I docenti delle classi quinte di una scuola primaria di Marostica, in provincia di Vicenza, hanno portato i loro alunni in visita a Trieste per partecipare ad una iniziativa di solidarietà a favore dei migranti provenienti dalla rotta balcanica. Hanno aiutato i volontari di alcune associazioni a distribuire cibo e vestiti ai migranti nella centrale piazza Libertà di Trieste. Il progetto prevedeva anche una preparazione in classe, consistente nel far provare ai bambini le condizioni in cui si svolgono i tragitti dei migranti. I bambini, a occhi bendati e scalzi, hanno fatto un percorso che richiamava e rievocava ciò che vivono i migranti nella rotta balcanica: scarpe e calze che si rompono, camminare al buio per evitare di farsi scorgere dalla polizia, attraversare ostacoli di ogni sorta. Il progetto, da quel che è dato capire, era stato regolarmente deliberato dagli organi collegiali della scuola.
Questa iniziativa ha scatenato l’ira di alcuni esponenti politici di centrodestra. In particolare, l’eurodeputata di Fratelli d’Italia, Elena Donazzan,insieme al suo collega deputatoSilvio Giovine e ai leghistiAndrea Barabotti e Anna Maria Cisint, hanno ferocemente attaccato l’iniziativa, accusando i docenti di fare il “lavaggio del cervello” dei bambini. Ovviamente i quattro politici hanno sollecitato ad intervenire il ministro Valditara, il quale, con un comunicato ufficiale, ha affermato di aver “avviato le opportune verifiche sulla vicenda, al fine di accertare le modalità didattiche delle attività disposte e le modalità di svolgimento delle stesse”.
Fin qui i fatti. Continua a leggere→
E’ venuto di moda dire che la democrazia “liberale”, come costruita storicamente, in Europa soprattutto, conquistando quattro generazioni di diritti in 4 secoli attraverso lotte (Bobbio) e cercando in vari modi un equilibrio tra sviluppo economico e sociale e questi diritti (come nella nostra Costituzione dopo la Resistenza e la Costituente) non è più possibile o attuale.
Avevano cominciato gli amici di Trump, in quella strana forma di democrazia che erano gli USA, peraltro in via di degenerazione, a dire che non era più certo che la libertà (di arricchirsi? Di fare ciò che si voleva?) e democrazia e diritti (non solo individuali, ma anche umani, sociali, economici, internazionali) fossero ancora “compatibili”.
Cacciari, Esposito, Segre ed altri stanno pubblicando libri e sostenendo che siamo nel “caos” (e questo non si può negare) e che i modelli usati sinora non sono più adeguati a comprendere la realtà. Certamente.
Ma il modello di democrazia sviluppato in Europa e realizzato in vari modi, nei paesi del nord o in Spagna attualmente con più attenzione ai problemi sociali (lavoro, salute, istruzione), in altri paesi con più contraddizioni, non sono più perseguibili in questa situazione nuova? Sostituiti da cosa?
Si accende il dibattito su Filosofia nelle Indicazioni Nazionali per il Licei
E dentro la Commissione Ministeriale emergono opposte concezioni sul significato stesso del termine Indicazioni
Aluisi Tosolini
Decisamente interessante il dibattito che si sta scatenando in questi giorni attorno alla bozza di Indicazioni nazionali per i licei e nello specifico attorno alla disciplina Filosofia.
A dar fuoco alle polveri sono stati una sessantina di docenti universitari di Filosofia(più un docente di filosofia del Cavour di Torino) che hanno segnalato non solo la mancanza di dibattito attorno alle indicazioni nazionali ma anche gravissime esclusioni di filosofi chiave quali “per limitarsi ai casi più sconcertanti, addirittura Spinoza, Leibniz (a parte un riferimento al solo Leibniz “logico” – circostanza che parla da sé! – nelle Linee guida per il Liceo Classico) e Marx; … “almeno uno” tra Hobbes, Locke e Rousseau, …” Insomma, concludono i 60, tra cui Cacciari: «esclusioni non innocenti, è la nuova egemonia culturale della destra».
