
di Monica Piolanti
La posizione del Professor Ernesto Galli della Loggia, così come articolata nell’intervista sul ruolo dei genitori a scuola, rilasciata alla Tecnica dellla Scuola, non può che suscitare profonda perplessità in chiunque abbia una conoscenza anche superficiale della pedagogia moderna e delle dinamiche sociali contemporanee.
Affermare con tanta perentorietà che i genitori debbano essere “via dalla scuola” e che la loro presenza sia un “termine contraddittorio” rispetto all’insegnamento è un’affermazione non solo anacronistica, ma che rivela una pericolosa incomprensione della funzione educativa complessa che la scuola è chiamata ad assolvere nel XXI secolo. Ma come si fa a sentire certe cose, quando l’evidenza empirica e normativa punta nella direzione opposta?
In primo luogo, è necessario smantellare la sua tesi centrale: che l’unico interesse dei genitori sia la “promozione dei figli” e che, per questo, essi interferiscano con l’autorità didattica. Questo è un riduzionismo sociologico e psicologico inaccettabile. La maggior parte dei genitori impegnati non desidera un voto regalato, ma un percorso formativo trasparente e di qualità che garantisca al proprio figlio gli strumenti per affrontare la vita. La preoccupazione per il successo scolastico non è una mera caccia al diploma, ma un riflesso della cura parentale per il futuro e per le opportunità del figlio in una società sempre più competitiva. La paura o l’ansia che talvolta sfociano in comportamenti iper-protettivi o inappropriati non sono la causa del fallimento della scuola, ma un sintomo di una fragilità del patto educativo e di una comunicazione istituzionale carente. Laddove la scuola è autorevole, trasparente nei criteri e proattiva nel dialogo, lo spazio per l’invadenza irrazionale si riduce drasticamente.
La visione del Professore postula implicitamente una scuola come un’entità monolitica e auto-diretta, una fortezza che impartisce sapere in modo unidirezionale, isolata dalle influenze esterne. Questa idea è incompatibile con i principi della corresponsabilità educativa su cui si fonda il sistema scolastico democratico moderno (in Italia, codificata sin dai Decreti Delegati del 1974 con l’istituzione degli Organi Collegiali, che sanciscono la partecipazione democratica di docenti, personale ATA, studenti e genitori). L’educazione è un processo continuo e sinergico; quando i valori, le regole e le aspettative della scuola e della famiglia sono allineati, l’efficacia didattica e il benessere dello studente sono massimizzati. Escludere il genitore dal processo decisionale o informativo non rende la scuola più forte; al contrario, la rende più opaca, isolata e meno radicata nella realtà sociale degli alunni che deve servire. Il concetto di alleanza educativa non è una debolezza, ma la massima espressione di forza di un’istituzione consapevole della complessità del proprio mandato.
Inoltre, la stigmatizzazione delle “chat delle mamme” come veicolo di pettegolezzo è un’analisi superficiale che confonde il veicolo con la radice del problema. Le chat informali nascono e proliferano quando i canali di comunicazione formali e istituzionali (colloqui, circolari chiare, consigli di classe) falliscono nel fornire informazioni tempestive e rassicuranti. Se i genitori sono costretti a ricorrere a gruppi privati per decifrare una circolare o per capire l’andamento di una lezione, è la scuola stessa che ha rinunciato a esercitare la propria autorità comunicativa. La risposta pedagogica a un clima di pettegolezzo non è chiudere la porta in faccia, ma aprire canali formali più efficaci e trasparenti, prendendo il controllo del flusso informativo. La scuola autorevole non è quella che ignora i social media, ma quella che li usa intelligentemente o, più semplicemente, assicura che il proprio sito web e il proprio registro elettronico rendano superflua l’improvvisazione dei gruppi WhatsApp.
Infine, il timore che gli studenti siano trasformati in “vittime” difese da “secondini” ignora che la presenza dei genitori negli organi collegiali (dal Consiglio di Classe al Consiglio d’Istituto) è una garanzia democratica e di tutela. Essi non sono lì per dettare il programma di storia, ma per vigilare sulla qualità dei servizi, la sicurezza, il bilancio e l’adesione ai principi etici e legali della mission scolastica. Richiedere la loro espulsione è un passo verso l’autoritarismo e l’auto-referenzialità dell’istituzione, un pericolo ben maggiore di un genitore iper-protettivo. La vera autorità si consolida attraverso la competenza e il dialogo trasparente con la comunità, non attraverso l’isolamento. La soluzione per migliorare la scuola italiana non è tornare indietro a un’istituzione chiusa e monologica, ma evolvere verso una community educativa in cui ogni attore (dirigente, docente, genitore, studente) è formato ed è chiamato a svolgere il proprio ruolo con consapevolezza e responsabilità reciproca.
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