L’algoritmo non ci farà innamorare (o forse sì)

di Monica Piolanti

Cari colleghi, sediamoci un attimo idealmente tra i banchi, magari proprio in quegli ultimi posti dove il Wi-Fi prende meglio e lo sguardo dei nostri ragazzi si perde dentro uno schermo retroilluminato. Dobbiamo parlarci con franchezza, perché mentre noi ci affanniamo a spiegare ancora il valore immortale del “Passero solitario”, cercando di far vibrare le corde della sensibilità leopardiana, fuori – e dentro – le loro tasche sta avvenendo una mutazione antropologica silenziosa e spietata. È una rivoluzione che non possiamo più permetterci di ignorare o, peggio, di snobbare con la solita sufficienza nostalgica di chi crede che “ai nostri tempi fosse meglio”. Il problema non è il tempo che passa, ma lo spazio che si restringe: quello dell’anima.

Avete mai sentito parlare dell’“Abele digitale”? È un concetto che scuote le fondamenta della nostra pedagogia. È quella parte di noi, e dei nostri studenti, che rischia di surclassare definitivamente il “Caino reale”. Siamo di fronte a un processo in cui l’algoritmo non è più uno strumento, ma un sovrano assoluto che ha deciso di sostituirsi al destino, al caso e, purtroppo, alla necessaria fatica del corteggiamento. Leggendo le analisi di Yuval Noah Harari e incrociandole con i dati inquietanti emersi dagli studi Kaspersky su un campione di diciottomila persone in ventisette paesi, emerge un quadro che dovrebbe far tremare i polsi a ogni educatore: il 43% degli utenti delle app di dating dichiara di voler incontrare solo persone suggerite dall’algoritmo. Continua a leggere

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Guerra e pace: le “ragioni” dell’intervento militare

Che gli esiti di un nuovo conflitto mondiale sarebbero devastanti per tutti è un fatto assolutamente certo.
Nonostante questo i venti di guerra continuano a soffiare.
Perché accade questo?
Marco Guastavigna ha provato a chiederlo alla IA, ed ecco il risultato.

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Fatti foste a viver con l’AI

di Marco Guastavigna

Abbiamo un po’ trascurato l’amico tuttofare-purché-in-digitale Peter O’Tool, che si rifarà però vivo al più presto.

Inauguriamo il nuovo anno presentando invece un fine intellettuale, organico ai tempi, l’eminente ed emerito professor Fuffologus Maximinux, autore di un famoso best-seller.

Cliccando sulla copertina si può raggiungere la nostra istruttiva ricostruzione della genesi di questo caposaldo ontologico, epistemologico, tassonomico ed etico a proposito di AI, squisitamente rappresentativo di molte delle opere che vanno per la maggior nel BelPaese.

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Pedagogia manageriale

Riceviamo e volentieri pubblichiamo – con il tramite di Marco Guastavigna

La nostra redazione gode ormai di ampio riconoscimento quale istanza di analisi, confronto e riflessione. Deve essere per questa ragione che ci vengono recapitati materiali di orientamenti anche molto diversi, che nella nostra laicità commentiamo senza giudizi di merito.

Infografica orientativa

Questa volta è il turno di un think tank molto in tono con i tempi: il gruppo è ancora informale, ma considera con certezza la Pedagogia Manageriale Accentratrice quale toccasana e ha come interlocutori privilegiati i dirigenti scolastici, i quali devono accentrare su di sé ogni decisione e ogni valutazione. La PMA presenta infatti le proprie argomentazioni come ibridazione tra “riarmo” ideale ed efficientamento operativo della vocazione selettiva della scuola, come testimoniano le bozze di alcuni materiali destinati alla formazione del personale, che hanno alcuni evidenti refusi, positivo segnale dell’uso dell’aratro dell’intelligenza artificiale generativa nel complesso solco dell’orientamento professionale. Continua a leggere

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Ma l’intelligenza artificiale può servire davvero a favorire la partecipazione alla sfera pubblica?

di Marco Guastavigna

Visto che vogliamo riflettere, sarebbe illusorio pensare di farlo partendo dalla scuola. Nemmeno l’istruzione è un punto di vista sensato. Parlare di logistica capitalista della conoscenza – questo è in larga misura la sempre più cosiddetta “intelligenza artificiale” – significa ragionare sul consumo di informazione, in brutali termini server-client. Dove il primo “offre” soluzioni che formattano il secondo a proposito di una merce.

