Vico e i corsi e ricorsi storici. Sul 30% di “stranieri” in classe e sul divieto del velo

Aluisi Tosolini

In questi giorni si è accesso come una fiammata improvvisa il dibattito su due questioni scolastiche: la quota del 30% di “stranieri” in classe e il divieto di burqa e niqab.

Stamattina, attraversando i borghi del quartiere multiculturale dove abito, pensavo che si tratta di una fiammata che si riaccende perché di questi temi abbiamo già dibattuto per anni e molti anni fa e che quindi il motivo di questa “fiamma di ritorno” non è certo la scuola o una preoccupazione educativa ma la campagna elettorale incipiente.

E così mi sono tornate alla mente le tre età della storia umana descritti da Gianbattista Vico e, soprattutto, il concetto di corsi e ricorsi storici. E da qui vorrei partire, continuando poi con uno sguardo ironico e pragmatico frutto del fatto che per 20 anni ho fatto il dirigente scolastico e prima ancora ha fatto parte della prima commissione ministeriale sull’educazione interculturale.

Vico: i corsi e ricorsi storici

Pubblicata in modo definitivo nel 1744 l’opera più importante di Gianbattista Viso si intitola Scienza Nuova (qui il testo completo): La grandezza di Vico, filosofo napoletano, sta nel rifiutare l’idea che la storia abbia un percorso lineare che va necessariamente verso il meglio, verso il “progresso”. Per Vico non è così: la storia ha stagioni che ciclicamente si susseguono lungo i tre momenti, le tre età della storia umana che lui delinea così:

  • L’età degli dèi: il tempo primitivo in cui gli uomini, guidati dal timore di divinità immaginate, vivono in famiglie rudimentali e credono che tutto sia animato da forze divine
  • L’età degli eroi: il tempo in cui la società si divide tra patrioti/nobili e plebei; dominano la forza, il diritto fondato sul privilegio e una concezione aristocratica del mondo.
  • L’età degli uomini: il tempo della ragione matura, dell’uguaglianza giuridica, della democrazia o della monarchia rappresentativa, ma anche il tempo in cui la riflessione razionale rischia di disgregare i vincoli sociali attraverso l’egoismo e l’eccesso di intellettualismo

Non starò qui a tediare con una analisi approfondita del pensiero di Vico ma riprendo solo dall’opera di Maria Donzelli (L’età dei barbari. Vico e il nostro tempo, 2019) l’annotazione secondo cui “la questione della «barbarie ritornata», frutto della degenerazione della ragione storica, e della crisi profonda che essa determina, si rivela così come il terreno più fertile per dialogare con Vico sul disagio della contemporaneità”.

Non so se stiamo ritornando all’età degli dei (forse dell’ideologia…) ma di certo il suggerimento di Vico mi è utile per non farmi sentire un vecchio fossile fuori dal mondo quando penso che le questioni che stiamo dibattendo oggi sono le stesse di 35 anni fa e che tutto il cammino fatto da allora sembra perdersi, come in un eterno gioco dell’oca in cui si torna sempre alla casella iniziale senza mai riuscire ad arrivare al traguardo.

Il tetto del 30% visto in pratica dalle valli appenniniche

Il tetto del 30% di alunni “stranieri” (dove per straniero non si capisce sempre bene cosa si intende e per complicare il tutto adesso il dibattito su cosa si intenda pare essersi racchiuso dentro il concetto, altrettanto vago, di background migratorio) esiste dal 2010.

Si dice che essendo frutto di una circolare il tetto è meno cogente di una legge. Sarà…. ma di leggi inapplicate ne conosco molte in Italia. Comunque sia vediamo in pratica come è stato applicato dal 2010 in avanti. E per farlo ricorro a esperienza diretta di chi abita in una delle città che in Italia ha il maggiore numero percentuale di alunni “stranieri” (e che anche per questo anno vede diminuire gli alunni “italiani” e aumentare gli alunni “stranieri” link) e ha diretto scuole appenniniche.

Dal 2010 in avanti ogni anno l’ufficio scolastico regionale ha scritto ai dirigenti scolastici ricordando che esiste il tetto del 30% e poi, preso atto che spesso era concretamente impossibile rispettarlo, faceva un lungo decreto autorizzando decine e decine di scuole a formare classi in deroga.

Perché in deroga?

