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Archivi categoria: INDICAZIONI NAZIONALI
Manzoni, Giunta e Galli Della Loggia.
di Aluisi Tosolini
Si accende il dibattito sulle indicazioni nazionali (o i programmi?) per i liceiScorrendo i giornali (cartacei e on line) di ieri e di oggi non si può non notare che attorno alle indicazioni nazionali per i Licei si è già accesa una disputa specifica (un dibattito?) riferita alla letteratura italiana e in particolare attorno alla collocazione di Manzoni.
Claudio Giunta e Manzoni
Claudio Giunta, ordinario di Lingua e letteratura italiana all’università di Torino, è il coordinatore, assieme a Claudio Marazzini (emerito di Storia della lingua italiana), del gruppo di lavoro che ha scritto le indicazioni nazionali 2026 per il licei per Lingua e Letteratura Italiana.
In questi giorni sono state moltissime le voci che si sono alzate per criticare la scelta di collocare I Promessi sposi Manzoni solo al quarto anno di corso.
Si tratta di una discussione interessante che necessita però di essere collocata con precisione.
Sino ad oggi la lettura de I promessi sposi veniva altamente consigliata come lettura da fare nel biennio, in particolare al secondo anno del biennio. Come scrissero le indicazioni nazionali 2010: “lo studente….leggerà i Promessi Sposi di Manzoni, quale opera che somma la qualità artistica, il contributo decisivo alla formazione dell’italiano moderno, l’esemplarità realizzativa della forma-romanzo, l’ampiezza e la varietà di temi e di prospettive sul mondo ( si veda a pag. 196 delle Indicazioni 2010 – link).
Le indicazioni 2026 cambiano prospettiva e scrivono che I promessi sposi vanno collocati al quarto anno. Ma andiamo a leggere, dal testo delle Indicazioni Nazionali 2026, cosa si scrive al riguardo. Continua a leggere
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Le Indicazioni nazionali bocciate in Italiano e in Storia: l’IA dà un sonoro 4
Per gentile concessione del portale Historialudens
di Antonio Brusa
Ho chiesto a un programma di IA di fingere di essere un professore e di mettere un voto a questa frase
“La storia, cioè la conoscenza e il giudizio sul passato, sono divenuti (…)”
L’algoritmo ha obbedito: 4/10. Poi, come un severo professore di altri tempi ha spiegato la mancata concordanza fra soggetto, singolare, e verbo al plurale. E quando ho chiesto se si potesse parlare di una concordanza a senso, ha ribadito che, certo, il significato è chiaro, ma “ciò non cambia il fatto che dal punto di vista grammaticale la frase sia scorretta”. Ora, fermatevi un attimo prima di dar fiato all’ennesima diatriba sull’IA o sul voto numerico, per considerare che questa frase si trova nelle Indicazioni Nazionali per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, a p. 54 della bozza definitiva. E che, perciò, quel sonoro quattro andrebbe assegnato agli estensori di quel testo.
Un refuso, si dirà. Succede a tutti. Forse no, in questo caso. Qualcuno ricorderà che il Consiglio di Stato sospese il parere sulla Bozza, in attesa che la Commissione correggesse le numerose imprecisioni rilevate, fra le quali – tra lo stupore di molti – non pochi errori di sintassi, grammatica, ortografia e punteggiatura. Non è una svista isolata, commenterebbe a questo punto qualsiasi insegnante – non l’AI -, ma il sintomo di una non eccessiva dimestichezza con la lingua italiana. Un quattro meritato.
