ma aperta al futuro, non è identitaria, ma inclusiva, in altre parole gli studenti possono leggere i lavori della Costituente come un atto di auto-definizione identitaria lasciata proprio a loro come l’ eredità di una generazione che aveva vissuto una tragedia personale e collettiva drammatica e che ha imparato che l’identità non sta nel passato, ma nel futuro.

Leggere la Costituzione come atto fondativo dell’identità collettiva è paradossalmente coerente con quanto le stesse Nuove Linee Guida ci dicono di fare. “La conoscenza del dettato costituzionale, della sua storia, delle scelte compiute nel dibattito in Assemblea costituente e la riflessione sul suo significato rappresentano il primo e fondamentale aspetto da trattare. Esso contiene e pervade tutte le altre tematiche, poiché le leggi ordinarie, i regolamenti, le disposizioni normative devono sempre trovare coerenza con la Costituzione, che rappresenta il fondamento della convivenza e del patto sociale nel nostro Paese.”

Citare e dare valore “alle scelte compiute nel dibattito in Assemblea costituente” ad esempio proprio sulla questione dell’identità che fu oggetto di confronto, vuol dire implicitamente prendere atto che lì erano presenti non solo le identità di gruppi diversi dal punto di vista religioso, politico, culturale o sociale, ma anche dal punto di vista delle origini storiche familiari o geografiche perché tra i costituenti vi erano ebrei ashkenaziti, austro tedeschi, francesi/occitani, sloveni. Al referendum e alle elezioni per l’Assemblea costituente andò alle urne un’Italia molto più plurale di quanto spesso si creda. Le minoranze storiche oggi riconosciute erano tutte già presenti. Le comunità linguistiche erano radicate e culturalmente distinte, pur vivendo all’interno dello Stato italiano. Una ricerca coinvolgendo gli studenti può far constatare statisticamente questa varietà. E’ possibile anche ritracciare negli articoli le fonti di pensiero di ciascuno dei Costituenti, come alcuni recenti studi hanno fatto per le donne presenti.

Nella Costituzione troviamo i principi di libertà dell’individuo provenienti dal pensiero liberale, i principi di solidarietà dell’interclassismo di ispirazione cattolica e i principi di giustizia sociale e del ruolo delle donne e il compito dello Stato nell’aiutare i cittadini e in particolare i lavoratori tipiche della tradizione socialista.

È del tutto evidente che la Costituzione italiana si basa su un pensiero pluralista, che fa del confronto tra visioni diverse del mondo, dell’incontro e della mediazione un valore fondante del patto sociale.

Non è una forzatura affermare che è su questo imprinting culturale fissato nella Costituzione si è formata l’identità collettiva dell’Italia dal dopoguerra anche se con fatica per la resistenza di alcuni settori della società a cui la nuova destra oggi fa riferimento e per i vincoli posti dagli alleati ad un certo punto alla partecipazione di alcune delle forze politiche costituenti, che avevano guidato le prime fasi della rinascita con uno spirito unitario.

La prova che questa identità nazionale comune esiste ed è ben viva sono stati i vari referendum. Quelli che chiedevano di eliminare o modificare principi o alcune parti dell’ordinamento costituzionale sono stati respinti a maggioranza, quelli che invece erano coerenti con le promesse della Costituzione e introducevano prospettive di progresso sociale e riconoscimento dei diritti enunciati dalla Costituzione hanno ottenuto l’adesione dei cittadini.

Anche la recente mobilitazione quasi spontanea per Gaza ha mostrato che i valori della Costituzione italiana, grazie al lavoro della scuola di tutti questi anni, hanno di fatto modellato un’identità collettiva ben riconoscibile che non ha nulla a che vedere con l’identità nazionalista che viene proposta.

È proprio vero che l’identità, come afferma Arendt, si rivela attraverso l’azione, in questo caso il voto.

DIFENDERE L’ IDENTITA’ ITALIANA NATA CON LA COSTITUZIONE E’ UN IMPEGNO CIVILE

Anche nei momenti più bui della repubblica la reazione della gente ha più volte dimostrato che la percezione di una identità comune basata sui valori della Costituzione era ben viva e diffusa. Le reazioni alla legge elettorale del 1953, alle stragi, al terrorismo, le proteste recenti per Gaza, ecc. Mai, però, come in questo momento, l’identità collettiva che ho cercato di delineare è stata così fragile.

Oggi ci sono dei segnali particolarmente inquietanti che ci interrogano sul fatto se questa identità collettiva faticosamente conquistata stia annegando in un crescente scetticismo tanto da lasciare spazio all’ascolto di nuove proposte identitarie che fanno leva su pulsioni profonde che spingono verso una conflittualità propedeutica a costituire gruppi identitari contrapposti.

I motivi sono diversi e a mio avviso vanno individuati perché la scuola ha ancora la possibilità di aiutare gli studenti a superare le incertezze, smascherare le fake news e la propaganda, soprattutto nella secondaria. approfondendo le conoscenze sul presente con uno sguardo sempre critico.

Alcuni motivi vale la pena di segnalarli come possibili piste di approfondimento.

Un motivo può essere cercato nel fatto che la Costituzione non è riuscita appieno a realizzare quella promessa di progresso sociale e di democrazia che si trova nei suoi articoli.

Oggi il fenomeno dell’astensionismo può far pensare ad una sfiducia diffusa di una parte della popolazione nella possibilità di attuare pienamente il dettato della Costituzione rendendo così più vulnerabile la tenuta di quell’identità nazionale collettiva.