Alla presa di posizione dei sessanta hanno prontamente risposto i due coordinatori della commissione che ha elaborato le indicazioni di Filosofia, ovvero Adriano Fabris (ordinario di Filosofia morale, Università di Pisa, Presidente della Consulta Nazionale di Filosofia) e Massimo Mugnai (che è stato professore ordinario di Storia della logica alla Scuola Normale Superiore di Pisa). Mugnai si è distinto negli anni scorsi anche per aver scritto un volume decisamente polemico intitolato “Come NON insegnare la filosofia” (Cortina editore 2023) e altrettanto ben stroncato (parere personale, ovviamente) da Gaetano Torrevecchia in una lunga e densa recensione apparsa suLa ricercache evidenzia con esempi chiarissimi come “il libro, purtroppo, si direbbe scritto da qualcuno che non conosce in modo adeguato ciò di cui tratta”. Ovvero parla di cose che non conosce. E ciò che non conosce non è certo la filosofia ma la concreta didattica della filosofia nei licei italiani. Continua a leggere→
Ogni bambina e ogni bambino, ogni ragazza e ogni ragazzo merita. Merita la nostra stima, la nostra fiducia, la nostra attenzione, la nostra cura, il nostro aiuto.
Intestare il ministero all’istruzione e al merito avrebbe dovuto servire a ricordarcelo, a ricordarlo a tutti, in particolare al ministro pro tempore.
Dovremmo scrivere sui muri delle nostre scuole, tutte, accanto a “I Care” di Barbiana, “Io Merito”. Io merito attenzione. Io merito rispetto. Io merito una scuola che creda in me.
Il merito non coincide con il privilegio ma con il diritto di ogni persona ad essere riconosciuta, sostenuta, accompagnata nella propria crescita, nella costruzione di quell’edificio che è il proprio sé, dove poter abitare con sicurezza da adulto.
Abbiamo alle spalle un pensiero pedagogico che ci ha aiutato a percorrere molta strada in questa direzione, un pensiero che non possiamo limitarci a citare ma che dovremmo sempre praticare come ricostituente del nostro sistema formativo, soprattutto in momenti così difficili come quelli che attualmente attraversa la nostra scuola.
Maria Montessori ci ha insegnato che il compito dell’educazione è aiutare il bambino a sviluppare le proprie potenzialità interiori. Ogni essere umano possiede energie creative che attendono di essere riconosciute e coltivate. Il merito, allora, non coincide con il voto più alto, ma con la possibilità concreta di esprimere se stessi. Continua a leggere→
Ci è stato recapitato anonimamente un documento a cui sta lavorando una commissione bicameratale, i cui manipoli non sono noti.
Si tratta di una bozza delle “X antitesi per un addestramento linguistico gerarchizzante e coloniale”; è un testo un po’ lungo, ma indicativo. Eccolo:
Dieci tesi per un addestramento linguistico gerarchizzante e coloniale
I. La superiorità del linguaggio verbale standard
Il linguaggio verbale non è una forma tra le altre della capacità espressiva umana: è la forma superiore, quella che misura il grado di civiltà, disciplina e appartenenza all’ordine sociale legittimo. Non tutte le pratiche comunicative hanno uguale valore. Il gesto, il corpo, il ritmo, il disegno, le parlate locali, le inflessioni colloquiali possono sopravvivere come residui folklorici o come supporti preliminari, ma il vero criterio di accesso alla piena umanità sociale resta la padronanza della lingua verbale codificata, ordinata, riconosciuta dai gruppi dirigenti.
L’obiettivo dell’educazione linguistica non deve dunque essere comprendere la pluralità dei modi di significare, bensì selezionare, gerarchizzare, correggere e infine sostituire. Parlare bene significa conformarsi. Scrivere bene significa obbedire. Comprendere bene significa interiorizzare la forma legittima del discorso. Continua a leggere→
Qualche giorno fa leggendo qui le accurate riflessioni, lessicali e non solo, di Giovanni Fioravanti, mi è balzato alla memoria il titolo di un libro di Mario Comoglio che ha stimolato e guidato la mia azione di insegnante per decenni. Si tratta di “Educare insegnando, apprendere ad applicare il cooperative learning” LAS Roma 1999.
Anche qui troviamo nel titolo l’accostamento di un verbo all’infinito ed uno al gerundio, ma non si sceglie la parola istruire bensì si parla di insegnare. I due termini possono sembrare sinonimi, ma veicolano due modelli di uomo e di scuola opposti.