Meglio fare un esempio per capire. Si ipotizzi di dirigere un istituto comprensivo di montagna fatto da 11 plessi distribuiti in 5 comuni diversi a loro volta distribuiti in una vallata lunga oltre 35 chilometri e comprendente paesi appartenenti persino a tre diocesi diverse. Ebbene, molti di quei plessi, sia alle primarie che alle scuole secondarie di primo grado, era fatti da pluriclassi. Ovvero classi in cui gli alunni sono almeno otto. Si ipotizzi ora che in una pluriclasse della primaria composta di 8 bambini arrivino un giorno per trasferimento 3 bambini di una famiglia indiana che è venuta ad abitare in quel luogo perché il papà fa il casaro nel caseificio locale dove si produce il parmigiano reggiano DOP (nota a margine: senza indiani la produzione del parmigiano reggiano andrebbe in crisi). Che si fa in questo caso? Dividere la pluriclasse in due non si può: non ci sono risorse (e neppure avrebbe molto senso). E allora? Si spedisce uno dei bimbi indiani (magari quello che dovrebbe fare la quinta primaria) nella scuola “vicina”? Sembra facile ma non lo è: la scuola vicina è almeno a 10 chilometri di strada di montagna piena di curve e sta in un comune diverso e quindi il trasporto con pulmino (meglio dire taxi: in montagna gli studenti ormai vengono raccolti da taxi in convenzione) compete al comune di residenza che per portare (e riprendere) il bimbo spedito nel paese vicino avrebbe un aumento gigantesco di costi e un disagio organizzativo mostruoso (se hai un unico pulmino che fa il giro degli alunni organizzare il trasporto diventa in sostanza impossibile se non facendo perdere tempo scuola al bambino da portare per ultimo (entrata in ritardo) e riprendere per primo (uscita anticipata). In sostanza impossibile.

E allora cosa si fa? Si usa quella “personalizzazione” che è sulla bocca di tutti (anche se spesso questi tutti neppure sanno cosa significa davvero personalizzazione) e si lavora per micro gruppi, si usa la peer education e il peer tutoring, si attivano risorse della comunità locale e territoriale, si utilizzano le nuove tecnologie. Insomma: si diventa creativi e si cambia il modello organizzativo della scuola.

Ma sono casi estremi, si dirà

Non è vero, non sono casi estremi ed anzi nelle scuole italiane sarà sempre più così. Del resto se non ci sono bambini italiani non è certo colpa della scuola! Aggiungo solo che i bambini “stranieri” spesso sono la salvezza di un plesso che solo grazie all’iscrizione di bambini stranieri riesce ad avere i numeri per non chiudere, con conseguente trasferimento di tutti gli altri bambini (“italiani” e “stranieri”) nel plesso del comune “vicino”. Può così succedere che comuni amministrati da politici favorevoli alla re-immigrazione siano alla ricerca di immigrati da iscrivere a scuola per salvare l’unico plesso scolastico del comune. Della seria: la realtà è più dura e concreta dell’ideologia e prima o poi ci sbatti il muso.

Spostare “stranieri” o “re-immigrare italiani”?

Entro qui in un paragrafo che verrà molto criticato. Lo so. Ma non per questo posso tacere.
Si parla, nel caso di classi con più del 30% di “stranieri”, di ricollocamento di alcuni di essi in altra scuola vicina.
Si chiede anche la redistribuzione nelle classi della stessa scuola: ma ciò già avviene normalmente laddove l’organizzazione del tempo scuola lo permetta. E qui occorre dire che a volte accade che nella stessa scuola di città ci siano classi delle primaria a tempo pieno e classi e moduli: così può accadere che quasi tutti gli “stranieri” vadano a tempo pieno e quasi tutti gli “italiani” vadano ai moduli creando classi ghetto all’interno della stessa scuola e spesso nello stesso corridoio. E non ci puoi fare niente perché non puoi costringere un genitore a passare da modulo a tempo pieno o viceversa: è questa una delle forme della fuga dei bianchi di cui parla il Ministro Valditara. Ovviamente questo ragionamento non tocca il caso di chi sceglie di risolvere il problema iscrivendosi ad una scuola paritaria, cosa che si può fare legittimamente avendo le risorse economiche per farlo. E’ un’altra delle forme con cui spesso si concretizza la cosiddetta fuga dei bianchi.