Smettiamo anche di pensare che accrocchi come Google Search o Qwant siano finalizzati alla ricerca scientifica, accademica e così via. Sono dispositivi customer care, rivolti a facilitare l’accesso all’informazione. E la deep research e l’Ai overview ne sono coerenti derivati.

Il campo di riflessione è di altro genere, assolutamente politico. Ed è ora di esporsi, ovvero di rispondere a domande difficili, prima tra tutte questa: “Possiamo concepire dispositivi digitali – con moduli di AI o meno – appropriati, ovvero utili per la partecipazione alla sfera pubblica?”.
Io penso di sì, a patto di restituire alla conoscenza il suo ruolo di bene comune.

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Opportunità e rischi delle nuove tecnologie

di Stefano Penge

Ogni tecnologia della conoscenza presenta dei vantaggi su quella che “sostituisce” (o ri-media, o integra) ma anche degli svantaggi.
Non ci sono tecnologie che hanno solo vantaggi. E’ abbastanza inutile sperare ogni volta di aver trovato la soluzione perfetta, come è ridicolo svegliarsi come Biancaneve, sputare la mela, e dire “Toh, ma ci sono rischi e opportunità in questa storia”.
Ma non è una legge di natura. Non tanto perché i media siano fatti così (https://www.ilsaggiatore.com/libro/le-tetradi-perdute-di-marshall-mcluhan/), ma perché noi, con la nostra società occidentale del terzo millennio, siamo fatti così.

 
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Intelligenza artificiale: il nostro contributo e le nostre riflessioni

 a cura di Rodolfo Marchisio

Di IA si parla molto. Tutti. Troppo. Perché: 1) E’ diventato un concetto vuoto, un contenitore confuso (come a suo tempo “digitale” sottolinea ancora M. Guastavigna) tanto che si sono moltiplicati gli aggettivi cui viene associato: generativa, predittiva, etica…); 2- Che ne parlano tutti anche al bar e rimandiamo ad Eco; 3- Che è un fenomeno di moda, spinto dal marketing e voluto dagli oligopoli economici digitali, al momento più per raccogliere fondi che per produrre qualcosa; 4- che sinora è costato molto, ha prodotto una probabile bolla speculativa, ma non ha mantenuto le promesse fatte agli investitori né in termini di guadagni né in termini di realizzazioni.
L’economia globale è stata travolta dalla corsa all’oro dell’intelligenza artificiale (con annessi timori di una colossale bolla speculativa), le superpotenze globali sono entrate in una nuova e ancora più acuta fase della competizione per diventare leader del settore. Wired 30/11.
Ma le borse, che giudicano in base ai numeri ed ai fatti stanno facendo i conti del rapporto tra investimenti (anche di fondi e di privati) -> ricavi -> prodotti: per questo il castello immaginato traballa. Secondo Wired, che cita un analista finanziario, occorrerebbero 600 miliardi di ricavi per ripianare i conti. Ogni anno.

Chat GPT di Open AI ad esempio (all’inizio una no profit) ha 800 milioni di utenti, di cui però solo 50 milioni paganti, ammette di spendere di più (ca 30 miliardi di dollari) per produrre, di quanto incassa da questi 50 milioni, cerca fondi non per nuovi prodotti, ma per coprire questo disavanzo e progetta di ricorrere alla pubblicità, uno dei salvagenti della rete.