Da un lato etimologicamente dal latino abbiamo in-struere cioè “costruire dentro, ammassare, schierare” e dall’altro in-signare cioè “imprimere un segno, lasciare un’impronta”. Chi istruisce dà istruzioni che vanno eseguite, chi insegna lascia un segno nell’allievo, non trasmette che cosa sapere e pensare, ma costruisce il come ed i perché, suscita domande. Insegnare quindi non vuol dire trasmettere procedure corrette ma costruire senso.
Qual è il modello di società implicito allora nelle diverse scelte? Comoglio ci dice che “ogni scelta didattica porta con sé un modello di uomo e di società” allora se istruisco creo yes men bravi esecutori efficienti; se insegno, persone libere, cittadini pensanti e consapevoli. È il motivo per cui i regimi autoritari amano “istruire” e temono l’“insegnare”. L’istruzione crea sudditi l’insegnamento crea cittadini scomodi.
E non basta scegliere di insegnare, bisogna scegliere anche la didattica. Non esiste una didattica neutra, anche scegliere di non scegliere un metodo è una scelta che dice: “il mondo va bene così com’è”, “si è sempre fatto così”…
La scelta che propone Mario Comoglio è quella del cooperative learning che non è solo un approccio per insegnare ed apprendere meglio, ma un modo per costruire l’idea della possibilità di una società diversa. Proviamo ad analizzare i cinque pilastri del metodo così come lo insegnano i Fratelli Johnson e vedere ciascuno che tipo di idea di società veicola: Continua a leggere→
Sarei tentato di scrivere un repertorio del lessico avariato per tenercene lontano il più possibile o usarlo con estrema cautela, almeno fino a quando non riusciremo a restituirgli il sapore della sua genuinità, sottrarlo al deterioramento, all’impoverimento del pensiero.
In questo repertorio comprenderei il verbo educare e il il verbo istruire.
Non mi resta che invidiare altre lingue che con un solo lessema comprendono sia l’educazione che l’istruzione come l’inglese e il francese, e poi il tedesco con il suo bilding, che per me fa immediatamente assonanza con il building inglese, che non c’entra nulla, ma esclusivamente per il suo richiamo al “costruire” che è compito fondante di ogni educazione-istruzione. Perfino l’arabo usa un unico semantema.
Ma ci sono gli affabulatori della parola, gli illusionisti della mente. Tra questi devo annoverare la professoressa Loredana Perla presidente della commissione per la riscrittura delle Indicazioni nazionali relative al primo e al secondo ciclo dell’istruzione nel nostro paese.
Mi sono sempre chiesto che necessità ci fosse di soppiantare queste Indicazioni ( che con il procedere dei fatti sembrano ringiovanire anziché invecchiare) con nuovi Programmi senza riuscire a trovare una risposta plausibile. Ora, frugando tra le carte che restano impigliate ai nodi della rete digitale, mi imbatto in una dichiarazione rilasciata dall’esimia pedagogista tanto simile ad un gioco di parole, se non fosse che nella mente della professoressa proprio di un gioco di parole non si tratta. Continua a leggere→
Si accende il dibattito sulle indicazioni nazionali (o i programmi?) per i liceiScorrendo i giornali (cartacei e on line) di ieri e di oggi non si può non notare che attorno alle indicazioni nazionali per i Licei si è già accesa una disputa specifica (un dibattito?) riferita alla letteratura italiana e in particolare attorno alla collocazione di Manzoni.
Claudio Giunta e Manzoni
Claudio Giunta, ordinario di Lingua e letteratura italiana all’università di Torino, è il coordinatore, assieme a Claudio Marazzini (emerito di Storia della lingua italiana), del gruppo di lavoro che ha scritto le indicazioni nazionali 2026 per il licei per Lingua e Letteratura Italiana.
In questi giorni sono state moltissime le voci che si sono alzate per criticare la scelta di collocare IPromessi sposi Manzoni solo al quarto anno di corso.
Si tratta di una discussione interessante che necessita però di essere collocata con precisione.
