di Monica Piolanti
Nel 1976 Andrea Canevaro consegnava alla riflessione pedagogica un’immagine folgorante, intrisa di quella pietas laica e di quella lucidità critica che ne avrebbero fatto il padre dell’inclusione scolastica nel nostro Paese.
Scriveva Canevaro che quando un bambino entra a scuola «è come se fosse portato nel bosco, lontano da casa. Ci sono bambini che si riempiono le tasche di sassolini bianchi, e li buttano per terra, in modo da saper ritrovare la strada di casa anche di notte, alla luce della luna. Ma ci sono bambini che non riescono a fare provvista di sassolini, e lasciano delle briciole di pane secco, come traccia per tornare a casa. È una traccia molto fragile e bastano le formiche a cancellarla. I bambini si perdono nel bosco e non sanno più tornare a casa».
Questa parabola fiabesca e spietata al tempo stesso non era una mera esercitazione stilistica, ma una diagnosi precisa della frattura socio-culturale che la scuola rischia perennemente di perpetuare. Il bosco è l’istituzione scolastica; i sassolini bianchi sono i capitali culturali fortunati, i codici linguistici elaborati, le risorse simboliche che le famiglie borghesi o scolarizzate consegnano ai propri figli affinché non si smarriscano mai di fronte alle formalità dell’istruzione. Le briciole di pane, al contrario, rappresentano il bagaglio fragile, materiale, esperienziale dei bambini che provengono da contesti marginali, periferici, complessi. Un patrimonio fatto di corporeità, di dialetti, di linguaggi non formalizzati, di vissuti quotidiani che una scuola cieca ed etnocentrica considera irrilevanti, spazzandoli via come formiche fameliche.
Canevaro avvertiva con forza che quando la scuola si limita a pretendere come unica e insindacabile la cultura nozionistica del «leggere e dello scrivere», dimenticando la realtà culturale profonda del bambino «incisa nel suo corpo e in tutta la sua persona», essa fallisce la sua missione costituzionale. Diventa, in altre parole, una «scuola sbagliata», un luogo pauroso in cui chi non possiede già la mappa prescritta si sente eternamente estraneo, inadeguato e respinto.
Leggere oggi queste parole a quasi cinquant’anni dalla loro pubblicazione non significa compiere un esercizio di archeologia pedagogica, ma spalancare una finestra impietosa sull’attuale modello educativo promosso dal Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara.
Ciò che stiamo osservando nella scuola contemporanea è il sistematico smantellamento di quella visione democratica, emancipatoria e cooperativa per cui l’intera stagione della pedagogia democratica italiana ha lottato. Sotto l’insegna del “Merito” elevato a dogma di Stato, la scuola pubblica sta venendo riconfigurata non più come l’organo costituzionale destinato a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale — come prescriverebbe l’Articolo 3 della nostra Costituzione —, ma come un dispositivo di selezione, gerarchizzazione e punizione. Il merito, decontestualizzato dalle condizioni materiali di partenza, cessa di essere una conquista e diventa un alibi. Premiare il merito senza prima aver livellato i punti di partenza significa, nei fatti, premiare la rendita di posizione sociale di chi ha già le tasche piene di sassolini bianchi. L’ossessione per il voto in condotta, il ritorno a una disciplina di stampo nozionistico e punitivo, l’accento ossessivo sulla misurabilità aziendalistica delle competenze e la retorica dell’umiliazione come fattore di crescita delineano un’idea di scuola che non vuole comprendere il bosco, ma soltanto recintarlo.
È una scuola che dice al bambino smarrito con le briciole in mano: “Non ti sei sforzato abbastanza per trovare i sassi bianchi”. È la colpevolizzazione del disagio, la trasformazione delle disuguaglianze sociali in colpe individuali. Canevaro ci ha insegnato che l’inclusione non è un benevole atto di concessione dall’alto, né un protocollo burocratico da spuntare su un registro elettronico. L’inclusione vera richiede la capacità pedagogica di trasformare il bosco in un luogo ospitale, ridisegnando i percorsi di apprendimento a partire dalle briciole di chi rischia di perdersi. Una scuola progressista e autenticamente democratica non chiede al bambino di recidere il legame con la propria radice e con la propria memoria corporea ed esperienziale per essere accettato; al contrario, fa di quella memoria il mattone fondamentale dell’architettura educativa. L’impostazione ideologica dell’attuale ministero sta invece riproponendo un modello trasmissivo, autoritario ed escludente, dove la cultura dell’alfabetizzazione formale viene usata come una clava per dividere gli idonei dagli inidonei, i “meritevoli” dagli scarti.
Quando la valutazione si riduce a mero giudizio contabile e la sanzione sostituisce la relazione educativa, la scuola cessa di essere il grande livellatore sociale sognato da Don Milani e diventa un moltiplicatore di ingiustizie. Se vogliamo davvero evitare che i bambini si perdano nel bosco, dobbiamo avere il coraggio politico e pedagogico di rigettare la narrazione del merito come competizione individuale e punizione dei fragili. Dobbiamo rivendicare una scuola che sappia chinarsi sulle briciole di pane, che sappia riconoscere la dignità di ogni storia personale e che non consideri mai l’errore come una colpa, ma come una tappa imprescindibile della scoperta del mondo. Soltanto restituendo valore alla traccia del passato di ciascun alunno potremo costruire un’istruzione che non sia un posto pauroso in cui sentirsi estranei, ma uno spazio pubblico di riscatto, emancipazione e libertà per tutti.
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