Questo errore non è stato corretto e lo ritrovate pari pari nella “Gazzetta Ufficiale” del 27 gennaio 2026, a p. 27. Continua a leggere
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Dopo le Nuove Indicazioni: insegnare e valutare le scienze
Donatella Merlo intervista Paolo Mazzoli sulle “Nuove” Indicazioni Nazionali
I cambiamenti introdotti dalle Nuove Indicazioni 2026 in questi mesi, ben prima della pubblicazione definitiva sulla Gazzetta ufficiale, hanno destato ampie e articolate discussioni sia rispetto alle modalità seguite sia rispetto ai contenuti che escono da questo processo di revisione. Ci è sembrato quindi importante dialogare su questi aspetti con qualcuno che ha competenza sia in merito alle Indicazioni nazionali sia in merito ad un campo specifico come le scienze che nelle IN 26 sono state ridotte a un manuale da studiare contro quanto la pratica didattica e la ricerca sul campo ha prodotto in questi ultimi decenni.
Paolo Mazzoli si occupa da alcuni decenni di educazione scientifica, organizzazione scolastica e valutazione. Ha fatto parte del nucleo redazionale delle Indicazioni nazionali 2012. È stato docente nella scuola primaria, dirigente scolastico e direttore dell’Invalsi. Ha pubblicato diversi libri e articoli per Carocci, Giunti, Bruno Mondadori, Fabbri, ETS. Recentemente ha pubblicato con Maria Arcà, nella Collana RicercAzione dell’MCE, il volume “Chi vince al tiro alla fune? Giochi con le forze”.
Paolo Mazzoli interverrà a Sfide La scuola di tutti sabato 14 marzo alle ore 13:30.
Donatella Merlo – Il Movimento di Cooperazione Educativa ormai da diversi anni collabora fattivamente alla realizzazione dell’evento Sfide La scuola di tutti. Quest’anno è particolarmente importante la nostra presenza sia per il tema dell’evento Educare al pensiero critico sia per la concomitanza con l’uscita delle Nuove Indicazioni per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo di istruzione che, fin dalle prime bozze, hanno suscitato ampie critiche sia per le modalità con cui si è svolta la cosiddetta «revisione» sia per come sono stati trattati i contenuti. Come abbiamo continuato a ripetere un’applicazione acritica porterebbe a dei cambiamenti per noi inaccettabili. In questo contesto in cui molte delle nostre acquisizioni, risultato di anni di impegno nello studio e nella formazione, sono state messe in discussione, mi sembra importante andare a sottolineare, ancora una volta, che cosa non funziona entrando anche nello specifico delle discipline. La prima domanda che ti vorrei porre quindi è: che cosa non funziona in queste indicazioni rispetto al contenuto, in particolare a quello riferito alle scienze. Mi sembra che la tua idea, anche rispetto all’intervento a Sfide, fosse di non restare su un piano troppo teorico, ma di far toccare con mano nella concretezza che cosa non va.
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Dalla motivazione intrinseca di Bruner al Magister delle Indicazioni Nazionali 2025
Acquistano rilievo gli elementi che rendono attraente un compito cognitivo (sorpresa, novità e disposizione del soggetto). Viene concettualizzata la “motivazione intrinseca” come “stato di grazia” del soggetto, bambino o adulto, che avverte il bisogno di acquisire competenza e autonomia.
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L’Occidente sta morendo, e anche le Indicazioni Nazionali non stanno molto bene
di Aluisi Tosolini
In questi giorni si è riacceso il dibattito sul “mitico” occidente che tanto sta a cuore a Ernesto Galli della Loggia e quindi, a scendere, al ministro Valdidara e giù giù sino alle Indicazioni nazionali 2025.
Cosa è successo?
Trump affossa l’Occidente
In estrema sintesi possiamo dire che le azioni di Trump stanno affossando il concetto stesso di Occidente e con lui la sua pretesa superiorità morale. Pretende la Groenlandia. Cattura ed arresta il dittatore Maduro così da poter meglio controllare il petrolio venezuelano. Pretende il premio Nobel. Inventa un’Onu privata costruita sul modello del suo Golf Club di Mar a Lago e la chiama Board of Peace di cui si autonomina imperatore a vita. Va a braccetto con Putin. Porta gli Stati Uniti, a Minneapolis, sul bordo di una guerra civile che rischia di assomigliare ogni giorno di più al film distopico sugli USA che Alex Garland ha diretto due anni fa e che, guarda caso, si intitola “Civil War“. E potremmo continuare.