Comunque sia, la domanda che mi sono posto in questi giorni è la seguente: perché dovrebbero spostarsi gli “stranieri” quando spesso sono gli “italiani” che si sono spostati altrove? Questi non potrebbero tornare? Lo so: rischio di essere accusato di stalinismo !
La domanda, però, non è peregrina.
Se abiti nel quartiere Oltretorrente di Parma (a significativa densità “migratoria”) e decidi in quanto “italiano” di andare presso una scuola diversa da quella di quartiere, sei tu che crei l’aumento percentuale di “stranieri” per classe! E prima di spostare gli “stranieri” dal quartiere dove abitano si potrebbe pensare di spostare tuo figlio dalla sede fuori quartiere che gli hai trovato riportandolo in quartiere e riequilibrando la percentuale di “stranieri” per classe.

Assurdo, si dirà, stalinismo puro: come puoi pensare di costringere una famiglia a frequentare una scuola invece che un’altra? Le famiglie sono libere di scegliere! Benissimo: se non posso costringere la famiglia di “italiani” perché allora posso costringere la famiglia di “stranieri”? Per il loro bene, si dirà! Per integrarli davvero! E in questo caso è il potere politico a decidere cosa è bene per alcuni ma non per altri: non è forse questo stalinismo?

Comunque sia, e chiudo, nella città dove abito vige un abbastanza ferreo obbligo di andare nella scuola dove si è residenti senza possibilità di spostarsi in altre scuole di città. Obbligo definito anni fa dalla amministrazione comunale di concerto con le scuole per evitare il rischio di sovraffollamento in alcuni edifici rispetto ad altri. Scelta a mio parere sensata perché gli edifici scolastici non sono fisarmoniche e perché rafforza l’idea che la scuola è parte integrante della vita di un quartiere.

Allora? Come fare con l’insegnamento e l’apprendimento della lingua italiana? Allora… forse si tratta di iniziare a ragionare di risorse (insegnanti, laboratori, educatori, numero di alunni per classe), di metodi e stili didattici e di educazione interculturale dove la differenza diventa ricchezza per tutti non pericolo, rischio, problema, baratro.

Perché, questo dicono le scuole che in questi giorni sono state sentite dai media sul tema del tetto del 30%, la differenza è ricchezza, le nostre scuole sono luogo in cui cresce la società di domani imparando a creare nuovi legami, nuova cultura, nuova cittadinanza. Perché la scuola è il luogo che costruisce il futuro. Come ha detto a Amatrice il presidente della Repubblica Mattarella inaugurando l’anno scolastico.

L’deologia combatte sul corpo delle donne: il velo e la mercificazione del corpo

In realtà Vico e i suoi corsi e ricorsi storici mi è venuto in mente stamattina anche pensando alla polemica sul burqa (copertura totale del corpo e del viso) e sul niqab (velo che copre il capo e il volto lasciando una striscia libera per gli occhi). Come è noto esiste un terzo tipo di velo, lo Hijab, che copre solo la testa e il collo lasciando completamente scoperto il viso. È il più diffuso tra le donne islamiche che decidono di usare il velo e se scendo in strada incontro decine di studentesse universitarie del campus del centro storico che lo indossano.

Ma perché mi è tornato alla mente Vico e la sua teoria della storia?

Perché di velo islamico si discute da decenni e ricordo molto bene due miei interventi per la rubrica Educazione Interculturale del sito Pavone Risorse:

6 dicembre 1998: Islam Italia

12 febbraio 2004: Sulla legge che in Francia vieta il chador in classe

Ebbene, in sostanza da lì non ci siamo mossi, mi pare. Corsi e ricorsi storici.

Vale però la pena riandare al dibattito polemico che si accese in Francia nel 1989 a seguito dell’affaire dei foulards di Creil nato a seguito della legge che in Francia vieta l’uso di simboli religiosi nei luoghi pubblici, quindi anche dello hijab. La filosofa Élisabeth Badinter, insieme ad altre intellettuali e femministe universaliste, firmò un celebre appello sul settimanale Le Nouvel Observateur mettendo in luce la profonda e provocatoria contraddizione sociologica che caratterizzava la condizione della donna presa tra due fuochi: da un lato le spinte teocratiche e dall’altro il capitalismo occidentale

Le femministe francesi della corrente universalista interpretarono sia il velo islamico sia l’uso commerciale del corpo femminile in Occidente come due facce della stessa medaglia: la negazione dell’autodeterminazione e della dignità della donna. La critica si snodava su due fronti simmetrici:

  1. Il velo che nasconde e sottomette: per Élisabeth Badinter e le sue colleghe, il velo a scuola o nello spazio pubblico non era un semplice simbolo religioso, bensì un “marchio di subordinazione” impresso sul corpo delle donne, volto a sottrarle allo sguardo pubblico e a sancirne l’inferiorità rispetto all’uomo.
  2. La pubblicità che mercifica: parallelamente, le stesse femministe non risparmiarono critiche al modello occidentale. Sottolinearono come la società dei consumi e la pubblicità usassero sistematicamente il corpo della donna come oggetto sessuale o merce per vendere prodotti, riducendone il valore alla sola dimensione estetica e performativa.