Nel 1978 uscì un’antologia per la scuola media di R, Di Paolo e C.F.Ernst dal significativo titolo “Il sogno di una Costituzione” (editore Morano) con cui si voleva far riflettere gli studenti, su quanto ancora mancasse alla realizzazione delle promesse della Costituzione mettendo in evidenza, come contributo all’insegnamento dell’educazione civica, il compito che aspettava le giovani generazioni.

Un’erosione della speranza lenta, ma continua che ha delle ragioni che è possibile individuare con gli studenti in una lettura della storia contemporanea che spesso non si fa per timore che l’impegno professionale sia scambiato per propaganda.

Un errore madornale che mette la democrazia in scacco e mortifica il ruolo della scuola per la formazione del cittadino.

Un secondo motivo può trovarsi nella dilagante sfiducia nei partiti alimentata dalle inchieste giudiziarie, ma soprattutto dalla loro difficoltà ad organizzare dal basso la partecipazione popolare alle decisioni per rendere realmente possibile l’esercizio della sovranità popolare in un sistema rappresentativo che la Costituzione ha proprio fondato sul ruolo cruciale dei partiti.

Vi sono movimenti che hanno pensato a una scorciatoia allettante per salvare la democrazia proponendo forme di partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni senza la mediazione dei partiti tradizionali grazie anche alle possibilità offerte dalle piattaforme WEB.

Purtroppo, non si sono resi conto che così facendo si sarebbe finito per modificare profondamente anche l’identità italiana in senso nazionalistico contrapponendo “la gente” alle istituzioni e presentando la nazione come un’essenza minacciata. Non ci si è accorti che in realtà è il modello del populismo che il fascismo aveva portato all’estremo e che i Costituenti avevano voluto contrastare proprio con un sistema rappresentativo basato sul ruolo dei partiti con un ruolo non solo di raccolta del consenso, ma anche nella veste di mediatori di posizioni diverse presenti in una comunità democratica dove la diversità, per esperienza diretta dei Costituenti durante il loro impegno, è vista come una risorsa (sarebbe interessante soffermarsi con gli studenti sulle posizioni in merito di Calamandrei- Dossetti- Mortati) .

Il terzo motivo sta probabilmente nel fatto che i tre partiti della nuova destra al governo si sono costituiti in tempi recenti e uno di loro, che si dichiara erede del MSI fondato nel dicembre 1946 da reduci di Salò e da ex esponenti del regime fascista, ha intercettato parte dell’elettorato che non si è sentito ovviamente coinvolto e rappresentato nella stesura della Costituzione che Giorgio Almirante ,uno dei fondatori di tale partito, additava come quella dei “vincitori” e non di tutti gli italiani.

Un motivo in più per non sentirsi vincolati al patto dei Costituenti proponendosi come portatori di un’identità nazionalista alternativa a quella nata dalla Costituzione da usare come il grimaldello per creare le condizioni di una modifica della Costituzione “a pezzi” e della realizzazione di una nuova Costituzione materiale fatta da leggi basate su un’altra identità nazionale di cui questa compagine politica si identifica meglio , come ad esempio nel ruolo dei genitori nella scuola che era previsto in base alla Costituzione come partecipazione collettiva ed espresso da decisioni mediate negli organi collegiali che ora diventa una partecipazione individuale attraverso l’autorizzazione personale ad alcune attività.

Probabilmente, proprio perché la Costituzione si basa invece su un’identità collettiva pluralista questa situazione rappresenta un vulnus importante e dovrebbe essere di stimolo alla ricerca di una modalità in grado di attrarre quella parte dell’elettorato che non si sente vincolato all’identità collettiva cresciuta nel dopoguerra. A questo proposito vengono in mente le parole di Violante al suo insediamento come presidente della Camera dei deputati che può essere oggetto di un lavoro con gli studenti in un’UdA sul problema che ora si pone per l’identità italiana.

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In conclusione, la scuola facendo il suo “mestiere” può fare molto per rendere anche oggi consapevoli le giovani generazioni dell’importanza e del valore di quell’ identità italiana collettiva che la Costituzione ha fondato. È questo, a mio avviso l’obiettivo di un insegnamento come l’Educazione civica che troppo spesso viene considerato solo come il contesto in cui imparare le regole generali sulla base delle quali è stato organizzato lo Stato, in cui viene privilegiata la memorizzazione dell’impianto giuridico e organizzativo.

I risultati ottenuti negli anni proprio grazie alla mobilitazione e la partecipazione dei cittadini al voto sul piano dei diritti civili e del lavoro probabilmente non sono stati ben presentati e valorizzati nella scuola come la modalità di attuazione della Costituzione che avviene in progress proprio attraverso le leggi, come ad esempio la riforma sanitaria o l’autonomia scolastica stessa.

Distinguere la Costituzione dall’identità italiana permette ai ministri di giurare sulla Carta, ma di attuarla nelle leggi che propongono avendo in mente un’’identità italiana che è la loro e non quella collettiva sottesa al volume su cui hanno appoggiato idealmente la mano nel giuramento

Non è la Carta costituzionale conservata come reliquia nell’archivio storico del Paese e da studiare come un documento storico che tutela la collettività da un ritorno al passato, ma la vitalità di quella identità collettiva nazionale a cui la Costituzione ha dato avvio e che deve essere agita anche nella vita della comunità scolastica.

Le modifiche ad alcuni articoli della Costituzione possono essere necessari proprio in base al fatto che l’identità collettiva non è statica, ma tenendo conto dei motivi per i quali sono stati scelti a suo tempo dai Costituenti e di come le modifiche possono incidere sull’identità italiana nata nel 1948.

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