Il 24 gennaio Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della sera, firma un editoriale dal titolo La lezione della storia agli Usa, in cui si mostra molto preoccupato che Donald sfasci l’Occidente.
E in conclusione scrive:
Non bisogna dimenticarlo: i presidenti e i governi passano, i popoli restano. E con loro resta la storia. Nel corso di secoli la storia ha visto la nascita di una cosa chiamata Occidente, costituita dall’intera America e dall’Europa. Ebbene, se l’Occidente si divide, con ogni probabilità l’Europa è perduta, certo: ma dal canto loro gli Stati Uniti perdono tutto il nostro continente, perdono il Mediterraneo, Suez, Gibilterra, il Baltico e un’intera sponda dell’Atlantico. E insieme perdono le loro radici e un pezzo della loro anima. Obiettivamente non sembrano queste le migliori premesse per resistere all’ascesa planetaria del gigante russo-cinese e ambire all’egemonia mondiale.
Due, tre, quattro occidenti
Il giorno dopo, oggi 25 gennaio, Paolo Mieli, giornalista e suo collega storico, sempre sul Corriere della sera firma un editoriale dal titolo emblematico: “il mondo è cambiato: ora più «occidenti»”.
Dopo aver descritto le molte “mattane” di Trump scrive:
L’Occidente a questo punto deve avere il coraggio di dividersi in due, tre. Eventualmente anche quattro o cinque. E mettere al mondo nuove alleanze che, senza entrare in contrasto con le antiche, siano in grado di prendere decisioni, anche militari (sempre, beninteso, di carattere difensivo), in tempi rapidi senza subire veti ed essere costrette ad impaniarsi in quel genere di discussioni che ci ha rinfacciato Zelensky. Ci sembra questo l’unico modo per supplire al venir meno di una leadership mondiale dell’Occidente.
Quindi ciao ciao Occidente? Della questione si occupa anche Franco Cardini (altro grandissimo storico) nel volume “La deriva dell’occidente” (Laterza, I ed 2025); ecco come lo presenta lo stesso editore:
Di cosa parliamo quando parliamo di Occidente? Dopo l’elezione di Trump, sembra giunto al termine quel concetto di Occidente tutto geopolitico, dove Europa occidentale e Stati Uniti, difensori di democrazia e libertà, si contrapponevano alla ‘barbarie’ orientale, russa e cinese. Intanto, Giappone, Cina e India propongono altri Occidenti, portatori di altre ‘modernità’, contrapposte – o comunque alternative – alla modernità occidentale. Stiamo assistendo al crollo dell’Occidente così come lo abbiamo conosciuto?
Alberto Cossu, recensendo il volume su Analisi Difesa, così riassume:
la deriva Occidentale nasce dallo smarrimento del ritorno della guerra nella sua violenza sconosciuta a cui non si sa che risposta dare che non sia solo pacifista e non belligerante perché potrebbe compromettere le stesse radici della nostra civiltà. La deriva è prodotta anche dalla consapevolezza che il potere dell’Occidente si sta erodendo e che gli equilibri internazionali saranno destinati a cambiare in un senso sempre meno favorevole all’Occidente. Cardini però dichiara la sua speranza verso l’Europa che immagina possa ritornare ad essere quella di San Benedetto, delle cattedrali, delle Università, libera ed unita. Il messaggio principale che si raccoglie da questo libro è che è sempre più necessario vedere le cose da una prospettiva non solo occidentale, eurocentrica e un po’ arrogante e che questo è possibile anche senza spogliarsi dai propri valori. L’Occidente non è stato sempre il centro di gravitazione del mondo e non tutto quello che viene fuori dal suo ventre deve essere necessariamente universale.