Le giovani donne, secondo questa tesi, si trovavano schiacciate tra due forme opposte ma ugualmente opprimenti di controllo sul proprio corpo:

  • da un lato, la pressione comunitaria e patriarcale-religiosa che esigeva la cancellazione del corpo femminile dalla sfera pubblica attraverso l’occultamento.
  • dall’altro, l’iper-sessualizzazione della società dei consumi che riduceva quel medesimo corpo a puro strumento commerciale.

Come si può notare siamo ancora lì. E Vico è davvero un profeta!

Chi non fosse convito che siamo ancora a questo punto può andare a leggere oggi sul Corriere della Sera (22 settembre 2026) l’intervento di molte atlete contro l’attrice Sydney Sweeney che appare quasi nuda, coperta da palloni e attrezzi sportivi, nella campagna pubblicitaria di Novig, piattaforma di scommesse sulle gare. Riporto la parte finale dell’articolo del Corriere:

«Non stiamo giudicando la libera scelta dell’attrice, stiamo giudicando il potere delle immagini e quelle di questa campagna non hanno nulla a che fare con l’emancipazione» dice Lorella Zanardo, che ha lavorato molto sulla rappresentazione delle donne nei media. L’autrice invita a considerare chi quelle immagini le guarda: «Cosa vedono le bambine mentre camminano? Una ragazza che ha il manico di una racchetta da tennis tra i glutei e due palle da football tra i seni». Per l’autrice, le donne che si tolgono il velo in Iran compiono un atto di emancipazione: «Quel gesto visto in rete spinge altre ragazze a prendere coraggio». In questa campagna, invece, «usare il proprio corpo per eccitare» ripropone uno stereotipo sessuale trito e ritrito.

Quindi? Valditara vuole liberare le ragazze dalla cultura patriarcale e dall’imposizione dell’obbligo del velo. Ottima idea. Farà lo stesso con le emule di Sydney Sweeney? E comunque potrà sempre dire che l’attrice lo ha scelto liberamente. Ma chi ci garantisce che non sia lo stesso per una ragazza 19enne che frequenta l’ultimo anno di liceo e vuole indossare ad esempio il niqab? SI entra così in un ginepraio. E allora la legge italiana attuale mi pare molto molto più ragionevole: non entra nel merito del perché uno/a si copra la faccia ma dice che in luoghi pubblici si deve essere riconoscibili. E’ quanto basta, a mio parere. E allora forse dietro questa nuova crociata c’è dell’altro.

Una nuova crociata contro l’Islam?

Quindi?

Quindi, premesso che nelle scuole in Italia burqa e niqab sono praticamente inesistenti (come ha evidenziato Tecnica della scuola) perché il riaccendersi di questa fiammata?

Per motivi ideologici. Per promuovere la campagna anti islam, visto come elemento culturale e religioso che è di sicuro disturbo all’”Occidente” e alla società omogena vagheggiata da Galli della Loggia e dal Ministro Valditara.

E allora non posso che rimandare ai miei interventi del 1998 e del 2004 e alla chiusura che allora fece il sociologo Allevi: la soluzione giusta sembra piuttosto sdrammatizzare, con semplice buon senso, anziché una legge che fa di un simbolo religioso una bandiera identitaria buona per le opposte barricate ideologiche, e che favorisce gli opposti estremismi: quello islamista e quello laicista.

Oggi l’estremismo laicista non mi pare molto in salute ma di certo è stato sostituito dall’estremismo identitario figlio dei sogni dei nostalgici dell’idealizzato Occidente (quello che in Italia le donne e i loro diritti le ha scoperte molto tardivamente) cui si vorrebbe tornare.

Forse ha ragione Vico: il disagio della contemporaneità ci sta spingendo verso il tempo della barbarie ritornata

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