
di PierVincenzo Di Terlizzi
C’è una linea che attraversa due stagioni di crisi energetica europea, distanti nel tempo ma coerenti nella logica. Nel 2021, di fronte al primo grande aumento del costo del gas nel periodo della pandemia, la commissaria europea per l’Energia Kadri Simson aveva formulato con una certa nettezza i termini della questione: “Uno dei modi più efficaci per affrontare questa sfida è ridurre il consumo di energia”; e, in una formulazione apparentemente ovvia ma allora tutt’altro che scontata nel discorso pubblico, “Risparmiare energia riduce le bollette e rende l’economia più resiliente”. Non erano parole di un manifesto, ma di un documento operativo.
Più di quattro anni dopo, con un conflitto tutt’ora in drammatico svolgimento in Medio Oriente che ha chiuso lo Stretto di Hormuz e ha prodotto in poche settimane un rincaro del gas di circa il 70% e del petrolio di oltre il 50%, il commissario Dan Jørgensen ha convocato una riunione straordinaria dei ministri dell’Energia dei 27 e ha ripreso, con tono più urgente, lo stesso filo. L’invito ai cittadini europei — lavorare da casa dove possibile, ridurre la velocità in autostrada, usare i mezzi pubblici — non va letto solo come una lista di consigli pratici, ma soprattutto come un segnale di politica energetica: la riduzione della domanda non è una misura accessoria. Dice Jørgensen: “Non è che ci aspettiamo che tutti gli Stati membri applichino tutti i dieci punti per la riduzione della domanda, ma rappresentano già un buon strumentario, e quindi raccomando che ogni Paese verifichi quali sono le sue possibilità per applicarlo.” Continua a leggere
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di Cinzia Mion
di Mario Maviglia
di Stefano Stefanel
Una delle prime cose che si insegna a tutti i docenti che vogliono diventare dirigenti scolastici è che ogni provvedimento della Pubblica Amministrazione deve rispondere a canoni di efficienza, efficacia ed economicità.
Se almeno una di queste tre caratteristiche non è soddisfatta allora è meglio lasciar perdere.
Di recente, improvvisamente e a sorpresa, il MIM ha emanato una divisione degli Istituti scolastici in fasce al fine della retribuzione dei dirigenti scolastici.
La retribuzione dei dirigenti scolastici prevede una parte fissa uguale per tutti, eventuali assegni ad personam legati a situazioni del passato transitati nella dirigenza (che residua per non tantissimi casi) e due retribuzioni variabili: una “di posizione” (la complessità della scuola che si dirige) e una “di risultato” (a seguito della valutazione obbligatoria del dirigente scolastico).
Poiché anche i dirigenti scolastici non vogliono farsi valutare a fini stipendiali (come del resto in Italia praticamente tutti ad eccezione degli studenti) e in questo vengono spalleggiati sia dai sindacati generalisti (per intenderci CGIL, CISL, UIL, Snals, ecc.) sia da quelli di categoria (citerei solo ANP) dalla nascita della dirigenza scolastica (1999) nessuno è stato valutato a fini stipendiali.