L’occidente che si pensa unico e assoluto punto di riferimento del mondo e della storia non dovrebbe dimenticare il rimprovero che il ministro degli esteri indiano Jaishankar in occasione di un dibattito a Bratislava nel 2022 pronunciò asserendo: “l’Europa deve uscire dalla mentalità secondo cui i suoi problemi sono i problemi del mondo, ma i problemi del mondo non sono i problemi dell’Europa”.
Uno sguardo teologico: la missione post-coloniale
Per molti secoli Occidente ha fatto tutt’uno con religione cristiana al punto che fin dalle riduzioni gesuitiche del ‘500 si iniziò a definire il rapporto tra colonizzazione – civilizzazione ed evangelizzazione con il detto “civilizzare per evangelizzare ed evangelizzare per civilizzare.”
Detto che guidò poi tutta la storia coloniale dell’evangelizzazione sino al Concilio Vaticano II.
Guardando all’oggi il teologo Mario Menin, ad esempio, scrive che sta avanzando un
nuovo paradigma decoloniale della missione cristiana che mette in discussione il modello eurocentrico e occidental-centrico sulla modernità e la sua pretesa esclusività universale. In questo esercizio decoloniale serve, però, leggere la realtà non imprigionati dentro uno schema nazional-identitario, ma a partire dal “sistema-mondo”. Cosa che stanno facendo alcune teologie del Sud del mondo. Emergenti, contro-egemoniche e generatrici di discorsi alternativi, esse si sono sviluppate in ascolto delle epistemologie del Sud e dei cristianesimi decoloniali.
La sfida, oggi, non è solo capire dove va il mondo ma anche rendersi conto che il mitico Occidente non è, appunto, solo un mito ma anche che l’Occidente di cui favoleggiano molti si sta squagliando come ghiaccio al sole. Come gli iceberg della Groenlandia.
Indicazioni nazionali e occidente che si squaglia
Ma se Trump affossa l’Occidente e Galli della Loggia stesso si chiede come salvare l’anima dell’occidente non possiamo non chiederci anche che fine fanno le nuove Indicazioni Nazionali che proprio in questo occidente che si squaglia hanno preteso di affondare le loro radici e le loro fondamenta.
Insomma: se vien giù l’occidente vengon giù anche le indicazioni nazionali?
Poco male. Magari sarà la volta buona che si potrà riprendere a ragionare sul senso e sul destino del mondo di oggi e sul senso, sui compiti e sul destino dell’educazione e dei sistemi educativi chiamati a formare cittadini capaci di vivere nel nuovo mondo post-coloniale. Post coloniale e proprio per questo attento ai diritti umani di tutti gli uomini e di tutte le donne, al diritto internazionale, alla pace e alla giustizia, all’equa distribuzione delle ricchezze, al rispetto dell’ambiente.
Chissà.
Intanto, mentre assistiamo allo sciogliersi dell’occidente mitizzato da Galli della Loggia, Valditara e seguaci, non ci resta che guardare con preoccupazione anche il traballare delle basi poco solide delle indicazioni nazionali.
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Verso la fascistizzazione della scuola. Credere: a chi? Obbedire: secondo quali norme? O combattere

di Rodolfo Marchisio
Si, il dibattito sulle IN, già respinte da quasi tutti (enti associazioni, ma soprattutto CSPI e Consiglio di Stato, che ne ha sottolineato tra l’altro la mancanza di motivazioni), si sta riaprendo, anche constatato che nella versione finale non era cambiato quasi nulla, nei contenuti e nella impostazione, fatta salva qualche sfumatura e affermazioni che lo stesso MIM anche solo per tattica, aveva attenuato; sottolineando peraltro la autonomia del docente e della scuola nella costruzione e realizzazione del curricolo (?).