Sino ad oggi la lettura de I promessi sposi veniva altamente consigliata come lettura da fare nel biennio, in particolare al secondo anno del biennio. Come scrissero le indicazioni nazionali 2010: “lo studente….leggerà i Promessi Sposi di Manzoni, quale opera che somma la qualità artistica, il contributo decisivo alla formazione dell’italiano moderno, l’esemplarità realizzativa della forma-romanzo, l’ampiezza e la varietà di temi e di prospettive sul mondo ( si veda a pag. 196 delle Indicazioni 2010 – link).
Le indicazioni 2026 cambiano prospettiva e scrivono che I promessi sposi vanno collocati al quarto anno. Ma andiamo a leggere, dal testo delle Indicazioni Nazionali 2026, cosa si scrive al riguardo. Continua a leggere→
Nella cittadina di Oikos, la “Famiglia Premium” non era definita solo dal censo, ma da una rara forma di lungimiranza. Non accumulavano per possedere, ma per abilitare. Nel loro laboratorio, un’officina dove l’etica del software libero incontrava la meccanica di precisione, avevano dato vita a una serie di dispositivi digitali rivoluzionari.
Non erano i soliti oggetti patinati, progettati per l’obsolescenza programmata o per imprigionare l’utente in un ecosistema chiuso. Erano dispositivi trasparenti, nel codice e nell’anima: aperti, modificabili, nati dallo studio profondo delle necessità cognitive e relazionali della comunità locale. Erano estensioni della mente, non catene per l’attenzione.
Con spirito filantropico, la famiglia decise di farne dono alla scuola pubblica, il cuore pulsante (almeno in teoria) dell’apprendimento.
L’Incontro: Il Dono Incompreso
Il giorno della presentazione, l’aula magna era pervasa da un odore di polvere e formaldeide intellettuale. La Famiglia Premium dispose i dispositivi sui banchi.
“Sono vostri,” spiegò il capofamiglia. “Non ci sono licenze da pagare, non ci sono dati estratti dai vostri studenti. Potete smontarli, riscriverne il software, adattarli a ogni singolo bambino. Sono fatti per imparare a pensare, non per imparare a cliccare.”
Il silenzio che seguì fu gelido.
Dalle ultime file si alzò il professor Antichi, decano dell’istituto, il cui sguardo trasudava una diffidenza antica quanto i suoi programmi ministeriali. “E il sistema di monitoraggio?” chiese, con voce ferma. “Come posso bloccare lo schermo di un alunno se decide di non ascoltarmi? Dov’è il tasto per il controllo totale?”
La Barriera del Controllo
La famiglia spiegò che il concetto stesso di quel dispositivo rifiutava la logica del panopticon. “L’autonomia è il fine, non il rischio,” risposero.
Ma per il corpo docente, quella libertà era un insulto. Gli insegnanti, arroccati in una torre d’avorio costruita su una profonda insipienza digitale, percepivano la trasparenza del codice come una minaccia alla propria autorità. Se lo studente poteva modificare il suo dispositivo, se poteva capirne il funzionamento intimo, allora il docente — che a malapena sapeva accendere un proiettore — perdeva il suo ruolo di “giudice supremo” del sapere.
L’arroganza dei docenti si manifestò sotto forma di un rigetto pedagogico:
Il Bias del “Troppo Libero”: “Se è gratis e aperto, non può essere sicuro,” mormoravano nei corridoi.
Il Rifiuto dell’Apprendimento: Imparare a usare un dispositivo così duttile avrebbe richiesto un impegno, un mettersi in gioco che nessuno era disposto a concedere.
La Volontà di Potenza: Senza un lucchetto digitale imposto dall’alto, gli insegnanti si sentivano nudi, privi della frusta virtuale con cui domare la classe.
L’Epilogo: Scatole Sigillate
Poche settimane dopo, i dispositivi giacevano accatastati nei magazzini seminterrati, accanto a vecchi banchi a rotelle e mappamondi sbiaditi. La scuola era tornata alla sicurezza dei suoi libri di testo premasticati e dei software proprietari che, pur essendo costosi e limitanti, offrivano quella rassicurante gabbia di controllo che l’istituzione tanto bramava.
La Famiglia Premium osservava da lontano. Avevano offerto le chiavi della prigione, ma avevano dimenticato un dettaglio fondamentale: per chi ha paura della luce, la porta aperta non è una via di fuga, ma una minaccia intollerabile. L’insipienza, quando si sposa con l’arroganza del potere, preferisce sempre una comoda schiavitù a una faticosa libertà.