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Intelligenza artificiale e motori di ricerca

di Stefano Penge

Riassunti

Il fatto che ogni volta che faccio una richiesta su un dominio un po’ insolito i diversi LLM allucinino non mi stupisce più di tanto; un po’ mi diverte e un po’ mi scoccia perché m’avrebbe fatto comodo una risposta precisa. Per esempio, ho chiesto perché i numeri sui selettori a forma di disco dei vecchi telefoni fissi andavano da destra a sinistra, da 0 a 9, e non il contrario. Le risposte dei migliori LLM hanno tirato in ballo le SIM, l’ordine dei byte, il fatto che la gente è destrorsa, e altre amenità. È finita che continuavo a chiedere per il gusto di vedere quale altra spiegazione fantasiosa veniva fuori.
Ma più seriamente, almeno credo, riflettevo sullo slittamento nel funzionamento dei motori di ricerca. Slittamento ampiamente previsto, progettato, pubblicizzato.
Io non uso Google (per varie ragioni; ne discuto anche qui e qui); uso DuckDuckGo, che sostiene di non vendere dati degli utenti, ma di campare con servizi commerciali “puliti”.
Da qualche mese ha introdotto una funzionalità “AI driven” nella forma del “search assist”. Tu fai una ricerca, ottieni la solita paginata di risultati con l’anteprima del contenuto, ma in fondo hai il riassunto generato dal LLM di turno (che puoi selezionare tra quelli free o a pagamento).

Ad esempio, ho cercato “Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”.
Io, che sono un noto rompiballe, mi sono letto le anteprime dei primi dieci risultati, poi ho esplorato qualche link, e infine ho letto il riassunto. Che è questo:
La frase “Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” proviene dall’opera “La Tempesta” di Shakespeare, dove il personaggio Prospero riflette sulla natura effimera e illusoria della vita umana, paragonandola ai sogni. Questo concetto suggerisce che la nostra esistenza è fragile e transitoria, simile alla natura dei sogni stessi.”
Non sono del tutto d’accordo, ma il punto stavolta non è quello della qualità. Tutto sommato, mi pare fatto piuttosto bene e riporta le due fonti da cui ha tratto le informazioni (almeno dice lui), in modo che il lettore possa verificare: studiarapido.it e succedeoggi.it. Come noterete, non c’è l’Enciclopedia Britannica, la Treccani o un sito di storia della letteratura del seicento. Tuttavia il secondo link porta ad una pagina abbastanza interessante, dove tra l’altro si discute della traduzione di “stuff” con “sostanza” invece che con “stoffa” (filologicamente più corretto e anche più ricco).
L’altro link è invece molto meno interessante. Francamente, tra quelli risultati della ricerca ce n’erano di molto più utili. Mi rimane anche difficile capire se davvero è stato usato per produrre il riassunto, ma così mi si dice.
Questi sono stati i miei ragionamenti. Continua a leggere

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Cyberguerra, attacchi preventivi, intelligenza artificiale e nuovi paradigmi

Il punto di vista di Mariarosaria Taddeo e Luciano Floridi

di Aluisi Tosolini

L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone (qui la sua bio), già capo di stato maggiore della difesa e da inizio 2025 presidente del comitato militare della Nato, nei giorni scorsi ha sollevato un polverone internazionale con una sua intervista al Financial Times.

L’ammiraglio, in sostanza, ha detto che la Nato «sta valutando tutto. Sul versante cyber siamo in un certo senso reattivi. Stiamo pensando a essere più aggressivi o più proattivi». Il Manifesto sintetizza così: “l’idea di fondo, veicolata in poche frasi, è che in materia di cybersicurezza (attacchi informatici o sabotaggi) possa essere necessario cambiare approccio, dirigendosi verso modalità più «assertive». Pur continuando a considerare un «attacco preventivo» come una «azione difensiva. È qualcosa di lontano dal nostro normale modo di pensare e comportarci». Il messaggio, in ogni caso diffuso a mezzo stampa, è per stessa ammissione di Cavo Dragone, un invito alla riflessione per i membri dell’alleanza, anche perché – ha detto – al momento esistono «molti più limiti rispetto alla nostra controparte, per motivi etici, legali e giuridici». Continua a leggere

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