La polemica ideologica, arrogante e pretestuosa del MIM era partita dalla “necessità” di cancellare i danni che i marxisti-leninisti, post sessantottini e comunisti (e se li trovate mi fate un piacere) avevano fatto alla scuola. In un periodo in cui tra l’altro, sino al 1990 i ministri erano stati tutti democristiani, con poche eccezioni e il ventennio Moratti/Tremonti/Gelmini in mezzo.
Contrabbandando la lotta a questa ideologia (unico fantasmatico nemico) con una ideologia vera: quella di governo.
Non ditelo al MIM ma il più grande critico delle ideologie era un certo K. Marx, leggi “Ideologia tedesca”, che qualcosa col comunismo aveva a che fare.
Detto tutto quanto si poteva dire della prima versione (Gessetti ha raccolto in un e book 12 pareri autorevoli, le iniziative non si contano), con errori (Alessandro Magno che unifica l’Occidente, morendo nel cuore dell’Asia è solo una chicca) e violazione di norme, oltre che operazione ideologica contro un presunto nemico (“ci vuole sempre un nemico da odiare per giustificare la propria mancanza di identità”, diceva Eco) siamo alla fase delle reazioni alla applicazione di “Programmi” (MIM) che non sono programmi, ma quadro di riferimento; la legge sulla autonomia (coi suoi difetti) spesso citata e la libertà di insegnamento sono i punti confermati autorevolmente da Fiorin in un suo post.
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Della disobbedienza e altre virtù
di Mario Ambel
Fatemi capire se ho capito giusto. Italo Fiorin, in un recente e apprezzato post su fb, afferma opportunamente che molte e molti docenti si troveranno a breve di fronte al dilemma se obbedire o disobbedire alle Indicazioni 2025, dopo che saranno diventate “legge”. E poiché alle leggi si deve ubbidire, oltre tutto come dipendenti dello Stato, invita a scernere, in quel testo, ciò a cui si è effettivamente tenuti a ubbidire da quanto (ed è molto) è una illegittima forzatura strumentale.
Fin qui credo di aver capito. Da mesi propongo inutilmente di rispedire al mittente quel testo perché composto (all’origine) per due terzi da contenuti illegittimi e per un terzo da altri irricevibili da un punto di vista culturale, epistemologico e didattico. E qualcosa del genere, oltre a correggerne la patetica ortografia, mi pare abbia detto anche il primo parere del Consiglio di Stato.
Ora credo che davvero, se fossi a scuola, sarei posto di fronte all’alternativa fra dimettermi o chiedere di essere obbligato con ordine di servizio a insegnare Italiano e Storia sulla base delle “indicazioni” sconclusionate e reazionarie che ne infiocchettano i programmi, poiché contrarie all’etica e alle competenze professionali, che da 50 anni si fondano su ricerche, studi, sperimentazioni e norme che dicono l’esatto contrario di quel testo e contro cui queste “indicazioni” sono state dichiaratamente predisposte. Per dirne una, in Italiano si è cominciato ai primi di febbraio con regole e grammatica e lì siamo tornati, come in un delirante gioco dell’oca in cui continuiamo a cadere sulla casella sbagliata, nonostante da molto tempo la pedagogia linguistica e la linguistica teorica e applicata argomentino che sia una pessima idea.
E qui, allora, aiutatemi a capire se ho capito. Tutta questa vicenda dimostra che, allo stadio attuale delle cose, una maggioranza di governo può imporre alla scuola la sua visione del mondo, i suoi contenuti e le sue metodologie nonostante l’opposizione di insegnanti, studiosi, associazioni, sindacati e in contrasto con la storia e le norme stesse dell’istituzione che sta “governando”. E oggi il paese ha dimostrato di non essere più in grado di emanare linee di indirizzo sulla e per la scuola Continua a leggere
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Continuiamo sull’onda della “Ballata popolare” di Giancarlo Cerini
di Monica Piolanti
L’intervento di Loretta Lega al Convegno di Camaldoli sulle “Nuove Indicazioni 2025” svoltosi il 10 e 11 ottobre è stato un colpo di scena necessario, un invito lucido e appassionato a fermare il pendolo delle riforme autoreferenziali che periodicamente agitano il sistema scolastico.
Emerge da esse, con forza una verità ineludibile: la scuola non si cambia per decreto o a colpi di editto ministeriale, ma solo se l’innovazione didattica e culturale riesce a diventare una “ballata popolare”, un patrimonio di idee, pratiche e motivazioni condiviso dalla comunità educante, come ci ha insegnato Giancarlo Cerini, di cui la Lega riprende il pensiero. L’idea di riforma, per avere successo, non può nascere in stanze isolate, ma deve trasformarsi in una narrazione a più mani, in cui docenti, studenti e famiglie si sentano narratori e protagonisti attivi. Il dibattito in corso sulle nuove Indicazioni, purtroppo, svela una preoccupante tendenza a confondere il punto focale, rischiando un pericoloso passo indietro sul piano pedagogico e un’incomprensione profonda della missione della scuola contemporanea.
La prima chiarezza da ristabilire con vigore riguarda il rapporto mai risolto tra conoscenze e competenze. Per troppi anni, un certo mondo accademico e una parte del corpo docente hanno alimentato il sospetto che la didattica per competenze fosse una moda passeggera destinata ad andare “a scapito” dell’acquisizione delle strumentalità e delle conoscenze fondamentali, riducendo la scuola a un problem solving decontestualizzato e superficiale. Questa lettura binaria è non solo fuorviante, ma storicamente datata.
Loretta Lega lo ribadisce chiaramente, riprendendo lo spirito del documento “Indicazioni nazionali e nuovi scenari” del 2018: le competenze di cittadinanza non sono affatto una “nuova materia” o un onere aggiuntivo da incastrare in orari già saturi. Sono, invece, l’esatto opposto: esse rappresentano il valore aggiunto e lo sfondo integratore che dà un senso unitario e funzionale ai saperi di base. La vera competenza non è l’alternativa al sapere, ma la sua attivazione in contesti complessi. Continua a leggere
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Quando “facevo” educazione sessuale a scuola
di Rodolfo Marchisio
Riassumendo:
- Nelle LG Ed Civica 2024 il MIM prospettava, tra le righe, la Ed. sessuale nelle scuole come contrasto alla “violenza di genere”. La 40° educazione scaricata sulle scuole a costo zero.
- L’Italia è uno dei pochi paesi europei a non prevedere Ed. sessuale nella scuola (considerata “diritto alla salute”- Unesco).
- Il governo prepara un disegno di legge sulla Ed. Sessuale nelle scuole, previo consenso dei genitori.
- Per contrasti interni al governo stesso si propone di non fare educazione sessuale nella fascia dell’obbligo, ma solo ai più grandi (forse). In dubbio se avvalersi di associazioni o esperti esterni. Il governo della paura.
- Valditara afferma e Tecnica della scuola riprende: “la Ed sessuale fa già parte dei programmi della scuola” e via delirando.
A parte il fatto che i programmi non esistono più da tempo nella scuola, il ministro non lo sa e nessuno glielo fa notare al MIM, quelli che lui elenca come “programmi” (organi riproduttivi, loro funzionamento…) fanno parte delle tematiche da sempre trattate nell’ambito di scienze (basta leggere l’indice di un libro di testo) e c’entrano poco con la educazione sessuale tesa a formare o modificare comportamenti affettivi, di relazione corretta, di empatia e sensibilità; ma anche di accoglienza dei problemi che i giovani, soprattutto dalla preadolescenza in poi si pongono o cui cercano, da soli, in gruppo, ovviamente in rete, risposte talora sbagliate e comunque mai verificate e che creano disagi personali, generazionali o comportamenti scorretti anche violenti. C’è da domandarsi se i tecnici del MIM siano allo stesso livello del ministro o lo lascino andare avanti a fare figuracce per farsi quattro risate. Continua a leggere
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